Recensioni

Bodega – Endless Scroll

Riassunto delle puntate precedenti: peregrinando tra le estremità dei Turnstile e le discese danzereccie dei Parquet Courts, passando anche attraverso le vecchie strade di Stephen Malkmus e dei Black Rebel Motorcycle Club, salutando quindi da lontano l’aria fresca di Car Seat Headrest, i nostri eroi sono ancora alla ricerca del Sacro Graal del rock album 2018. Perché gliel’ha detto il mago: “Non esiste anno in cui non ci sia, o non ci debba essere. Ci sono stagioni in cui trovarlo prevede una lunga avventura, delusioni, paure e voglia di tornare indietro alle cose che si conoscono. Andate, andate, da New York urlano di questi Bodega… andate!”.

BOOM!

Eccoci qua. Teletrasportati. Potrebbe essere esattamente ciò che andavamo cercando: i Bodega. Memorizzate questo nome. “Art-post-punk” abbiamo sentito dire. C’è anche una donna bella carica (e come poteva mancare in questa favola?”, quasi riotttt, l’album di intitola Endless Scroll, quasi esordio… trovato! C’è il maledetto trittico iniziale, che è quasi la base per la gloria. Si parte con “How Did This Happen?!”, ma come, sono quasi i Violent Femmes in preda alla generazione X, ultimo aggiornamento di chi ha sempre sognato la fusione definitiva tra Fugazi, Strokes e Fall. Insomma, ci siamo quasi…

Un buon eroe non si fa travolgere dalle emozioni, se non solo di primo acchito. Guarda il paesaggio, l’insieme, il contesto, il risultato finale, il premio, il possibile trionfo. Ecco: i nostri eroi si rendono conto che l’onda dell’emozione è breve. Che i Bodega hanno un buon background di seventies-punk, sono veri e autoironici, fin troppo autoreferenziali. Da una metrica apparentemente micidiale ne provano a tirar fuori un’intera canzone. La pozione funziona una, due, tre volte (“Name Escape” è marziale, simpatica e convinta; “Jack In Titanic” fa da colonna portante, singolo che vale il viaggio; “Williamsburg Bridge” ha il crescendo di chi sa suonare). Poi l’incantesimo svanisce. E ci provi, ci riprovi, hai anche un debole per gli artisti che non si prendono troppo sul serio (il più grande difetto dei Fat White Family, se proprio la vogliamo dire tutta), quindi vuoi che tutto torni a funzionare come l’illusoria prima volta. E… niente. 

C’è un problema: siamo di fronte a un buon disco e nulla più. Quasi nuovo, ma vecchio se riprende a piene mani i circuiti dei Parquet (che però stanno avanti un giro). Quasi ben prodotto, fin troppo, anche se giocare con le sovrapposizioni di voci non è mai facili. Quasi omogeneo, ma con cadute di idee che potevano prenderti all’improvviso solo se eri adolescente nel 1993 (“I Am Not A Cinephile”, “Margot”) oppure proprio non prenderti mai perché ballate come Charlie o sei un fuoriclasse o ne escono come il concerto di fine anno al liceo. E dispiace. Perché quasi i nostri eroi ci avevano creduto, dubbiosi e attratti dall’idea di riavvolgere il nastro all’esordio degli Shame (che almeno puzzano, suonano in locali con tende intrise di fumo, smadonnano) prima di ritentare con qualcos’altro prima del 31 dicembre. 

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