TOP 30 Pop, Rock & Heavy 2018

Quest’anno cominciamo con un avviso. Potete tranquillamente saltare quest’introduzione alla TOP 30 pop, rock & heavy del 2018. Non ci sono rivelazioni importanti. Soprattutto se siete qui solo di passaggio, come buona parte del lettore medio che arriva a queste nostre chart nel periodo in cui escono, o molto in ritardo, per colpa di Google che ci ha indicizzato nel momento sbagliato per la chiave di ricerca sbagliata.

Anzi, vorremmo copiare e incollare qui le stesse parole con cui abbiamo introdotto la classifica rock dello scorso anno, perché esprimono le stesse sensazioni che proviamo adesso (soprattutto quelle sull’utilità di quanto stiamo facendo e sulla triste dispersione della base da cui è nata la nostra rivista). E tuttavia, riscorrendo quella chart, ci viene da dire che tutto sommato non era stata un’annata così debole la 2017, considerando anche che a ragione avevamo tenuto fuori alcuni BIG molto discussi che facevano ulteriore massa. C’erano bei dischi anche fuori dalla top 10 eh?

Non ci sono più i capolavori nel rock, ma questo è ormai un dato appurato da diverso tempo. Vanno meglio cose che sono apparentemente fuori dalla nostra linea editoriale di matrice wave, grunge e post core – parlando di rock – ma che evidentemente riescono a sembrare al passo coi tempi, come quest’anno Rosalía, Mitski e Tirzah. In questo senso sarà certamente più interessante la chart electro e altri suoni, che pubblicheremo nei prossimi giorni.

In questa non troverete gli A Perfect Circle, perché Eat the Elephant non vale né Mer de Noms né Thirteenth Step. Non è per musica simile che abbiamo adorato Maynard James Keenan. Non troverete i Muse, ma questo ve lo aspettavate. Non troverete i Car Seat Headrest, perché il loro è un remake, altrimenti Twin Fantasy sarebbe certamente nelle prime posizioni.

Qualche BIG che non delude c’è. L’album solista di Jeff Tweedy, per quanto simile alle ultime cose della band madre, è davvero ben eseguito e riuscito negli intenti. Il buon vecchio Stephen Malkmus ha piazzato il suo miglior disco fuori dai Pavement – assieme al primo omonimo perlomeno – e Damon Albarn è presente addirittura con due titoli, dimostrando uno straordinario momento di forma. Ci sono poi i LOW che col loro albo più rumoroso e osé sono a un passo dalla vetta, e Jason Pierce con quello che potrebbe rivelarsi come l’ultimo capitolo della storia degli Spiritualized.

Trovate una playlist con 30 tracce del 2018 qui, nel nostro profilo su Spotify, e in coda alla classifica.

Top 30 album 2018

30. Two Medicine – Astropsychosis

Un po’ Tame Impala, un po’ Real Estate. Two Medicine è un progetto di Paul Alexander, bassista dei Midlake, e offre quell’abbondante paletta di colori – sia nella strumentazione che negli arrangiamenti – che facilmente intinge le canzoni di psichedelia e progressismo pop d’altri tempi. Preso a piccole dosi, Astropsychosis può intrattenere i fan delle band menzionate.


29. Mark Lanegan & Duke Garwood – With Animals

39 minuti di musica lenta e spettrale, che sembra suonata da una camera oscura, in cui a stento si intravede la sagoma del Lanegan. Uno, due, massimo tre strumenti, inclusi riverberi e sonagli. Una ricetta semplice che certo non parla di elaborazione e costrutto da chef stellati, ma di tradizioni semplici, radicate sulla materia prima, che in questo caso sono la voce inconfondibile di Mark, che riesce a dare carattere di tipicità alle basi scheletriche di Garwood. 


28. Sleep – The Sciences

Forse anacronistico, probabilmente neanche l’apice delle possibilità compositive e arrangiamento di Al Cisneros e compagni, eppure impossibile far finta che non sia uscito. Alla fine dei giochi, il catrame che alza il trio californiano con The Sciences ci investe tutti anche stavolta, e tiene in vita un genere – lo stoner doom – che forse non ha ancora esalato l’ultimo pesantissimo respiro. 


27. Hilary Woods – Colt

Il tono cromatico della copertina descrive alla perfezione le composizioni e soprattutto l’abito che Hilary Woods ha dato al suo primo sforzo sulla lunga durata. Sembra il solito disco di ambient pop spettrale, poi però ti accorgi che gli strumentisti fanno un lavoro di accompagnamento davvero minuzioso e in grado di arricchire la performance dell’artista. Se poi scopri che gli strumentisti sono in realtà sempre lei, allora il posto in classifica che le lasciamo è forse fin troppo basso.


