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Discography Ranking: U2

Perché gli U2? 

Chi ha deciso che il quartetto irlandese dovesse essere il gruppo più importante del mondo?

Sciolti i Police, non ancora passati a major e quindi consacrati anche in Europa i REM, ormai svanite o in declino tutte le grandi band degli anni Settanta, Pink Floyd in testa, perché già ai tempi di The Joshua Tree (1987), è toccato proprio agli U2? Oddio, alla generazione attuale sono capitati i Coldplay, e allora a molti di noi è andata bene l’aver dovuto sopportare Bono e gli altri, che pur con tanta cafonaggine, se la sono cavata benone fino a quando non hanno scavallato il millennio. Ma come hanno fatto a difendere così a lungo la posizione di vantaggio, resistendo alle nuove tendenze e alla complessiva evoluzione di tutto il mercato discografico? 

Ricordo ancora la roboante campagna promozionale di Pop nel 1997, con MTV, VideoMusic e tutte le radio italiane che passavano e commentavano in diretta alla mezzanotte il singolo “Discothèque” e la sua b-side “Holy Joe”. Ma anche la copertina di Sette de Il Corriere della Sera con Bono in versione MacPhisto, nel mese del 1993 in cui gli U2 avrebbero suonato ben 7 volte in Italia. Per non parlare di tempi più lontani, di cui abbiamo visto solo i filmati.

Certo che ancora oggi riempiono gli stadi, e che almeno fino a How to Dismantle an Atomic Bomb (2004), quando usciva un loro disco era sempre un evento, ma oggi per farti ascoltare a tutti i costi la loro musica ti entrano direttamente nella libreria di iTunes, e la sensazione è che ormai qualunque cosa rilascino, il pubblico se ne curerà sempre di meno. Ma ripensando alla loro lunghissima storia, potreste biasimare chi sostiene che siano stati la più grande band di tutti i tempi?

Le risposte a tutte le domande dipendono molto dal sentimento che ciascuno ha nei confronti dei loro album (e se possibile a prescindere dalla simpatia che si può provare per Bono…..), che di seguito andiamo a incolonnare uno sopra l’altro nel nostro ranking. Chi prova repulsione perfino per un classico come Achtung Baby, difficilmente sarà arrivato fin qui a leggere. Tutti gli altri, riascoltandoli, potranno avere una risposta più o meno concreta del perché gli U2 sono riusciti a mantenere per così tanti anni lo status di santi papi del rock. 

Songs of Innocence (2014) Spalleggiati dalla Apple, si intrufolano senza preavviso nelle librerie di iTunes di tutto il mondo, pensando di fare un regalo gradito, e non calcolando le conseguenze negative di una simile forzatura. Avesse contenuto almeno un paio di pezzi da ricordare, forse qualcuno li avrebbe pure perdonati, invece si tratta di una versione anziana e domestica della band che furono, in cui il suono è troppo radiofonico per far risultare credibile la lettera d’intenti inviata furbescamente a Pitchfork qualche mese prima (della serie “voglio ritornare bambino”). 

Key Tracks: nessuna

No Line on the Horizon (2009) Ovvero il goffo tentativo di formulare un nuovo Achtung Baby alla soglia dei cinquant’anni. E all’inizio ci credi pure. E “dai che questa parte bene, forse è buona”, poi fai presto a capire che gli indizi e i richiami sparsi dal trio di storici produttori Eno, Lillywhite e Lanois sono solo un’illusione preconfezionata per attirarti nella trappola di un’ulteriore variante annacquata, stavolta del glorioso periodo di inizio anni Novanta. Se bisogna ammettere che formalmente qualcosa di commestibile c’è, un alternativo sensibile non può trovarvi nulla di suo gradimento. Questo perché il pubblico a cui è destinato è ormai quello dei Coldplay di Viva la Vida: anche loro avrebbero potuto mettere in piedi un disco simile.

Key Tracks: Stand Up Comedy

How to Dismantle an Atomic Bomb (2004) A fronte del clamoroso successo dell’Elevation tour, Bono e The Edge decidono di spingere ancora sul tasto del presunto “back to basics” con un pugno di canzoni che in realtà sin dal primo ascolto appaiono ancor più levigate di quelle di All That You Can’t Leave Behind. Se il singolo Vertigo è punk rock puerile alla Green Day, almeno in Miracle Drug e Sometimes You Can’t Make It On Your Own la stanchezza si fa punto di forza. Con una produzione più ruvida, How to Dismantle an Atomic Bomb sarebbe potuto risultare ancora passabile. 

