Top Chart Electro 2017

Lo scorso anno ci eravamo limitati a una Top 10 di musica elettronica, questa volta vogliamo arrivare a venti posizioni, perché di carne da mettere al fuoco ce n’è tantissima. Molti degli artisti menzionati hanno in comune il vizietto di pescare dal passato in maniera spudoratissima, ma ciascuno di essi riesce a dare al revivalismo un plot twist notevole e degno di interesse. Mancano sicuramente nomi che troverete presenti in tante altre selezioni, come Laurel Halo, Errorsmith, UMFANG, Kaitlyn Aurelia Smith, Alessandro Cortini, Varg, DB1 o Visible Cloaks, ma dove sarebbe l’utilità di avere classifiche tutte uguali?

E venti posizioni siano, allora, con una buona rappresentanza italiana e una playlist altrettanto corposa che dovrebbe aiutare ad orientarsi in questo elenco.

20. Jlin – Black Origami

Jlin si è ormai guadagnata il rispetto assoluto delle comunità dedite alla musica elettronica ed è rapidamente diventata un personaggio chiave, presente un po’ in tutte le classifiche. L’unico vero suo limite, che è anche quello di Black Origami, è che la sua formula fatta di schegge taglienti e ritmi nevrotici si presta poco ad una evoluzione che possa mantenere alto l’interesse per più di tot tracce. Rispetto a Dark Energy, Black Origami ha guadagnato stile e classe, ma il concetto resta quello che già conoscevamo, e il giochino rischia di stancare. Se riuscisse a trovare la quadra, produrrebbe una vera e propria bomba. Ascolta


19. STILL – I

Per questo lavoro edito dalla Pan, il nostrano Simone Trabucchi si è avvalso della collaborazione di sei vocalist afro-italiani, inseguendo concettualmente il filo conduttore che lega i suoi luoghi d’origine con l’Etiopia (in quanto ex colonia) e la più lontana Jamaica, passando per il suo progetto artistico Invernomuto. Ma al di là degli intenti sociali e intellettuali, pur sempre nobili, la cosa che conta di più è che l’elettronica di STILL è assolutamente fresca e qualitativamente allineata a quello che è lo stato dell’arte. Ascolta


18. Equiknoxx – Colón Man

Già lo scorso anno avevamo premiato il duo giamaicano mettendo alta in classifica la raccolta Bird Sound Power. Colón Man è il primo loro album effettivo, e le caratteristiche e la qualità sono rimaste immutate: dancehall fresca, che alterna e accosta con grande efficacia momenti inquietanti ad altri che sono completamente l’opposto. Restare immobili è un reato: paghereste questo affronto vedendovela con l’Obeah. Ascolta


17. Kara-Lis Coverdale – Grafts

Il drone da ventidue minuti è soltanto la base portante di ciò che è Grafts, che pur essendo un singolone/EP è meritevole di presenziare in una classifica di fine anno più di altri album veri e propri. Ambient, minimalismo, new age, loop music, experimental, chiamatela come volete, ma innamorarsene è questione di pochissimi secondi. Sorprendentemente accessibile, nel suo snobismo da camera. Ascolta


16. Kelly Lee Owens – Kelly Lee Owens

Innovativo? Assolutamente no. Bellissimo? Assolutamente sì. La londinese regala tre quarti d’ora di musica in cui ce n’è per tutti: basta guardare su siti tipo Last.fm o RYM e nei tag ci sono senza soluzione di continuità cose tipo ambient pop e tech house. Un suono sempre coerente che si presta a melodie vocali dolcissime o ad una cassa in quarti che po esse piuma e po esse fero, che annoia solo se si è alla ricerca di un disco fatto di banger una dietro l’altra. Se siete disposti a lasciarvi cullare (nonostante tracce davvero toste, come “Evolution”), non rimarrete delusi. Ascolta


15. DJ Python – Dulce Compañia

In bilico tra le foreste pluviali e la grande metropoli, DJ Python (uno dei milleottocento alias di Brian Piñeyro, da New York) ha trovato uno dei possibili equilibri tra musica ambient e da club. La cosa avrebbe anche un nome, che sarebbe “deep reggaeton”, ma con le etichette è sempre la solita storia, e nel 2017 servono soltanto a capire per grandi linee di cosa si possa trattare. A Dulce Compañia bisogna dare il giusto tempo affinché inizi a sorprendere, e le porte d’accesso giuste per tutti potrebbero essere “Cuál” e “Esteban”, che rappresentano le due diverse anime del disco. Ascolta


