Quindici anni senza KurDt

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AFX
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Quindici anni senza KurDt

Post by AFX » 21 Apr 2009 10:40

http://www.panopticonmag.com/articolime ... kurdt.html


Cosa hanno lasciato i Nirvana? Sono passati 15 anni dalla morte di Cobain

- Hai visto? E' morto il cantante dei Nirvana...
- Macché, è andato in coma, ma poi all'ospedale di Roma l'hanno salvato.
- No no, sei rimasto indietro. S'è sparato un colpo in testa, l'hanno trovato morto a Seattle. L'ho sentito alla tv...

Nell'immaginario collettivo, l'ultimo ricordo di Cobain è legato allo scenario dell'unplugged, uscito postumo e divenuto istantaneamente - anche se qualcuno non se n'è ancora accorto - qualcosa di più di un semplice concerto acustico come tanti del tutto inutili venuti fuori in quel periodo. Quella è la musica dell'elogio finale, è Kurt che canta la messa del suo stesso funerale. Passati quindici velocissimi anni, il rock ha saputo superare la lunga eco dello sparo e solo oggi inizia a comprendere l'autentica portata artistica dell'ultimo vero poeta decadentista del rock, a suo modo romantico (altro che maledetto!) e unico, nonostante le copiose imitazioni. Vi riesce non certo per merito dei documentari di MTV, di biografie postume convinte di poter raccontare la vita di un ragazzo mettendo insieme le parole di altri o di film inconcludenti come quello di Gus Van Sant. E' stato invece il tempo a dare ragione ai Nirvana, a ribaltare sballati luoghi comuni e a consolidare con un nuovo sentire quel che era stato strillato il giorno dopo il ritrovamento del cadavere senza tuttavia grande convinzione, ovvero che il rock aveva perso uno dei più grandi di tutti i tempi, certamente il personaggio più rilevante del decennio. E mancavano ancora sei anni prima che i Novanta finissero.
Si è provato a sminuire i Nirvana paragonandoli alle altre formazioni di Seattle etichettate come grunge, in particolare ai Pearl Jam - invero il gruppo più conservatore e fondamentalmente innocuo di tutta la scena - portando come argomentazioni frasi del tipo "Cobain fa sempre gli stessi accordi, invece i Pearl Jam sono difficili da suonare" oppure "i testi dei Nirvana non dicono niente di concreto". Guardandole con distacco oggi, le discografie e soprattutto i personaggi che hanno caratterizzato quella stagione del rock rendono evidente l'abisso che pone Cobain così distante da gente come Chris Cornell, Jerry Cantrell, Eddie Vedder, per non parlare degli altri idoli del decennio. Il volgare americanismo saturo di testosterone che tanto piace agli Americani, l'ipocrisia, il tradizionalismo e la maniera: tutte doti che Kurt Cobain non ha avuto. Eppure non pochi si sono scagliati contro di lui, forse per invidia, oppure per pura incapacità di comprenderlo. Ancora nel 2006 Mike Patton gli dava dell'idiota, senza probabilmente essere consapevole che anche se presa in blocco, la sua intera vita artistica non vale un album a caso dei Nirvana. "Buzz dei Melvins che l'ha conosciuto mi conferma che era un idiota" diceva Patton a Rumore che lo intervistava in merito al suo meraviglioso progetto Peeping Tom. La verità è che King Buzzo è frustrato dal fatto che l'unico disco per cui i Melvins sono famosi, quello che probabilmente gli permette di vivere dignitosamente e di fare ancora il suo mestiere, è proprio quell'Houdini in cui mette la firma anche Kurt. E sì, è anche il miglior disco dei Melvins in fin dei conti. Cobain è stato un idolo realmente pop, nel significato più concreto e bello del termine. Mai volgare, sempre spontaneo e suo malgrado icastico di un'intera generazione, compresi coloro che non l'hanno capito. Se non avete mai sentito vostre le urla apparentemente non-sense di Cobain, ma vi siete emozionati cantando "I'm still alive" o il gran finale "do-do-do-do-do-do-do" di “Black” dei Pearl Jam (assolutamente degno dei mitici Guns), allora tranquilli, non è successo niente. Non vi svegliate, va tutto bene.
A 27 anni Kurt amava Mazzy Star, Vaselines, Meat Puppets, Sonic Youth, Wipers, Jandek, L7, Killing Joke, Joy Division, … aveva una cultura e dei gusti musicali più interessanti di quelli che oggi hanno i suoi coetanei. Vedder ha recentemente dichiarato al giornale inglese The Sun: “Sono sicuro che se fosse vivo, a Cobain oggi piacerei”, riferendosi implicitamente a quando il leader dei Nirvana dichiarò che i Pearl Jam non erano altro che una “corporazione di pionieri di cock-rock”. Non sarei così certo che Kurt avrebbe applaudito la sempre più evidente mediocrità della musica dei Pearl Jam. E poi se aveva disprezzato Ten e Vs., figuriamoci Riot Act e l’Avocado!
La verità è che Cobain non va messo a confronto con questi personaggi, ma piuttosto con un Ian Curtis o oggi con un Thom Yorke. I Nirvana hanno molto più in comune coi Joy Division che non con altri loro contemporanei. Se c’è una cosa che Cobain non condivide con gli Alice in Chains o i Pearl Jam è proprio la provenienza!
In fondo ciò che conta è la musica – e se siamo qui a parlarne dopo quindici anni, significa che quella dei Nirvana è di alto livello – e non si può non sentire il vuoto lasciato dall’assenza di questa: come non chiedersi come sarebbe stato il seguito di In Utero? Il disco influenzato dai vecchi R.E.M. di cui si è spesso fantasticato e di cui in parte l’unplugged è sostanzioso aperitivo. No, non lo ascolteremo mai, eppure in cuor nostro sappiamo che sarebbe stato stupendo. Il successivo album dei Nirvana avrebbe potuto essere qualsiasi cosa, tranne che un altro disco dei Nirvana. Michael Stipe, suo vero amico e mentore gli ha dedicato “Let Me in” da quella gemma incompresa che è Monster, una canzone molto più utile di tante interviste a ricostruire chi è stato Kurt.
Alcune formazioni hanno cercato di calcarne in carta carbone la poetica, senza minimamente risultare credibili. Ci hanno provato i vicini di casa e quelli dall’altra parte del mondo: ad un certo punto sembrava che tutti avessero da gridare un disagio esistenziale. Per qualcuno ogni gruppo meritava attenzione, tranne che i popolarissimi Nirvana, che pagavano l’essere sovraesposti e inflazionati, avendo ormai fatto presa anche sui brufolosi quattordicenni. Ma “Capire i Nirvana veramente” potrebbe essere il titolo di un saggio di critica dedicato sia ad ogni adolescente con stampato il faccione di Cobain sulla t-shirt, sia a chi non ne ha voluto sapere di comprendere la poetica dell’alfiere di Seattle.
D’altro lato della faccenda, avesse saputo cosa gli è poi toccato da morto, Kurt non l’avrebbe mai fatto. Magari si sarebbe rifugiato lontano e ricominciato un’altra vita, ma certo che ciò che pensava di fuggire suicidandosi si è solo amplificato col suo trapasso. Tutti hanno beneficiato del gesto egoista di Cobain, meno Cobain.