26. Loma – Loma

Immersi in una natura e in uno spazio indefiniti, i Loma hanno inciso dieci canzoni dal gusto onirico e ricche di suoni inconsueti, per una produzione che al massimo può ricordare alcune uscite della Constellation. Ma non si tratta di post rock progressivo: a tornare in mente sono piuttosto i Talk Talk, con tutta l’eleganza del caso. Così, senza un’assegnazione predefinita dei ruoli – a parte le tracce vocali affidate principalmente alla Cross – è venuto fuori un albo ricco di stimoli e graziosi imprevisti (ascoltatelo con le cuffie!), che spazia ben al di là del confine del folk pop di facile reperibilità in questi ultimi anni, portandoti a immaginare una natura vissuta e registrata en plein air.


25. Anna Calvi – Hunter

Come umori siamo sempre lì: Ms. Calvi non si sposta di un millimetro, però soprattutto nella prima parte di Hunter introduce qualcosa di nuovo ad ogni canzone, senza sbagliare mai un suono o un’atmosfera. Lei è un fenomeno vero, un personaggio bellissimo, e ormai forse non ha più nemmeno bisogno di essere celebrata in report annuali come questo. Ci vediamo direttamente in Top 100 di fine decennio cara Anna.


24. Mount Eerie – Now Only

Così come “Distortion” è uno dei pezzi più belli dell’anno, il nuovo disco di Elverum, se è inferiore al precedente e clamoroso A Crow Looked At Me, lo è di poco in termini assoluti. OK, manca inevitabilmente l’effetto sorpresa, ma è già chiaro che il nostro ha segnato la storia del genere per sempre con questi due album. Il miglior spoken word su base folk è quello di Mount Eerie e dei Sun Kil Moon di Benji.


23. Esben and the Witch – Nowhere

Quanto abbiamo voluto bene a questo trio che ha smarrito la strada. O meglio, ne ha imboccata una nuova, che non ci sentiamo di condividere in pieno, ma che certo è ancor più personale di quella che si erano aperti ai tempi di Violet Cries e Wash the Sins Not Only the Face. Un po’ a discapito del talento melodico che avevano mostrato, i ragazzi si riescono a esprimere solo fuori dal formato-canzone, rivolgendosi a un pubblico – quello di Swans e Neurosis, per esempio – che forse ancora non li ha ancora presi nella dovuta considerazione. A noi continuano a piacere anche in Nowhere.


22. Julia Holter – Aviary

A chi piace musica art pop alla These New Puritans, e folk intellettuale stile Current 93, troverà il nuovo pretenzioso capitolo di Julia Holter di suo gradimento. Una mattonata filosofica che molti innocenti non riusciranno a digerire, tanto sono rovesciate tradizioni stilistiche e strutture canoniche, mentre l’apocalisse della musica popolare sembra sempre più imminente. Per pochi, e neanche tutti. Ma avanti per la propria strada.


21. Forth Wanderers – Forth Wanderers

Li scova la Sub Pop e li propone come una risposta del North East Corridor ai Best Coast di Bethany Cosentino. A noi sono piaciuti per la buona registrazione elettro-acustica, che non ha paura di suonare hi-fi in tempi in cui chi fa rock innodico gioca a nascondersi in produzioni casalinghe che non parlano a nessuno. Lei, Ava Trilling, è un personaggio che siamo sicuri continuerà a far parlare di sé per un po’. Di fatto, questo è uno dei migliori episodi puramente rock del 2018.  


20. The Soft Moon – Criminal

Dedicato ai fan dei Nine Inch Nails dei tempi d’oro, Criminal è un album che vira decisamente verso l’industrial addomesticato da Mr. Self-Destruct. Anche la poetica di Luis Vasquez sembra attingere a piene mani da quei riferimenti, e se non fosse che di roba così in giro ce n’è davvero poca e mal fatta, non avrebbe senso selezionare un LP del genere per questa chart. Invece, per quanto derivativo, Criminal non sfigura in una possibile collezione dei migliori venti dischi industrial rock di sempre. Esatto, figuratevi. 