14. Bicep – Bicep

Come spesso accade, nulla di nuovo alle luci dell’alba, ma il duo irlandese Bicep sa il fatto suo. Se i suoni della progressive house e della trance di una volta fanno parte del proprio background musicale, è facile che un lavoro del genere finisca per colpire nel segno di una sana nostalgia, e con grande eleganza. E con un pizzico di melodramma, sostengono gli esperti del settore. Diversi pezzi sono dei veri e propri classici istantanei. Ascolta


13. Caterina Barbieri – Patterns of Consciousness

La diffusione di sintetizzatori a basso costo ha aiutato sempre più persone ad avvicinarsi al mondo della sintesi del suono, con migliaia di appassionati che si riuniscono in comunità online e si scambiano consigli e apparecchiature (sì, anche in Italia). Quelli che riescono a produrre musica a livello professionale, però, sono sempre la minoranza, ed è per questo che è molto più facile imbattersi in una bella prova di abilità sui synth grazie a qualche video di YouTube piuttosto che in un album ben pensato e prodotto. E ben venga, allora, un lavoro come Patterns of Consciousness di Caterina Barbieri, che nessun amante della sintesi analogica dovrebbe farsi sfuggire. Dietro di esso, c’è tutta una filosofia riguardante l’essenza dei pattern e gli effetti delle loro variazioni sulla psiche di chi è all’ascolto. “The layered nature of consciousness and the relativity of perception are some of the biggest secrets we can experience through sound”, ci fa sapere lei. Tutto ciò è meraviglioso, diamole credito. Ascolta


12. Obsequies – Organn

Ispirandosi alla poesia di Isidore-Lucien Ducasse “Les Chants de Maldoror”, l’EP di questo personaggio tutto da scoprire nasce della lezione di Ben Frost quando rivela bellezze abrasive e blisterate, e sposta il cursore in ambienti più romantici che potreste apprezzare se come è dovuto amate Brian Eno, e non vi dispiace un vago sentore retrogrado e cinematografico. A noi viene da definirlo electro cubismo sintetico. Ascolta


11. Lee Gamble – Mnestic Pressure

Il suono di Lee Gamble ha una tridimensionalità e una profondità veramente invidiabili, da cogliere assolutamente tramite ascolti concentrati e ben fatti. A suo dire, è la manifestazione fisica e “terrestre” di qualcosa che fino a prima che uscisse Mnestic Pressure era poco più di un concetto astratto vagante per lo spazio aperto. Tutto molto affascinante e ben riuscito, pecca solo un po’ di pigrizia nel momento in cui si affida a soluzioni jungle che sembrano datate persino in un momento in cui il revival dei ‘90 va forte. Ascolta


10. Clap! Clap! – A Thousand Skies

Definire Clap! Clap! “il Flying Lotus italiano” non renderebbe giustizia alla ricerca sonora da sempre indipendentemente condotta da Crisci, ormai entrato nel giro Warp. I suoni di A Thousand Skies sono le acque del Mediterraneo, le sculture sonore di pietra di Pinuccio Sciola e le nostre più sfrenate fantasie di viaggi spaziali. Com’è che tutto ciò si collega? “La pietra è la memoria dell’universo”, e produrre suoni con essa significa comunicare con le stelle e i pianeti. Clap! Clap! ci prende per mano e ci trascina tra le Pleiadi e la cintura di Orione, in un viaggio fantastico. Ascolta


09. Brainwaltzera – Poly-ana

La parola chiave è: acid. Brainwaltzera propone la sua personalissima ricostruzione dell’acid, filtrandone i concetti chiave attraverso la sensibilità moderna e dandogli un tocco malinconico decisamente pronunciato. Raccomandato personalmente anche da Aphex Twin, da cui ha preso non poco, a partire dal gusto per certi titoli. La gemma nascosta del 2017. Ascolta


08. Forest Swords – Compassion

Compassione, nel senso positivo del termine, significa comprendere il dolore altrui e sentire l’esigenza di far qualcosa per alleviare il peso di quel macigno. È una parola di cui spesso dimentichiamo l’esistenza, soprattutto su Internet, e Forest Swords sfrutta la sua arte per ricordarcelo. L’eleganza che era già caratteristica fondamentale di Engravings ha trovato una nuova declinazione, orchestrale e allo stesso tempo minimale, per lunghi tratti silenziosa e mai invasiva, in una formula che ormai lo distingue da tutto il resto. Ascolta


