C’è un bel po’ di confusione intorno alla figura di Joshua Tillman. Prima di ripresentarsi al pubblico con il nuovo moniker Father John Misty e raccogliere a scoppio ritardato una popolarità indie che ormai lo porta spesso e volentieri ospite dei programmi TV serali americani, il nostro è stato batterista dei Fleet Foxes e dei Saxon Shore, e autore di un lungo percorso solista che dai sobborghi del distretto di Columbia l’ha portato a Seattle, e che solo nel 2009 con Vacilando Territory Blues ha raggiunto un minimo di esposizione e consenso critico.
Quando si è fatto Prete Gianni (Baudolino dove sei?), più di qualcuno ha storto il naso e preso in antipatia questo polistrumentista che sembrava volersi dare un tono e un’immagine hipster, come se dietro a Fear Fun (2012) e I Love You, Honeybear (febbraio 2015) non ci fosse sostanza artistica: “è il batterista dei Foxes che si è montato la testa e gioca a fare il profeta figlio dei fiori”. Quando però è stato il momento di buttare giù le classifiche di fine anno, quegli album sono tornati a galla un po’ dappertutto. E l’uscita del nuovo capitolo della saga si è fatta evento discografico.
Il terzo su lunga durata si chiama Pure Comedy ed è un disco d’altri tempi, tanto è ricco e straboccante di idee, e soprattutto per quanto pretenziosa la sua missione sembra essere. Ma il verbo è anche carne in queste canzoni. Non c’è solo forma, ma anche tanta, pure troppa sostanza. C’è voglia di recitare la parte di quello che ha qualcosa da dire alla sua generazione, e di cantare in prima persona il sermone alla folla accorsa ad ascoltare.
La ricchezza del chamber pop molto classicheggiante delle tredici tracce è data da arrangiamenti che partendo dall’ancora distinguibile radice folk si aprono su fronti che di principio paiono barocchi, poi semplicemente ti riportano a una stagione del rock cantautorale degli anni Settanta, in cui è spesso il piano a dettare il tema, poi accompagnato da chitarra, organo e archi. Sembra di ritrovare l’Elton John di Tumbleweed Connection, oppure i Fleetwood Mac, con l’eleganza adulta dei Tindersticks. Ci sono due pastorali infinite (“Leaving LA” e “So I’m Growing Old On Magic Mountain”), poco ritmo (giusto paio di pezzi possono dirsi mid-tempo), e il resto sono ballate, più e meno arzigogolate.
Come si diceva, la sostanza al di là della posa pare comunque sincera, o comunque affiancata da ottime conoscenze tecniche. Il suono degli strumenti è quello giusto, perché Tillman a nostro parere non scade mai in pacchianate, ed è consapevole dei pericoli del prendersi simili rischi ”I used to like this guy. This new shit really kinda makes me wanna die”. Magari prolisso e pretenzioso, Pure Comedy è onestamente inattaccabile.
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