Vampire Weekend – Father of the Bride

Vampire Weekend – Father of the Bride

Sentiamo di poterci sbilanciare: i Vampire Weekend non saranno mai una band planetaria. Eppure il momento di cambiare (per crescere, allargarsi, aprirsi ulteriormente) era arrivato ampiamente dopo quel micidiale trittico iniziale che a suo modo ha lasciato il segno non solo nell’hipsterismo – che ha sempre fame di novità e mood di cui innamorarsi nell’intimo – ma gradualmente anche nella critica allargata che include la diffusione radio, web e su eventi di più ampia portata. Da cosa nasce quindi cosa, e in queste cose anche i Vampire si sono (giustamente) crogiolati. Fino all’evento traumatico, affrontato in un percorso di nuova e diversa consapevolezza che ha come faticoso approdo questo Father of the Bride, a quasi sei anni dall’acclamato Modern Vampires of the City che aveva perfezionato le timbriche inusuali e la voglia di ritmiche di varia estrazione folk & pop che hanno fatto da marchio di fabbrica nelle composizioni più brillanti di Ezra Koenig

Lo stesso Ezra lo ha svelato: la prassi è sempre stata quella di arrivare con il motivo e con il ritornello, composti su una chitarra da due soldi in qualunque momento della giornata, per poi condividerlo con gli altri componenti del gruppo. In particolare con il geniale gusto di Rostam Batmanglij, tastierista e orecchio fonico della band, il quale toccava, immaginava, ritoccava e rendeva attuale il classicismo di base nelle corde del frontman.

Ecco quindi l’evento traumatico di cui sopra: Rostam ha raccolto baracca e burattini e ha lasciato il gruppo. Un po’ per sentirsi protagonista, un po’ per sperimentare per conto proprio. Il passaggio scelto da Koenig, nel frattempo corteggiato dalle grande etichette (impossibile non accettare la corte della Columbia/Sony), è duplice e probabilmente indotto dalla necessità di ripagare le aspettative rilanciando anche il look della creatura Vampire Weekend. Da un lato irrobustire il gruppo e quindi le soluzioni possibili (da quattro a sette membri, più coriste sul palco la polistrumentista losangelina Greta Morgan che si dice anche essere parente alla lontana dello stesso Ezra), dall’altro lato togliere la maschera nerd e aprire i testi – “ho capito quanto sia importante abbandonare un certo ermetismo” – e alcune musiche a cliché più popolari e potenzialmente su più larga scala.

Partiamo dunque dalla fine, dalle cose meno sorprendenti e per i fan della primissima ora probabilmente anche meno riuscite all’interno comunque di un disco fitto di spunti e brani – 18 in tutto – che potenzialmente, da quanto dicono i nostri, avrebbe anche potuto contenerne il doppio (“Magari faremo un Father of the Bride parte seconda”, annunciano tra il serio e il meno serio). Il countryeggiante e già sentito brano d’apertura in duetto con Danielle Haim per esempio, presente in addirittura tre brani dei quali ci teniamo unicamente il lato etnico di “We Belong Together”. Oppure brani secondari quali e poco profondi e canonici per il palato di chi segue il genere quali “Rich Man” e “Sympathy”. 

 

Fatta questa operazione, si passa al piatto forte, che rende giustizia ed è davvero abbondante. Un piatto al solito caleidoscopico – per quanto davvero molto (troppo?) pulito nei bordi – in cui si può sguazzare. Chi scrive ha consumato le tracce, e oltre i venti ascolti il giudizio finale è tratto se si tratta di scegliere gli acuti e i capisaldi del disco. “This Life”, il singolo, è esattamente ciò che avrebbe scritto e suonato il Buddy Holly del 2019; “How Long” è alternativa ma fa cantare anche i bambini, e tanto basta; “Unbearably White” ci riconsegna il Vampire mood e le trovate melodiche che ci hanno appiccicato addosso questa band; “My Mistake” e soprattutto la finale “Jerusalem, New York, Berlin” sono le ballate urbane che in pochissimi sanno hanno interpretare; infine i pezzi da luna park in collaborazione con Steve Lacy degli Internet che attestano Ezra Koenig tra gli autori simple-pop più compiuti dell’epoca moderna. Come fu a suo tempo, per dire, Ray Davies dei Kinks, mai troppo riconosciuto nell’assolutezza delle sue capacità. Due che sono diavoli e acqua santa nello stesso bicchiere, due da Coca Cola e vino rosso durante la stessa cena. Gente divertente, che non si prende troppo sul serio, a cui generazioni diverse debbono molto. Come si potrebbe diversamente comporre una canzone come “Spring Snow”, ciliegina sulla torta di matrimonio?

“Non mi dà più i brividi come allora, ma resta una delle cicatrici a cui sono più legato. Mi riempiva di carica come accade alla birra man mano che la si versa dentro il boccale. Già densa e corposa, sembra che si espanda ulteriormente. Quella canzone, tra l’altro, parlava di New York” (autocit. UnoZero)

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