Key Tracks: Miracle Drug; Sometimes You Can’t Make It On Your Own

All That You Can’t Leave Behind (2000) Gli U2 del nuovo millennio sono una band molto più convenzionale di quella sfrontata che ha provocato e sperimentato per tutti gli anni Novanta. Le critiche arrivate a Pop si sono fatte sentire, e la risposta, anticipata dalla pur ottima colonna sonora di Million Dollar Hotel, e soprattutto dalla prima trascurabilissima raccolta doppia dei loro successi (qualcuno indica la rinnovata Sweetest Thing come l’inizio della fine), è una sfornata di singoloni da alta classifica confezionati per vivere anche separati l’uno dall’altro, e riempiti di demagogia politica fino al midollo. Il grande pubblico apprezza ugualmente e riempie gli stadi. Quello al fu Delle Alpi di Torino rimane l’ultimo grande concerto degli U2 in Italia. 

Key Tracks: Beautiful Day; Kite; Stuck in a Moment You Can’t Get Out of

October (1981) Oltre ad essere quello della crisi spirituale, il secondo disco del quartetto irlandese è anche quello che avrebbe potuto sancirne la prematura fine: October è un fiasco fragoroso, di quelli a cui poche band sopravvivono. Eppure a riascoltarlo con attenzione oggi, pur non offrendo ritornelli memorabili, ci trovi momenti che scaldano il cuore come Scarlet (praticamente un pezzo dei Joy Division), o il crescendo solenne di Tomorrow…  che suonano così imprecisi, ingenui e incompiuti che proprio non sembra di ascoltare gli U2. Sarà per questo che ci piace?

Key Tracks: Scarlet; Tomorrow; Fire

Rattle and Hum (1988) Per metà composto di inediti più e meno memorabili, e per l’altra di registrazioni dal vivo su territorio americano, il sesto long playing degli U2 nasce come accompagnamento all’omonimo documentario in videocassetta, per poi rivelarsi capace di camminare da solo. Se le nuove canzoni allungano il sapore di The Joshua Tree (All I Want Is You, Love Rescue Me, e la splendida Heartland) o virano verso un blues grossolano ma ancora credibile, le cover di Bob Dylan e Beatles e gli altri pezzi live mostrano tutta l’energia di una band arrivata al picco di popolarità dopo sei dischi, ma ancora giovane e verace.

Key Tracks: Heartland; Angel of Harlem; Bullet the Blue Sky (Live)

War (1983) Basterebbero pochi secondi, quelli di Sunday Bloody Sunday, per capire che ci si trova di fronte a un potenziale capolavoro assoluto della storia del rock. Purtroppo quel pezzo lo è senza possibile dubbio, quasi tutto il resto no. War è un album di passaggio tra la fase new wave a quella che poi porterà al rock più americano e se vogliamo convenzionale di The Unforgettable Fire e The Joshua Tree. Resta anche New Year’s Day, in cui il delay di The Edge (all’epoca solo ventiduenne, riflettete o voi apprendisti chitarristi!) crea lo sfondo perfetto per lo scenario di guerra che racconta il brano. Il concept nobilita le altre canzoni, altrimenti solo discrete.

Key Tracks: Sunday Bloody Sunday; New Year’s Day; “40”

The Unforgettable Fire (1984) Gli U2 del 1984 sembrano già una band arrivata a destinazione: il loro quarto LP in studio è maturo come maturi non si può mai essere a ventitré-ventiquattro anni, e misterioso il giusto quando i ritmi si dilatano con l’ausilio di Brian Eno, o viaggiano su strade che altri non sapevano intraprendere in quegli anni di magnificazione synth pop o strascico post punk (i clamorosi singoli Pride e The Unforgettable Fire). Anche un brano come Bad oggi può sembrare possibile solo perché sai che questo già esiste. E l’hanno suonato e urlato gli U2. Ma poi, qualcuno ha mai capito perché nel booklet dell’edizione CD c’era solo il testo di A Sort of Homecoming?

