Hit or Shit Parade

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Hit or Shit Parade

Post by AFX » 20 Sep 2010 09:26

http://www.panopticonmag.com/articolime ... fiche.html

http://www.hitparadeitalia.it/progetto/scrivici.htm

vi segnalo questo editoriale scritto per noi dal promotore del progetto Hit Parade Italia. Magari qualcuno vuole dire la sua e partecipare...


Quando ho iniziato ad ascoltare musica attivamente, il venerdì intorno all'ora di pranzo era un momento sacrale. Veniva trasmessa la classifica dei 45 giri più venduti in Italia: l'ormai mitica Hit Parade luttazziana. Facevo i salti mortali per ascoltarla, tra cui portarmi la radiolina in classe. E naturalmente trascrivevo religiosamente la Top 10 su di un quadernino. Molti anni dopo ho scoperto che eravamo in tanti ad avere una passione simile. Beh, per la verità la hit parade veniva chiamata così praticamente solo in Italia, mentre nei paesi di lingua anglosassone preferivano il termine chart. Da altre parti usano il termine hitlist, che ultimamente tende ad essere sostituito dal termine playlist che sottolinea sia il focus su preferenze personali sia la prorompente diffusione dei lettori multimediali. In ogni caso, le classifiche, di qualsiasi formato e genere, continuano a mantenere il loro fascino.

Nel corso degli anni ho scoperto altre cose. Per esempio, che quella classifica, venerata da tanti cultori, era piuttosto approssimativa e che, più che una rilevazione dei gusti del pubblico, era un formidabile strumento di promozione discografica. E così, quello che sarebbe dovuto essere uno strumento di rilevazione a posteriori dei gusti del pubblico diveniva un fantastico strumento di manipolazione a priori delle sue scelte.

Perfettamente in linea con il nostro Paese: l'Italia è preda di manipolatori di tutti i tipi. Tant'è che da noi è impossibile conoscere con una qualche approssimazione neanche il numero delle copie vendute di un disco. È un segreto più impenetrabile di quelli di Ustica o del rapimento Moro. Da altre parti non è così. Per esempio, in Inghilterra. Dove esiste addirittura una società, The Official Charts Company, che stila la classifica ufficiale con criteri molto rigidi e precisi (ad esempio, non possono costare meno di un tot; i singoli non possono contenere più di N brani, e cose così). I più grandi cultori di chart al mondo sono gli Inglesi. In UK le chart sono una cosa seria. Perchè l'intera industria musicale inglese è una cosa seria (tant'è che è uno dei settori che portano in attivo la loro bilancia pagamenti). Gli Inglesi sono stati i soli ad invadere musicalmente, e più di una volta, il monolite americano. E la musica di più alta qualità è spesso stata, e lo è sopratutto di questi tempi, britannica.

Questa lunga premessa per giungere a quello che è l'assunto primario di questo articolo: non c'è alcuna incompatibilità tra musica da alta classifica e musica di qualità. A scorrere le due liste più accreditate della qualità così come cristallizzatasi nell'immaginario collettivo (The Rolling Stone 500 Albums of All Time e The Rolling Stone 500 Songs of All Time) non si contano gli album ed i pezzi che hanno spopolato nelle rispettive classifiche di vendita: dai Beatles ai Rolling Stones, dai Led Zeppelin a Bob Dylan, da Bruce Springsteen ai Pink Floyd. Insomma, tanti dei più grandi sono stati grandi per la qualità delle loro opere ma anche per il successo commerciale ottenuto.

E qui dovremmo chiarire un equivoco, o comunque aprire una parentesi. Accusare un interprete, un musicista, un autore di essere commerciale è una di quelle accuse che ha forte sapore di non-sense. La musica è fatta sopratutto per essere suonata ed ascoltata. Se non c'è un pubblico, un audience, non ci sarebbe neanche nessuno a scriverla o a interpretarla. E quasi tutti i grandi artisti, almeno quelli che il suddetto immaginario collettivo riconosce come tali, sono stati dei grandi divulgatori. Sono stati capaci di tradurre il linguaggio sperimentale, innovativo, di nicchia di artisti sconosciuti, e l'hanno elaborato rendendolo fruibile e fatto conoscere al grande pubblico. I Led Zeppelin hanno divulgato le opere dei bluesman americani (Jake Holmes, Sonny Boy Williamson, Willie Dixon) sfiorando palesemente il plagio. Elvis aveva saccheggiato il repertorio degli afro-americani, De Andrè quello degli chansonnier francesi, ecc. ecc.

E allora perchè questo sospetto, se non astio, verso le classifiche musicali, questa contrapposizione tra musica di qualità e musica di successo? La risposta breve è che sono scomparsi i grandi interpreti capaci di farsi mediatori tra le avanguardie ed il grande pubblico. Che poi sarebbe una non-risposta, in quanto la domanda successiva è, ovviamente: perchè sono scomparsi questi mediatori?

