Trent Reznor And Atticus Ross, Mogwai, Gustavo Santaolalla – Before The Flood OST

Trent Reznor And Atticus Ross, Mogwai, Gustavo Santaolalla – Before The Flood OST

Sapendo quanto fieramente il neo presidente degli USA affermi che il riscaldamento globale sia solo una grossa bufala cinese, adducendo tra l’altro inoppugnabili argomentazioni di tipo empirico (a New York fa freddo), non riusciamo proprio a spiegarci come mai qualche nullafacente buontempone abbia deciso di imbarcarsi in un immotivato investimento di tempo e risorse per sostenere il contrario. I nomi coinvolti sono pure grossi, Scorsese alla produzione, Leonardo di Caprio come protagonista, il duo Trent Reznor – Atticus Ross in veste di Executive Music Producers… che abbaglio collettivo devono aver preso per cimentarsi in una cosa del genere. Più di un’ora e mezza di contenuti, un viaggio impegnativo tra le Americhe, l’India, la Cina e il circolo artico, addirittura non uno ma ben tre artisti differenti per la colonna sonora! E la cosa peggiore è che trattando noi di musica ed essendo purtroppo i nomi troppo caldi da ignorare, ci siamo anche dovuti sciroppare 96 minuti di colonna sonora per voi, per cui facciamo seguire un futile resoconto.

La title track che apre il disco, come la maggior parte dei pezzi presenti, è scritta a 6 mani dal duo Reznor-Ross, sui quali poco c’è da raccontare (giunti ormai al 4° score ufficiale), e dall’argentino Santaolalla, polistrumentista e compositore che avevamo già inserito nella nostra classifica di soundtrack meritevoli dai videogiochi. La traccia parte come molti altri lavori reznoriani dell’ultima fase: beat minimale a scandire il tempo e pianoforte per abbozzare la melodia; ma non appena entra in gioco il pizzicato arpeggio del sudamericano, il pezzo inizia ad assumere un’identità nuova, riempendo egregiamente gli spazi lasciati dai due colleghi, ed equilibrando perfettamente i delicati cori di sottofondo del nasale cantante. Il lungo crescendo finale vede rincorrersi con grazia tutti gli elementi della composizione, tra cui il suono drone ormai trademark degli americani, l’onnipresente pianoforte ed una chitarra distorta vagamente Fragile-era.

I Mogwai dal canto loro, firmano in solitaria appena 4 delle 18 tracce, confermando il buono stato di salute e il proprio agio nel lavorare d’accompagnamento al video. Li avevamo lasciati con Atomic, e li ritroviamo in questa ulteriore nuova veste (ricordiamo senza più uno dei loro membri fondanti), mettendo un po’ da parte sia l’intensità dei chitarroni distorti, sia quegli elementi electro che avevano provato a forzare in Rave Tapes, favorendo invece composizioni delicate, dal suono spettrale e che ben si adattano ai panorami mozzafiato e struggenti che compaiono nel doc. In “Dust Bowl” sembrano portarci nel profondo dell’oceano tramite un mormoreggiante rimestare in sottofondo, e una soffusa chitarra accompagnata da precisi e fantasmici suoni sintetizzati a fare da lead. In “Ghost Nets” l’ambient si fa ancora più dilatata, facendo emergere quel velo di malinconia che permeava gli storici lavori degli scozzesi nelle scorse due decadi. “After The Flood” è una lenta marcia in cui progressivamente i vari strumenti si addensano e arricchiscono un climax che non esplode mai. I tre pezzi scritti dall’argentino in solitaria invece fanno affidamento quasi esclusivo su strumenti ad arco e corde, conferendo un’anima maggiormente primitiva ai brani. “Thin Ice” ad esempio è un gradevole duetto tra gli archi, e quel suo peculiare suono di chitarra proveniente probabilmente da uno strumento della famiglia dei Charango sudamericani.

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Il resto delle tracce portano tutti la firma dei due premi oscar con occasionali incursioni dell’ultimo arrivato, facendo sbilanciare inevitabilmente il minutaggio verso i primi, vuoi perché sono i produttori, vuoi per l’atteggiamento un po’ bossy che ha sempre contraddistinto quel personaggio lì. Riassumendo, potremmo dire che le parti non sono meglio del tutto, o per meglio dire, nonostante il lavoro vanti una godibilissima coesione di fondo e di una discreta varietà, nonostante questo nuovo connubio tra Reznor+Ross e Santaolalla si risolva in un’intesa immediata e riuscita, presi singolarmente i lavori dei musicisti coinvolti, non possiamo dire siano migliori di altre loro precedenti score. I Mogwai, colpa anche un po’ del ridottissimo minutaggio, pur esibendo una performance sufficiente e diversa dalle vecchie produzioni, non riescono ad incidere poi tanto sull’opera complessiva, né a superare le precedenti due colonne sonore rilasciate, in particolare quella di Atomic (prodotto a cui forse dovremmo dare un’altra chance). Di Santaolalla potremmo fare lo stesso discorso, meglio ritornare su qualche lavoro precedente, magari proprio quello fatto su The Last of Us. Sul versante Americano, il prodotto in alcuni brani accusa un po’ di stanchezza, prendete ad esempio “Disappearing” il cui pattern sembra preso pari pari dal catalogo delle Ghosts. Insomma c’è poco che non si sia sentito già nei precedenti tre lavori, ma per fortuna nelle tracce composte in tandem il problema si sente meno, e sarebbe ingiusto non citare anche dei momenti di livello come i malinconici 8 minuti di “8 Billion” o la traccia dei titoli di coda, su cui conviene spendere due parole.

“A Minute To Breathe”  il primo brano a recare anche i vocals di Reznor fuori dal catalogo NIN,  riprende la continuità dei brani quiet della loro discografia, il cui percorso partendo da “Something I Can Never Have” e passante per “Right Where It Belongs” culmina nella più recente “Find My Way”. In particolare se con la seconda la somiglianza risulta banalmente riscontrabile (essendo entrambe ballad accompagnate dal pianoforte), con la terza scorgiamo un disegno comune di fondo, la cui costruzione si sublima nel bellissimo finale, dove la convergenza unisona degli strumenti risuona con grande intesità al ripetersi del dimesso verso “I just need a minute to breathe”. Un discreto pezzo che al netto dei soliti limiti dell’autore, come il vocabolario, la voce che a momenti mal si sopporta, o il ritorno di quei nanana che fanno tanto 1999, consegna un finale altamente emozionale,  senza eccessi inutili.

Nel giudizio finale cerchiamo di non essere troppo duri per quanto riguarda il riutilizzo di suoni, l’assenza di novità o di momenti molto incisivi, stiamo pur sempre parlando di colonne sonore dove l’accompagnamento non troppo invasivo dovrebbe essere il focus principale; è anche comprensibile inoltre come un TR si stia conservando qualche colpo per il prossimo album col gruppo principale che dovrebbe arrivare tra non molto. A differenza di una OST atipica come fu quella del film The Social Network, qui la fruizione è meno accessibile essendo anche il minutaggio piuttosto esteso, risulta chiaro che a meno che non siate appassionati di almeno uno dei tre artisti coinvolti (e se sono i Mogwai non avrete poi tanta soddisfazione) sarebbe meglio passare ad altro, nel dubbio date una chance per lo meno al documentario.

Il figlio e l'erede di niente in particolare. "The media cyborg lives thanks to the media. In the age of cyber-medialism with its emphasis on simulation the hi-tech media become the condition for survival". Dicono di me (?): "His mind is in a perpetual St. Vitus dance - eternal activity without action - "

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