Recensioni

At the Drive-In – Inter Alia

Ricordo ancora il giorno in cui ascoltai lo streaming di De-Loused in the Comatorium, primo long playing dei baldanzosi Mars Volta, e quanto mi piacque perdermi in quel progressive rock visionario che manteneva un vago spirito hardcore di fondo, e in quei versi che cantavano di un personaggio di fantasia che, nel tentativo fallito di suicidarsi, sperimentava allucinazioni e viaggi nella propria psiche, salvo poi tornare tra i vivi e rendersi conto che in realtà la vita fa schifo, e decidere di farla finita di nuovo, stavolta come Cristo comanda.

Una roba strana e tutto sommato diversa, che mi aveva spinto a provare finalmente i maledetti At the Drive-In, band che altrimenti avevo scartato per il solo fatto che non mi piaceva il nome, nonostante le copertine e qualche amico variegato al post rock che me li consigliava. Così in pochi giorni avevo scoperto due nuovi gruppi preferiti, e non sapevo dire se apprezzavo più l’uno o l’altro. Con il passare degli anni, la scelta si è fatta più facile, complice una serie di sbrodolate pretenziosissime che hanno bruciato le ali ai Mars Volta, e il fatto che chi non c’è più, nel rock, ha quasi sempre ragione. Gli At the Drive-In, sciogliendosi all’apice del successo, avevano compiuto il loro vero capolavoro: lasciare tutti con la bava alla bocca, dividendo i fan in due fazioni, quella più attaccata alla matrice emo-core di scuola Fugazi che preferiva la metà della band poi divenuta gli Sparta (da recuperare assolutamente il loro primo disco, Wiretap Scars, del 2002), e quella appassionata al lato più avventuristico e se vogliamo osé della proposta, che aveva seguito i Mars Volta dei boccoluti Cedric Bixler-Zavala e Omar Rodriguez Lopez, che almeno fino a Frances the Mute (2005) incluso, avevano provato a proporsi come uno dei fenomeni di riferimento del rock alternativo americano. Ricordo benissimo i fan più integralisti che nei forum dell’epoca osavano lanciare sondaggi del tipo “Preferite De-Loused in the Comatorium, Lateralus o Songs for the Deaf?”. Per la cronaca, per il loro masterpiece, nella nostra TOP 100 degli Anni ’00 non c’è stato posto. 

Dopo il fallimento di entrambi i progetti nati dalle costole degli At the Drive-In, i ragazzi hanno fatto pace. O quantomeno hanno compreso che solo l’unione poteva tornare a fare la forza. Solo Jim Ward, mente dei primi ATDI e degli Sparta, non ne ha voluto sapere. Questione di orgoglio, di mancanza di appetito o di vecchie ruggini, o delle tre insieme. Ma gli altri, guardandosi negli occhi, hanno convenuto che valesse ancora la pena riesumare un brand che ormai in molti hanno dimenticato, e che forse, dopo 17 lunghi anni, non tutti saranno disposti a seguire. Difficile, di questi tempi, poter coinvolgere chissà quanti nuovi adepti.

Si intitola Inter Alia il quarto full lenght dei ragazzi originari di El Paso, TX, e sembra far finta che niente sia accaduto in tutti questi anni. Si tratta infatti di undici pezzi che formano una sorta di ideale proseguimento di Relationship of Command (2000) – questo sì che c’è nella TOP 100 – e che se ha un solo elemento di sorpresa, è quello che vede Cedric e Omar di nuovo alle prese con musica in qualche modo definibile come convenzionale: non eravamo più abituati a trovarli costretti nella forma-canzone, e ciò produce un discreto effetto curiosità. Peccato però che duri poco, e che presto vengano fuori i limiti di una reunion che sa di caffeina più che di esigenza artistica. C’è la velocità, ci sono alcuni degli spigoli e delle soluzioni stilistiche che li hanno resi noti, ma gli arrangiamenti sono così omogenei che i brani, tranne forse “Ghost-Tape No. 9” che stacca troppo tardi sul resto, sembrano tutti troppo simili. Manca come il pane la voce screamo di Ward – ne risente particolarmente il singolo “Governed by Contagions”, in cui Cedric è costretto a cambi di registro al limite dell’improbabile – e in generale la produzione del fido Rich Costey non riesce a fare emergere le melodie delle chitarre. La foga agonistica è apprezzabile, ma se si ripensa ai giochi di toni alti e medi, e ai ritmi più spesso uptempo, ma a volte anche riflessivi e sanamente emo del periodo Vaya e Relationship of Command, comprendi già a primo ascolto che manca l’urgenza e la sensazione di pericolo che provavi ascoltando i vecchi At the Drive-In. 

Purtroppo un album del genere non aiuta nessuno. Né chi ha sempre sofferto il prematuro scioglimento degli ATDI, né i protagonisti della reunion che forse, a prescindere dal progetto, dimostrano ancora una volta con Inter Alia di non averne più da un pezzo. A meno che non ci si accontenti di così poco, pur di rivederli assieme dal vivo. Ai novizi consigliamo di recuperare il vecchio catalogo, in caso.

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