Weezer – Weezer (White Album)

Weezer – Weezer (White Album)

Una decade di mediocrità e scelte a dir poco autolesioniste hanno fatto si che oggi, l’annuncio del decimo disco dei Weezer non faccia grande notizia, se non agli occhi dei fan duri a morire che strenuamente hanno resistito ai vari colpi rifilatigli. Al minimo storico di popolarità con i criticatissimi Raditude e Hurley, la situazione sembrava ormai compromessa, eppure come un fulmine a ciel sereno, l’uscita di EWBAITE del 2013 è riuscita nel riallacciare parzialmente il rapporto con la critica e la fanbase storica, a suon di chitarre rockeggianti e versi velatamente apologetici.

Il frontman però ci ha sempre tenuto a non fossilizzarsi per accontentare questa o quella frangia di fan (per provare il punto ha pure finito, in una sorte di crisi artistico/esistenziale, nel rovinare la propria reputazione), e c’era quindi da aspettarsi quanto meno una variazione sul tema rispetto al lavoro precedente, cosa che effettivamente è avvenuta. Da un lato la scelta di farsi produrre l’album dal giovane Jake Sinclair (ex membro di una cover band proprio dei quattro, e quindi egli stesso fan e conoscitore del vecchio sound), dall’altro una virata verso lidi estivi, con le ridenti spiagge californiane a fare da onnipresente fondale.

Il primo singolo è stato “Thank God for Girls”, una traccia weird tanto nel suono quanto nel bizzarro lyric video, disorientante ad un primo ascolto per la mancanza di punti di riferimento musicali, ma in fin dei conti promossa per la catchiness del ritornello. Il White Album presenta dunque due anime: quella spiccatamente rock con distorsioni soniche già note, che animano la prima ed onesta traccia “California Kid”, e l’altro singolo “King of the Worlds”, meno impattante ma da segnalare per la curiosa presenza da una linea di basso molto simile alla cara Only In Dreams; Dall’altro lato, l’anima squisitamente pop, distante per fortuna da quell’idea di musica pigra, fiacca e fatta solo per provare a scalare classifiche come è stato fino a qualche anno fa. Brani alla “Wind in Our Sail”, o “(Girl We Got a) Good Thing” seppur non tra le migliori produzioni, fanno il loro discreto mestiere, mettendo in luce ancora una volta il talento indiscusso di Cuomo nel creare melodie semplici ma accattivanti. Per gli inguaribili nostalgici “Do You Wanna Get High?”, con il suo incedere malinconico, tra chitarre sporche ed i cori in sottofondo, è la cosa più simile all’era Pinkerton che potrete chiedere ai Weezer di oggi.

I temi inutile dirlo sono sempre quelli, c’è una (o più) donna(e), al centro c’è Cuomo, e se cercavate un manifesto per il disco lo troverete in “L.A. Girlz”, il cui lavoratissimo bridge ha il potenziale di regalare al gruppo una bella percentuale di diffusione radiofonica, quanto meno nella costa Ovest. “Jacked up” è puro pop che farà impazzire gli appassionati del falsetto del cantante, una delle tracce in cui più si fanno sentire le mani extra in fase di scrittura, del resto non sarebbe possibile sopravvivere oggi con quella dittatura autoriale degli esordi. “Endless Bummer” chiude in maniera azzeccata l’LP, dove la fine dell’estate invocata dall’eterno ragazzo Rivers, potrebbe in un certo senso far eco alla celebre “I Just Wasn’t Made for These Times” dei Beach Boys (a proposito c’è anche bisogno di sottolineare quanto Brian Wilson ci sia in questo disco? No vero?), e non può che preannunciare lo shift verso chi sa quali vie intraprenderanno nel Black Album che pare essere in sviluppo già da 6 mesi.

I weezer moderni sono questo, inutile tentare di estorcere qualcosa di più di canzoni leggere ed orecchiabili; inutile rimpiangere quei brani tanto coinvolgenti in superfice quanto profondi strutturalmente (“Falling for You”) o tempi che non torneranno. Indubbio che ci sia una punta di amarezza nel dover accontentarsi ed addirittura celebrare il fatto che i brani se non indimenticabili, siano quanto meno inoffensivi, eppure il sollievo di non dover più vedere nomi del calibro di Dr. Luke (il produttore di Kesha, per dire) nei credits, o peggio ancora di sentire un rap verse con il Lil Wayne di turno, c’è. Everything Will Be Allright in the End ci diceva la scorsa volta, speriamo sia vero, per questa volta limitiamoci a sperare che se non memorabili, questi brani ci durino per lo meno fino a fine estate.

Il figlio e l'erede di niente in particolare. "The media cyborg lives thanks to the media. In the age of cyber-medialism with its emphasis on simulation the hi-tech media become the condition for survival". Dicono di me (?): "His mind is in a perpetual St. Vitus dance - eternal activity without action - "

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