La risposta lunga include una serie di concause, le più disparate. La prima seria frattura tra musica di qualità e musica di successo si ebbe nella seconda metà dei '70 a causa dell'emergere del fenomeno punk dapprima, e new wave poi, che vedeva band dall'enorme seguito live, rifiutare gli inevitabili compromessi derivanti dalla firma di un contratto con una major e quindi pregiudicarsi il successo nelle classifiche di vendita. Poi diversi errori commessi nei metodi di rilevazione del livello di successo in un'epoca di veloce trasformazione dei formati (sopravvalutazione dell'airplay o di determinati generi) hanno certamente contribuito al discredito delle chart. Ma riteniamo che la causa principale sia da ricondursi alla tumultuosa evoluzione della tecnologia. A partire da metà anni Ottanta, con l'introduzione dell'elettronica prima, delle tecnologie informatiche successivamente, e delle telecomunicazioni poi, sono venuti meno i paradigmi che hanno reso mitici (ed insieme vendutissimi) alcuni dischi e brani dei decenni precedenti. L'introduzione dell'elettronica nella musica ha rivoluzionato tutto: dapprima ha influenzato i processi di registrazione, poi quelli di composizione e di creazione, infine quelli di distribuzione. Sequencer, hardware, software, sintetizzatori, campionatori, drum machine, lettori di CD, player digitali hanno portato all'abbattimento dei costi in ognuno degli step del processo di creazione e fruizione delle opere musicali. Negli ultimi due decenni si è assistito ad una esplosione vertiginosa di opere musicali di tutti i tipi, i generi ed i sottogeneri si sono moltiplicati a centinaia. Avete mai provato a navigare tra la selva di generi e sottogeneri presenti su AllMusic o su Wikipedia? È un'esperienza mistica.

Beh, l'effetto congiunto di questa evoluzione tecnologica è la scomparsa del grande pubblico che poteva riconoscersi collettivamente in alcune, poche, opere. L'audience si è polverizzata in migliaia di nicchie e sottonicchie, ognuna con i suoi artisti di riferimento. Il colpo di grazia l'ha dato la diffusione di Internet, ma più che per gli effetti del P2P, per la sua intrinseca natura di disintermediazione: i prodotti, ormai dematerializzati, raggiungono direttamente il consumatore senza necessità di mediatori, come era invece indispensabile quando la musica necessitava di supporti fisici per essere prodotta e distribuita.

La facilità con sui si riesce a raggiungere qualsiasi opera prodotta fa sì che oggi non esiste più un patrimonio di opere musicali (singoli brani o interi dischi) condiviso. Immaginate di dover fare una programmazione musicale per tutti i gusti: se mettete su pezzi di Sanremo, i cultori dell'hip-hop cambieranno frequenza; se mettete su i Pink Floyd rischiate di annoiare gli amanti della house. E se mettete quest'ultima rischiate di farlo con quelli della techno. Se mettete musica ambient protesteranno gli amanti della dance. E così via in una polverizzazione senza soluzione di continuità. Ovviamente non è un caso che la gran parte delle opere elencate nelle Top 500 di Rolling Stone risalgano agli anni Sessanta e Settanta. Dei 500 brani inclusi nella classifica dei più grandi pezzi di tutti i tempi, 202 sono degli anni Sessanta, 144 degli anni Settanta, 55 degli anni Ottanta, 24 degli anni Novanta e soltanto 3 degli anni duemila. Cifre analoghi per i top 500 album: 126 sono degli anni Sessanta, 183 dei Settanta, 88 degli Ottanta, 61 dei Novanta e solo 13 dei Duemila.

Questa rivoluzione non ha niente di cattivo o di buono. Ha i suoi pro ed i suoi contro. Non si dipende più dai selezionatori delle radio o dai produttori discografici che effettuano le loro scelte al posto nostro. D'altro canto il rischio è quello di isolarsi nella propria bolla personale, di perdere ogni contatto coi gusti musicali delle persone che ci circondano quotidianamente. È esattamente questo il ruolo che possono ancora avere oggi le classifiche musicali: quello di confronto e condivisione con i gusti musicali degli altri. In fondo, ricorriamo alle classifiche per sapere cosa è piaciuto agli altri, o per confronto o per trarre utili suggerimenti. E da questo punto di vista alla fin fine non c'è molta differenza tra le classifiche di vendite e le classifiche di qualità stilate da addetti ai lavori o da (più o meno) sedicenti esperti. Nel primo caso si è interessati a sapere cosa è piaciuto o piace al grande pubblico, nel secondo cosa è piaciuto o piace ai più competenti, che magari sperano che le loro scelte siano poi condivise dal grande pubblico e diventino hit da classifiche di vendita.

L'altro ruolo delle classifiche è quindi quello di guida all'interno della dispersione di generi, prodotti musicali, artisti ed aree geografiche. Non potendo divenire tutti superesperti musicali, ci si può affidare a chi ancora ne sa di più. Una volta magari erano gli addetti ai lavori. Ora magari è la rete, con il suo insieme di blog, social network, forum, siti specializzati. Certo, non una classifica generale, unica, totalizzante, come erano le classifiche di vendita o le Top 500 della rivista Rolling Stone. Magari tante classifiche, magari non solo di vendita ma anche di "qualità", magari non con soli brani anglosassoni ma per nazionalità, per genere o sottogenere. Perchè la fruizione musicale è un fenomeno sociale e se non la si condivide non la si apprezza compiutamente.

Ed è per questo che noi continuiamo a divertirci con le classifiche, sia del passato che del presente, sia con quelle di vendita che quelle di qualità. Anzi, continuiamo ad inventarne di nuove. A dispetto di tutto, stiamo accarezzando da un po' di tempo una "Le 500 più grandi canzoni italiani di tutti i tempi" così come "I 100 più grandi album italiani di tutti i tempi" che, ci crediate o no, in Italia non sono mai state fatte in modo credibile.

È ora di porre rimedio a questa carenza. E, visto che la rete è disintermediazione e condivisione, ce la facciamo noi. Contattateci per i dettagli.

http://www.hitparadeitalia.it/progetto/scrivici.htm
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Sobieskiego 7/6
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Re: Hit or Shit Parade

Post by Sobieskiego 7/6 » 20 Sep 2010 15:43

questa cosa delle classifiche è interessante!se ho tempo partecipo ;)
she sells sea shells on the sea shore the sea shells she sells are sea shells i'm sure!

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