Il maggiore rimpianto resta quello di chi dei Nirvana ama la musica e ne ha vissuto durante e dopo l’essenza sulla propria pelle, perché Kurt non era un artista chiuso e conservatore. Si sarebbe sicuramente reinventato più e più volte, non rimanendo incastrato nella parte di quello che urla come un ossesso “a denial, a denial, a denial”. Chissà dove sarebbe andato a parare. Lo si può immaginare in perenne bilico fra le produzioni boombastiche di Los Angeles e il lo-fi dei Pavement, oppure chissà, sarebbe andato a virare verso il post rock degli Slint, o magari avrebbe anticipato il ritorno in voga della new wave inglese! Ogni cosa, pur di non essere ancora i Nirvana.
Piuttosto, seppure la rabbia giovanile lo avesse ben ripagato, la solitudine, la noia e la tristezza – tutte sincere componenti presenti fra le note di In Utero – le avrebbe potute superare se al suo fianco avesse avuto una famiglia e degli amici veri. L’errore più grande di Cobain infatti non è stato suicidarsi, ma isolarsi e prima ancora cadere nella ragnatela di Courtney Love, un po’ come era accaduto a John Lennon con la Ono. Non è bastata la presenza di una figlia a non fargli compiere quell’azione fatale e tremendamente egoista. Non è bastato l’amore del pubblico, che se inizialmente lo aveva reso orgoglioso, poi si è trasformato in un boomerang. Anche il più timido ed introverso degli artisti - perfino Nick Drake - nell’atto di voler rendere pubblico un suo componimento sta in realtà compiendo un gesto di puro e consapevole narcisismo. Ogni artista è vanesio, tranne chi non è un vero artista. Kurt voleva il successo. Sapeva che filmando video, firmando grandi contratti, suonando in giro per il mondo sarebbe diventato famoso. Probabilmente non aveva calcolato gli effetti collaterali sulla sua persona di tutto questo, ma non si dica che Cobain era uno sfigato impreparato al successo, perché non è questo l’unico motivo della sua ingombrante assenza oggi. Il non sentirsi l’icona di una generazione, unito ai problemi di droga con cui cercava di attenuare il morbo di Crohn di cui era affetto, che gli causava forti dolori all’addome e che gli aveva bloccato la crescita anni prima, nonché e soprattutto la solitudine, il non sentirsi compreso dai parenti e gli amici più stretti l’ha portato alla scellerata mossa finale, lasciandoci soli senza la sua musica, così cruda e leale. Chi l’ha amato, chi l’ha odiato, chi l’ha capito, chi ancora oggi lo considera sopravvalutato: in fondo KurDt Cobain manca a tutti, tranne a sé stesso. “Quando ci ripenso, ancora oggi mi viene da piangere” (Michael Stipe, 2008).
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