Key Tracks: Pride (In the Name of Love); The Unforgettable Fire; Bad

Pop (1997) Il titolo del disco e del suo singolo apripista (Discothèque) creano la confusione giusta: Pop è l’album perfetto per i veri appassionati degli U2, è quello che tutti i benpensanti snobbano senza avergli prestato ascolto e che li allontana provvisoriamente dal seguire le vicende della band. In realtà si tratta di un ultimo coraggioso tentativo di significare qualcosa anche dal punto vista musicale, con le sue ibridazioni electro, jungle e dub e le pesanti distorsioni di voce e chitarra, inizialmente criticate, ma in realtà tutte pienamente riuscite. Esagerazioni che ci stanno, poi non ci stanno, poi, a bocce ferme, tornano a starci eccome. E il songwriting, checché se ne dica, è all’altezza di quello di Achtung Baby. 

Key Tracks: Do You Feel Loved; Wake Up Dead Man; If You Wear That Velvet Dress

Zooropa (1993) Inizialmente pensato come un mini di appendice ad Achtung Baby, Zooropa finisce per essere un full lenght tra i più completi e compatti della band di Dublino, oltre che quello più cinematografico. Nelle sue dieci canzoni c’è davvero tanta se non tutta la poetica degli U2, e soprattutto un sound moderno che mette i tre strumentisti – ancora coadiuvati da un Eno in grande spolvero – alla pari e in grado di completare il lavoro degli altri vicendevolmente. Performance fantasiose come poi solo in Pop troveremo ancora, e che di fatto anticipano quel filone di rock britannico che culmina con Ok Computer dei Radiohead e 13 dei Blur.

Key Tracks: The First Time; Zooropa; Stay (Faraway, So Close!)

The Joshua Tree (1987) Per molti gli U2 sono questi. Quelli dell’intro di Where the Streets Have No Name, quelli dei quattro accordi over and over di With or Without You, quelli della marcetta romantica di I Still Haven’t Found What I’m Looking For, quelli dei capelli lunghi di Bono e delle foto da sfigati nel deserto della California. È un album che coi suoi paesaggi country e temi proletari ti trasporta in una dimensione riflessiva e pacifica, persino inusuale rispetto all’isterismo viscerale degli U2 che i più ricordano. The Joshua Tree è tanto imprescindibile nella storia degli irlandesi quanto in quella del rock degli anni Ottanta.

Key Tracks: Where the Streets Have No Name; Exit; Running to Stand Still

Boy (1980) Per quanto ingenua e fomentata dalla scena punk possa essere la band, il debutto si rivela un autentico concept intorno all’adolescenza, ripescando in questo senso più dall’approccio degli Who che non da quello dei contemporanei Clash e Joy Division. Se la maturità porterà un impatto sociale ed una perizia nei rispettivi strumenti certamente maggiori, nonché una duttilità negli anni pressoché seconda a nessun altro gruppo, il perfetto esito di questo d’esordio è destinato a rimanere uno dei vertici assoluti di Bono e soci, nonché – e qui sta la verità ingombrante – uno dei migliori album dell’era post punk e dark wave. Un disco costruito, più che giovani prodigi, da quattro predestinati.

Key Tracks: I Will Follow; A Day Without Me; Into the Heart

Achtung Baby (1991) Il campanello d’allarme suona con la cover della celebre Night and Day, che anticipa la rivoluzione portata da Achtung Baby, invero una delle svolte più clamorose che una band mainstream abbia mai osato nella storia del rock. Roboanti, industriali, ironiche, le nuove canzoni degli U2 sono quanto di più distante dagli stilemi con cui avevano sbancato negli anni Ottanta, e al contempo perfino superiori in termini di songwriting e arrangiamenti. Ci sono ulteriori inni assoluti che si aggiungono immediatamente ai già numerosi della loro discografia, e ci sono quei brani inizialmente minori che nel tempo si rivelano i migliori ricordi che si possono avere della band irlandese. Quando qualcuno prova a sminuire gli U2, chiedetegli se la sua band preferita ha mai scritto un pezzo all’altezza di Love Is Blindness. 

Key Tracks: Until the End of the World; Love Is Blindness; The Fly

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