Warpaint – Heads Up

Warpaint – Heads Up

Prima di cominciare ad ascoltare le Warpaint, avevo verso di loro un gran pregiudizio, lo ammetto. Perché era uno dei gruppi che piace alla gente che piace, quella gioventude un po’ hipster un po’ fighettina che ascolta indistintamente gran bella roba e gran bella merda; quelli, per capirci, che impazziscono per Bon Iver, The xx e Nicolino Jaar ma che spendono anche 50/60€ per vedere i Florence + the Machine ritenendoli “grandi artisti rock” di oggi. E nello spettro rientrano anche le Warpaint. E, essendo un pelino snob, la diffidenza c’era.

È naturale quindi che, ascoltandole la prima volta, il fatto che siano un rimpasto di molte cose già sentite, già assimilate, già conosciute a memoria, non aiutasse a conquistare la mia simpatia. Certo, va bene, non sono puzzonate, non sono vere e proprie copie, hanno comunque gusto nel fare quello che fanno, siamo onesti. Ma la prima impressione è quella. Poi però leggi i voti dei magazine online e non, leggi che anche la gente giusta ne parla bene e decidi di insistere. E lì succede. E non è una cosa frequente. Le “cattive impressioni” non se ne vanno ma diventano man mano sempre meno cattive, e ti accorgi che le canzoni sono davvero belle, oltre ad avere gusto. Gattopardianamente cambia tutto pur rimanendo tutto uguale. E la caccia all’ispirazione diventa futile, perché realizzi che ok, la canzone x è sì pesantemente ispirata all’opera y del gruppo z, ma senza questa influenza non avresti ascoltato una gran bella canzone. O anzi, più che futile contare quante ce ne sono all’interno della singola canzone diventa quasi divertente.

Anche perché questa diattriba va avanti da una vita: una cosa derivativa può essere valutata indipendentemente dal retaggio che si porta dietro? Sono solo le opere originali a 360° a poter essere definite “belle”? Perché se questo è il caso, tocca lasciarsi alle spalle gente come Interpol, Japandroids, Tame Impala, Horrors, la nuova ondata shoegaze, eccetera eccetera (solo per rimanere nell’ambito rock). Io, personalmente, proprio non mi sento pronto a farlo.

Ovviamente, in tutto questo Heads Up non fa eccezione.
Se il precedente omonimo era, come suggeriva la copertina, più rarefatto e un po’ più personale dell’esordio, questo disco è meno tristacchione dei due predecessori, quasi più angeleno, per quanto possa il termine “angeleno” essere usato da noi bianchi. Non mi piacciono le recensioni che snocciolano elenchi di artisti, ma in questo caso… La parte curiosa, quasi divertente, è che riescono a far convivere organicamente nello stesso disco new wave, Bark Psychosis, Nirvana, The xx e pure qualcosa dell’elettronica che piace a noi. Per non parlare dello strepitoso giro di basso che si trasforma in quella canzone bellissima che è “So Good” (omen nomen). Qualcuno la chiamerebbe combinazione insolita, loro evidentemente la chiamano alchimia. Anche perché mica è So Good l’unica canzone bella del disco, anzi! Alchimia, dicevamo. Sì, ma in questo caso funziona.

Leggo fumetti e ascolto musica molto più di quanto sarebbe sano, ma molto meno di quanto vorrei. Tampono il vuoto con serie, film e pigrizia.

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