True Widow – Avvolgere

True Widow – Avvolgere

Chi c’era cinque anni fa, quando usciva As High as the Highest Heavens, si ricorderà di come acclamammo quel disco con assoluta convinzione. Correva l’anno 2011, e per chi masticava rock pesante non erano tempi facili: gli ISIS (il gruppo!) si erano già sciolti, dei Neurosis non vi era traccia da anni, e restavano giusto i Mastodon a tenere il fronte, tra alti e bassi. Meno grave la crisi sul fronte stoner, anche se il capofila Josh Homme aveva già sparato le sue cartucce migliori. Insomma, il quadro completo non era proprio incoraggiante.

Magari è stata proprio questa situazione ad aver reso il secondo lavoro dei True Widow un vero fulmine a ciel sereno. Quelle nove tracce erano riuscite a condensare elementi tipici dello slow core, chitarre stoner con echi di shoegaze, bassi slabbrati in stile sludge, facendoli convivere in un calderone sonoro irresistibile per gli amanti dei generi citati. Ne è venuto fuori anche un termine, stonegaze, coniato appositamente per provare a dare un’idea di come suonavano i True Widow. As High as the Highest Heavens era finito in alto nelle nostre classifiche alla fine di quell’anno, così come anche il successivo Circumambulation che giungeva due anni dopo, continuando nella stessa direzione con piccole ma interessanti novità.

Ed eccoci arrivati ad oggi. Rispetto a un lustro fa la situazione è cambiata: i recenti ritorni di Aaron Turner con i suoi Sumac, così come quello dei redivivi Neurosis, danno nuova speranza a un genere che per troppo tempo è caduto in letargo. Verrebbe da pensare che i True Widow hanno contribuito a questo nuovo slancio, o perlomeno a me piace pensare così dato il momento particolare che attraversava la scena quando usciva il loro secondo LP. Ma la realtà è che i tre texani finora non hanno avuto l’attenzione che meritavano, rimanendo culto di un pubblico troppo striminzito rispetto alla qualità della loro proposta: quanti nostalgici degli anni Novanta con ancora i Kyuss nello stereo conoscono i True Widow? Non molti, ed è un peccato, anche se non sembra essere un problema per il chitarrista Dan Phillips che lavora a tempo pieno come artigiano del legno e considera la sua band un puro divertissement. Tuttavia il recente ingresso del gruppo nella scuderia della storica Relapse Records ha mosso qualche riflettore della stampa specializzata, anche se il salto verso palcoscenici più importanti si sta ancora facendo attendere: che sia questa la volta buona?

Con Avvolgere la sfida era prima di tutto quella di dar vita ad un nuovo capitolo musicale che non facesse rimpiangere i validi precedenti, e posso anticiparvi già da ora che i True Widow sono riusciti nell’intento anche stavolta. Nessuna svolta eccessiva, in fondo non ce n’era alcun bisogno, piuttosto piccoli ma importanti passi avanti nell’evoluzione dello stile: ecco quindi che ritroviamo quel suono ormai marchio di fabbrica, dominato da chitarre pesanti ed avvolgenti. A cambiare in maniera più evidente invece è la sezione ritmica guidata da Timothy Starks, che continua l’accelerazione già iniziata col precedente Circumambulation, per quanto di accelerazione si possa parlare con un gruppo come i True Widow.

Il cambio di passo è evidente già dall’apertura affidata all’oscura “Back Shredder”, che scorre veloce anche grazie alle corde della chitarra indemoniata di Dan Phillips, e continua anche col singolo “Theurgist”. Dobbiamo arrivare alla terza traccia per riassaporare un pizzico di quella lentezza che ci aveva stregato all’ascolto di As High as the Highest Heavens, ma non rimarrà un episodio isolato all’interno del disco: la conclusiva “What Finds Me” è lì a darcene un altro assaggio facendoci tornare in mente per un attimo i Codeine.

Ma l’accelerazione sul piano ritmico non è la sola delle novità. Il basso di Nicole Estill mai come in questo capitolo gioca un ruolo da comprimario insieme alla chitarra di Phillips, creando un groviglio perfetto a cui si uniscono anche le voci alternate dei due, come in “The Trapper and the Trapped”. Summa perfetta di questi nuovi elementi è “Sante”, dove una linea di basso pesante come non mai regge il tutto con la batteria in primo piano.

Così come la loro musica è dettata da tempi sommessi ma inesorabili, anche i True Widow lentamente hanno seguito un’evoluzione: chi ha dubbi a riguardo è invitato ad ascoltare l’esordio omonimo dopo questo Avvolgere per osservare quanta strada è stata fatta da allora. Il trio di Dallas non ha voluto stravolgere le basi del loro suono, ma ha preferito affinare una formula già ben messa a fuoco. I risultati di questa sapiente scelta non potranno che fare felici i vecchi seguaci del gruppo e magari avvicinare nuovi appassionati, in primis quei reduci dagli anni novanta che ancora faticano a trovare nuova musica a cui appigliarsi.

Un album come Avvolgere ci ricorda che a volte non vogliamo essere stupiti, ma cerchiamo solo delle valide conferme: i True Widow sono una di queste e non possiamo far altro che promuoverli anche in questa occasione.

Divoratore compulsivo di musica e cinema, integralista audiofilo. Ama girare il mondo alla ricerca della parte migliore di sé, parlare con gli sconosciuti, e creare playlist per qualsiasi occasione. Attenzione a non risvegliare il suo animo nerd nascosto, potrebbe essere difficile da placare.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi