Uniform – Wake in Fright

Uniform – Wake in Fright

Se è vero che troppe volte il rock è stato spacciato per morto, è pure vero che altrettante è rinato sotto nuove forme: la contaminazione è stata il siero dell’eterna giovinezza per tutto il genere, anche se negli ultimi anni qualcosa è cambiato. Le stagioni leggendarie degli anni novanta sono un lontano ricordo e l’indie rock degli anni zero sembra aver esaurito la sua migliore forza espressiva: è sufficiente guardare alle uscite dell’anno passato per capire quanta difficoltà stia attraversando il rock a trovare una sua dimensione nei nostri tempi.

Fin dall’inizio di quest’annata le cose sono sembrate andare per il meglio, con il grande ritorno dei Japandroids che ha portato una ventata di freschezza di cui si aveva bisogno come il pane. Tuttavia nell’attesa di un nuovo colpo di coda che muova le acque in maniera più sostanziale, si può sempre tornare indietro nel tempo a sviscerare capitoli della storia rock che magari si era saltati colpevolmente, mentre per chi è già arrivato anche a questo è sempre più difficile trovare qualcosa di nuovo a cui appigliarsi nel panorama attuale. Ricordate quando prima dei social network e del conseguente appiattimento di ogni discussione su internet, nei forum ci si esaltava per l’ultima scoperta musicale da condividere con altri appassionati? Ecco, questo degli Uniform è il classico caso in cui dieci anni fa avremmo speso intere pagine di overanalizing mentre ascoltavamo il disco a volumi esagerati.

Wake in Fright è il primo LP dopo l’ingresso del duo newyorkese in una delle etichette più interessanti degli ultimi anni: la Sacred Bones di Brooklyn, una scuderia che vanta al proprio interno nomi del calibro di Blanck Mass, Pharmakon e Jenny Hval. Se c’è un fattore comune in questi nomi appena citati è quello della sperimentazione, seppur in direzioni diverse, e anche gli Uniform non si discostano da tali coordinate: la loro musica non inventa nulla di nuovo, in fondo nessuno pretende rivoluzioni copernicane dal rock di questi tempi, ma piuttosto cerca nuove forme di fusione per elementi già conosciuti.

La voce stridente di Michael Berdan è qualcosa che rischierete di ritrovare nel peggiore dei vostri incubi, di quelli che vi fanno svegliare nel cuore della notte con il nodo alla gola. L’altra metà del gruppo è Ben Greenberg, già bassista dei Men, qui in cabina di regia con in braccio chitarre distorte ai limiti del possibile e pad che dettano ritmi da marcia militare. Il risultato è un ibrido notevole di hardcore punk, noise, e contaminazioni dall’industrial rock più puro dei primi anni novanta. Impossibile non pensare ai Nine Inch Nails del periodo Broken, ai Ministry, addirittura anche ai Godflesh in alcuni momenti del disco, mentre in altri tornano in mente gli A Place to Bury Strangers, anche se qui non trovano spazio le sfumature post punk di questi ultimi.

Ma Wake in Fright ha al suo interno anche un forte messaggio politico, e non poteva essere diversamente per un album uscito il giorno dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. In quel delirio incontrollabile che è “The Killing of America”, Berdan punta il dito contro tutte le sparatorie avvenute nell’ultimo anno in territorio americano nel nome della libertà di difesa: mentre siamo preoccupati dal pericolo immaginario dello straniero, il vero nemico mortale cova dentro di noi pur non riuscendo a vederlo perché accecati dall’egoismo. Nelle battute finali del disco “Night of Fear” tratteggia scenari oscuri come non mai, riflesso di un paese sull’orlo di un abisso di paura che ci fa tornare in mente le parole di Nietzsche: “If you gaze long into an abyss, the abyss also gazes into you“. Anche gli Uniform hanno scrutato fin troppo lì in fondo, e il loro è un ritratto perfetto dell’incubo americano contemporaneo.

Divoratore compulsivo di musica e cinema, integralista audiofilo. Ama girare il mondo alla ricerca della parte migliore di sé, parlare con gli sconosciuti, e creare playlist per qualsiasi occasione. Attenzione a non risvegliare il suo animo nerd nascosto, potrebbe essere difficile da placare.

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