Wovenhand – Star Treatment

Wovenhand – Star Treatment

Non sarà Bruce Springsteen, ma anche di David Eugene Edwards si è ormai scritto tutto. E più o meno, ad ogni recensione, i riferimenti, le storie, gli aggettivi sono sempre gli stessi. Passano gli anni, si evolve lo stile, fluttua l’ispirazione, cambiano le formazioni, ma le parole per raccontare la musica di questo personaggio gira gira sono sempre quelle: alle radici della musica americana, attraverso sentieri folk religiosi e blues apocalittici, 16 Horsepower prima e Wovenhand poi hanno rilasciato dischi fuori dalla dimensione temporale, profondi e posseduti come poco altro nella storia del rock. Se pensi a un portatore sano di questi sentimenti gotici, il nome di Edwards è sempre tra i primi che ti vengono in mente, magari assieme a quelli dei gran maestri David Tibet e Michael Gira. Chi ha avuto l’occasione di incontrarlo dal vivo poi, ha certamente ben nitido il ricordo dello stato di trance in cui cade e si trasforma durante l’esibizione, e più forte sarà in lui la convinzione di aver conosciuto un artista ben distante dalle logiche con cui siamo soliti classificare la musica rock. 

Detto nuovamente tutto questo, il nuovo Star Treatment – edito dalla Sargent House, e non più dalla Deathwish di Jacob Bannon dei Converge come il precedente Refractory Obdurate (2014) – è già di per sé spiegato, perché le emozioni che muove, toccando corde più elettriche e distorte, sono grossomodo le medesime. Gli ornamenti percussivi, i filtri vocali, le note di piano, la psichedelia vagheggiante, il ritmo, i riverberi tragici, lo sfondo metallico: gli ingredienti conditi nelle nuove composizioni sono di prima scelta, e la firma, seppure la ricetta non sia più né quella folkloristica dei tempi di Sackcloth ’n’ Ashes (1996), né quella dell’omonimo primo album dei Woven Hand (2002), è pienamente leggibile su ogni pagina. Ancestrale, mistico e tribale. In altre tre parole: David Eugene Edwards.

Si lasciava intendere di uno scenario metal, forse suggestionati anche dal fatto che il disco l’ha registrato Sanford Parker – noto produttore della scena metal e hardcore di Chicago – presso gli Electrical Audio di Steve Albini, con l’ausilio di due membri della formazione post-hardcore dei Planes Mistaken For Stars. Ma in realtà il vero sfondo è quello del cielo stellato, la cui osservazione ispira i versi delle 11 nuove composizioni di Edwards, sempre allineate alla sua visione cristiana, certo non cosmica ma comunque affascinata dallo spazio mistico infinito. Non vi lasciate confondere: Star Treatment non è più duro del suo predecessore, e di certo non appare come un episodio forzato all’interno della sua ormai imponente discografia. 

Ogni volta che esce un disco a nome Wovenhand, sprechiamo aggettivi e votoni per lodare l’ennesimo sforzo intellettuale di questo gigante dei nostri anni. Poi, al momento di tirare le somme di fine anno, puntualmente non abbiamo il coraggio di metterlo in alto, tra gli album migliori dell’annata, e qualcuno, giustamente, ce lo fa anche notare nel forum. “Ma come, vi era piaciuto tanto, e poi nemmeno finisce in top 10? Ve lo siete già dimenticato?”. Un’obiezione che ci sta tutta, infatti, ma allo stesso tempo, come ci siamo detti in precedenza, quest’artista è ormai andato oltre le dimensioni canoniche del rock, e non ha neanche più senso metterlo a competere con le nuove leve: Edwards gioca di pieno diritto nel circolo dei giganti senza tempo, e pur senza essere arrivato al vero grande pubblico, il destino di diventare una leggenda del rock è già scritto. Fra 200 anni noi non ci saremo più, e forse non ci sarà più neanche la Chiesa per come la conosciamo oggi. E si andranno a cercare santi alternativi, proprio come lui. Così quando la sua santità sarà proclamata in piazza San Pietro, ricordatevi che noi ve l’avevamo detto.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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