William Basinski – A Shadow in Time

William Basinski – A Shadow in Time

Metà della durata di A Shadow in Time è occupata da un pezzo da venti minuti dal titolo “For David Robert Jones”. La nuova uscita di William Basinski rischia di essere soltanto una buona scusa per tirar fuori l’argomento David Bowie a un anno di distanza dalla sua scomparsa. Ci si augura che possa invece essere un buon punto di partenza per la scoperta (o riscoperta) dell’artista americano. È chiaramente impossibile non prendere l’argomento Bowie, con quel sax che associato al suo nome evoca inevitabilmente “Subterraneans”, ma è proprio questo che dovrebbe far riflettere.

Intervistato da Fact ha raccontato di essersi messo a scavare nei suoi archivi di loop alla ricerca di qualcosa di nuovo da proporre in giro per il mondo. Ha provato a usarne qualcuno giudicando orribili i risultati ottenuti, ma sono assolutamente certo che qualcuno si sarebbe esaltato lo stesso per quelle bozze venute male. Poi ha trovato un nastro mezzo masticato dal gatto e dopo un taglia e cuci delle parti meno rovinate ecco un qualcosa di definibile come classic Basinski.

Non possiamo avere la presunzione di capire a fondo cosa distingua un nastro in loop qualunque da un classico Basinski; se potessimo farlo saremmo come lui. A noi serve altro, abbiamo bisogno di un appiglio più sostanzioso. Gli stessi Disintegration Loops non sarebbero ugualmente efficaci se non ne conoscessimo la natura: vecchi nastri suonati all’infinito fino al completo deterioramento, per giunta legati a doppio filo agli attacchi terroristici dell’undici settembre. Testine come aerei dirottati, nastri come grattacieli in fiamme, loop come persone affacciate disperatamente alle finestre. Alla luce di questo, i Disintegration Loops sono forse stati più efficaci di qualunque altra forma d’arte nel raccontare quella tragedia in quanto si spingono molto al di là, ce l’hanno portata direttamente dentro purificandola da ideologie e dietrologie, lasciandoci un concetto di consunzione e fine potentissimo.

Ed ecco perché ci aggrapperemo a quel sax e a tutte le suggestioni bowiesche che esso porta. “For David Robert Jones” è meglio di qualunque concerto di tributo, qualunque biografia e qualunque EP postumo, perché con una mezza allusione è in grado di riportare a galla tutte le nostre memorie legate a David Bowie. Non quelle di altri, non quelle di chi negli anni ’70 c’era o era in mezzo alla folla in occasione del mega concerto di compleanno dei suoi 50 anni. Non quelle ma le nostre, ed è un regalo preziosissimo. “A Shadow in Time” ci lascia certamente più liberi di fantasticare, è una traccia che fa meno rumore ma che non è meno intensa. La nostra immaginazione ha il potere di costruirci attorno qualsiasi cosa, con la giusta predisposizione d’animo. Ascoltarla dopo “For David Robert Jones” può essere d’aiuto.

Fatto sta che nel bel mezzo dell’ascolto di un pezzo di Basinski c’è sempre un momento in cui si realizza come una ripetizione ossessiva possa diventare un’esperienza emotivamente forte; i suoni vengono usati come passepartout per accedere al nostro spazio personale e andare sempre più a fondo, ciclo dopo ciclo. Non dobbiamo preoccuparci di nulla, non dobbiamo sforzarci di capire, dobbiamo solo affidarci a lui. William Basinski è uno scassinatore di lusso.

 

Webmaster, blogger e ghostwriter. Si dice che abbia una compilation con dentro ogni buona canzone mai scritta. L'immagine della perfezione è la Via Lattea su una foresta di aghifoglie. Se ha un suono ha anche un colore, e questo vale anche per l'acqua. Com'è evidente, ha sempre parlato per enigmi. Low e Loveless in blu come dischi della vita.

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