07. Actress – AZD

AZD è il punto d’incontro perfetto tra le due anime di Actress, quella club e quella sperimentale; la mano fatta di carne e sangue accoglie su di sé quella cromata del droide proveniente dal futuro, ed entrambe si bilanciano e si tengono in equilibrio, sospese nel vuoto. Se ha ancora senso omaggiare techno e house primordiali, oggi la forma più affascinante è forse proprio quella di Actress, alternata a suggestive sperimentazioni dall’elevato impatto emotivo. Ascolta


06. Ryūichi Sakamoto – Async (+ Remodels)

Async è l’OST di un film di Andrei Tarkovsky immaginario. Immaginate Sakamoto svegliarsi, al mattino, e dirigersi verso i suoi synth per appuntarsi le melodie appena sognate, immaginando corali di Bach immersi nella nebbia, sculture sonore e tempi tutti diversi fra loro. Ad impreziosire l’opera d’arte, i Remodels (mica semplici remix) firmati da pezzi grossi come Oneohtrix Point Never, Alva Noto, Arca, Fennesz e Andy Stott. Ascolta


05. Ben Frost – The Centre Cannot Hold

Non sapevamo come sarebbe andata a finire, data l’insolita collaborazione con Steve Albini, ma Ben Frost ha rilasciato cinquantuno spettacolari minuti di musica ansiosa e cerebrale, che tengono vivo l’interesse per questo crepaccio dell’elettronica in cui, se cadi, puoi trovare addirittura l’incrocio tra passato, presente e futuro. Ascolta


04. Extrawelt – Fear of an Extra Planet

Se c’è una cosa che i tedeschi sanno fare in maniera veramente eccelsa, quella è la techno. Gli Extrawelt non si fanno influenzare dalle evoluzioni della musica elettronica all’ultimo grido, ed è giustissimo che sia così, considerato ciò che sanno fare. Fear of an Extra Planet pescherà anche in maniera abbondante dagli ‘80 e dai ‘90, con ampio uso di 4/4 e di breakbeat che di nuovo non hanno assolutamente nulla, ma è tanto straight-forward quanto efficace, e sui suoi binari procede in maniera tanto rassicurante quanto eccitante. Il must listen techno del 2017.  Ascolta


03. Iglooghost – Neō Wax Bloom

Fate finta di aver riempito la lavatrice di robe belle, che vi mettete quando volete fare bella figura, le varie camicie scure, pantaloni con la piega, calzini chic, e poi, solo dopo aver fatto partire il lavaggio, vi ricordate che nel cestello ci avevate messo anche le magliette di guerre stellari e dei Radiohead e la canotta NBA con la quale dormite, che vi spuntano davanti a singhiozzo coi loro colori accesi in un mare di colori scuri ed eleganti. Ecco, questo è Neō Wax Bloom: fantasioso, schizofrenico, iper-stratificato. E bellissimo. Ascolta


02. M.E.S.H. – Hesaitix

“Search. Reveal.” è il nucleo pazzesco dal quale si irradia la materia che compone gli altri pezzi di Hesaitix: tanti suoni quanti sono i possibili significati della parola percussione. Questo tappeto ritmico fa da base a suoni riconoscibili, tutti familiari all’ascoltatore meno sgamato, tutti se vogliamo profondamente umani nelle sensazioni che evocano, che però, e qui sta la maestria vera di M.E.S.H., risultano davvero algidi se ascoltati nel complesso. Col suo approccio allo stesso tempo tribale e spaziale, M.E.S.H. arriva dove i maestri dell’IDM hanno solo osato affacciarsi. Ascolta


01. AA.VV. – Mono no aware

“Mono no aware”, nella cultura giapponese, indica l’essere coscienti dell’impermanenza delle cose e, in questo, l’essere in grado di coglierne l’effimera bellezza e di partecipare emotivamente ad esse. I pezzi della compilation, diventata immediatamente oggetto di culto e simbolo della PAN Records, hanno i colori delle piccole cose, della routine intesa in senso positivo, del dialogo con le persone amate, di momenti che diventeranno le ennesime polaroid nella nostra mente. Da un punto di vista strettamente musicale, invece, non è possibile parlare di musica elettronica con cognizione di causa, nel 2017, senza aver fatto i conti con la realtà PAN. Ascolta

Playlist

 

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