Recensioni

Deftones – Ohms

Una delle poche certezze rimasteci, i Deftones di Chino Moreno pubblicano con Ohms il loro nono album di inediti in studio, recuperando a quattro anni dal controverso Gore, lo stato di forma del periodo Koi No Yokan (2012), ovvero quanto di meglio sono riusciti produrre nel post-White Pony (2000), le cui celebrazioni per il ventennale cadono proprio in coincidenza di questa nuova fatica.

Pur non raggiungendo i vertici – soprattutto melodici – di Koi No Yokan, i ragazzotti di Sacramento riescono a proseguire il loro percorso di crescita come musicisti e di affinamento di quello stile che, con buona pace di Anthony Fantano, sin dagli esordi sono riusciti rendere di difficile imitazione. Non è assolutamente vero che per capire i Deftones basterebbe far propri Around the Fur (1997) e White Pony, perché quanto avvenuto successivamente alla disgrazia che li ha funestati, è stato un progressivo aggiornamento della formula vincente. Si erano persi, d’accordo, ma poi si sono anche ritrovati alla grande.

Anche in Ohms ci sono novità strutturali. La coda di “The Spell of Mathematics” la prima che viene in mente, così post-metal da rimandare all’esperienza di Moreno con i Palms. La costruzione di una canzone intorno allo strepitoso riff di basso di “Radiant City”, con le tastiere di Frank Delgado che avvolgono il ritornello. Lo stato di grazia di Stephen Carpenter, cui, senza nulla togliere al povero Chi Cheng, la vicinanza dell’ex Quicksand Sergio Vega ha fatto davvero bene. Oggi è un musicista molto più creativo – pensiamo a “Urantia” in particolare – e anche quando come in “This Link Is Dead” il riferimento ai Deftones degli esordi è molto diretto, riesce a venirne fuori con idee e suoni innovativi per il genere tutto, qualunque esso sia secondo i tag che preferite.

A proposito, potreste anche chiamarlo nu-metal, ma arrivati a questo punto si può ben dire, come per colleghi contemporanei come Tool o Nine Inch Nails, che i Deftones fanno un genere (metal) a sé stante, il loro, e che a tavola con nomi di quel calibro ci possono stare senza timore di essere visti come rozzi di classe inferiore. Uno status che si sono guadagnati con la concretezza delle uscite degli ultimi dieci anni, e con un’umiltà di fondo davvero rara. 

Non sembra, come Koi No Yokan, il disco di Chino Moreno, che manca di incidere al massimo delle sue capacità melodiche, ma che usa come non mai la voce come uno strumento musicale (salienti le performance in “Headless” , oppure anche “Pompeij”, a metà fra i Jane’s Addiction e White Pony).

Non si vede perché, chi negli anni ha continuato a seguire i loro passi, non debba prendere in seria considerazione di aggiungere Ohms alla propria collezione dei Deftones. Si comprende perché, invece, la stampa specializzata stia dando così tanta attenzione a un loro nuovo albo: nel nulla generale del rock più pesante di questi anni, Chino e soci sono ancora qui a ricordarci di essere vivi. E noi con loro.

 

 

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