Tu puoi farlo Beth Gibbons

Non siamo né fruitori né conoscitori di musica classica contemporanea, ma persone che dicono di intendersene, ci hanno fatto capire che no, questo disco di Beth Gibbons con la Polish National Radio Symphony Orchestra diretta da Krzysztof Penderecki non è qualcosa da tramandare ai posteri. Altri, che come noi ne sanno poco o niente, considerano invece incredibile la performance lirica in polacco della Gibbons, e avrebbero voluto essere presenti la sera della performance al National Opera Grand Theatre di Varsavia, il 29 novembre 2014.

Sta di fatto che forse solo i fan più accaniti dell’artista inglese avranno reale voglia di possedere e far girare questa registrazione così pesante da digerire tutta d’un fiato per chi proviene da ascolti e background rock.

L’occasione è però ghiotta per una riflessione sullo stato delle cose del fronte Portishead, o meglio su quanto sarebbe bello poter avere un loro nuovo disco, ora che cominciano a essere undici gli anni di iato.

A ripensarci, Third si è rivelato anche più importante di quello che è sembrato all’inizio, ovvero solo un ritorno in grande forma di una formazione che aveva fatto la storia del trip hop e soprattutto, a onor del vero, del noir pop. Quando è uscito ci si è più concentrati sul valore delle composizioni e della performance di un’ispiratissima Beth Gibbons, che non sul significato di quell’album rispetto al suono, alle possibilità, agli espedienti tecnici utilizzati per registrare le sue undici tracce. Il fatto che ancora oggi non vi sia stato un seguito, per come la vediamo, è davvero sintomatico dello stallo in cui versa certo rock d’autore, soprattutto made in Europe, da cui pochissimi se non nessuno – e certo nemmeno loro da cui è lecito attendersi uno statement importante – riesce a progredire. Third non era un album ipertecnologico o postmoderno, anzi, sembrava voler accentuare le imperfezioni, il ritorno all’analogico per guardare al futuro, il ruvido spirituale del rock. Non era Kid A rispetto ai Radiohead degli anni Novanta, non erano i Coil dell’ultimo periodo rispetto a quelli degli esordi, era semmai un under-statement in piena regola. Sembrava tuttavia voler riportare tutti alla ragione, a una nuova commistione, all’uso della moderna tecnologia in funzione della canzone rock, e non viceversa. E nel farlo, era in realtà modernissimo, tanto che ad oggi ci risulta insuperato. Da allora in pochi hanno provato a fare passi concreti in direzioni nuove e diverse (ci vengono in mente i Radiohead di The King of Limbs in particolare, o parzialmente e con ben altre tonalità, i Gorillaz).

A quanto ci è dato di sapere, la Gibbons – che pure si è certamente preparata molto per questo lavoro con la NOSPR – non considera concluso il rapporto con Geoff Barrow (ok, potremmo anche intitolare questo pezzo “Tu puoi farlo Geoff Barrow”). Forse è finita con Rustin Man, che nel frattempo ha dovuto pubblicarsi il potenziale seguito di Out of Season cantandosi le parti che magari aveva immaginato per Beth, ma non crediamo o non vogliamo credere che per i Portishead la storia sia conclusa con Third.

Certo che tornarsene dopo dieci anni abbondanti con un LP in cui presta se stessa alla musica classica contemporanea – che diciamocelo, non è il suo mestiere – non argomenta pienamente la nostra tesi, ma teniamo viva la speranza di un quarto capitolo perché appunto vediamo nei Portishead uno dei pochi nomi che può in qualche modo rilanciare le sorti del pop rock tutto.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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