19. Cloud Nothings – Last Building Burning

Ragazzi, non rompiamo i coglioni a Dylan Baldi, perché anche i Fugazi hanno sbagliato dischi. I Cloud Nothings sono quanto di meglio offre questa specie del rock nei nostri anni. Diamo qualche chance a Last Building Burning, oppure ammettiamo a noi stessi che non ascoltiamo niente di nuovo o recente con orecchio onesto. Questa è buona musica rock. Fosse uscito nel 1992, staremmo a parlarne con ossequiosità.


18. U.S. Girls – In a Poem Unlimited 

Ecco un disco rock che riprende la New York di fine anni ’70. No, non quella della no wave, ma quella della disco music. I riferimenti sono fin troppo chiari: quel sax lì ricorda gli episodi più espirati di papà Bowie, quelle chitarrine lì sono puro surf rock, in certi momenti i synth sembrano fatti da Moroder, eccetera eccetera. Ma in generale è comunque musica tutt’altro che malinconica e, anzi, addirittura spesso molto ballabile. Già me lo sento, il vocalist del locale, urlare “put your hands up against patriarchy”. Un sogno.


17. Rosalía – El Mar Querer  

Un incredibile mix di musica andalusa e hip hop, con un melodismo di fondo che attrae tanto quanto l’estetica pop di questa venticinquenne spagnola. D’accordo, un po’ fuori linea editoriale di DYR, ma l’ingegno di questa artista non può passare inosservato al lettore della nostra webzine. Non è dunque una questione legata alle 5 nomination ai Latin Grammy Awards di cui non ce ne può fregare di meno. Provate a guardare e ascoltare uno dei suoi video su YouTube per rendervi conto che di Rosalía Vila Tobella sentiremo parlare per molti anni.


16. Parquet Courts – Wide Awake!

Grazie o per colpa di Danger Mouse, i newyorkesi Parquet Courts mettono da parte i sogni di post-hc di stampo Fugazi e le derive indie rock di scuola Pavement, per un funk-core divertente e personalissimo. Wide Awake! non può certo essere definito un capolavoro, ma può dare vita a nuove direzioni partendo dalle basi sopracitate. Di certo, per non restare come un tentativo isolato, non deve rimanere caso isolato nel percorso della band.


15. Tirzah – Devotion

Una delle proposte più interessanti dell’annata arriva dalla Domino che mette sotto contratto il talento di Tirzah Mastin, artista londinese che canta un soul metropolitano ricco di sfumature retro-futuristiche e dub. Incredibile il livello di songwriting in pezzi come “Affection” e “Gladly”, per citarne due tra gli undici di Devotion, l’opera con cui la Mastin, in collaborazione con Mica Levi, prova a lanciarsi nell’olimpo del pop moderno. 


14. Stephen Malkmus & The Jicks – Sparkle Hard 

Probabilmente il miglior lavoro post-Pavement di Malkmus, quello in cui i Jicks non sembrano solo una band di accompagnamento e dove comunque l’anima freak di Malkmus riesce a venire fuori dalle interpretazioni vocali, mai così sentite da vent’anni a questa parte. Forse il nostro ha ancora modo di ispirare le nuove generazioni. Sarebbe fondamentale che artisti come lui, J Mascis o Jeff Tweedy – tutti e tre in attività nel 2018 – fossero ancora in grado di indicare la retta via.


13. Deafheaven – Ordinary Corrut Human Love 

Senza vergognarsi delle origini, ma anche senza negare un’evoluzione naturale che li ha portati ad avvicinarsi al post rock prima e al dream pop oggi, i Deafheaven sono uno dei pochi casi di band metal che riesce a spaziare con gusto attraverso più generi musicali, evitando figuracce o ingenuità di chi è privo della sensibilità per suonare qualcosa di diverso dal prog death o dal black più oscuro. La differenza la fa il bagaglio culturale che evidentemente i Deafheaven si portano dietro, che non si improvvisa.


12. Jeff Tweedy – WARM

Un autentico grower. Con la storica Martin 0-18 ancora in grande spolvero e con un Nels Cline in meno al fianco, in WARM Jeff è riuscito a cucire un tessuto sobrio e funzionale sulle sue canzoni, recitando con sincerità la parte del fratello maggiore che ognuno di noi vorrebbe aver avuto. La distanza coi Wilco è relativa, ma a ben vedere, anche concreta. Il risultato è uno dei migliori dischi a cui abbia mai messo la firma.


11. The Good, The Bad & The Queen – Merrie Land

Nella sua mancanza di hit, ci comincia a piacere molto lo stile del combo The Good, The Bad & The Queen. Sembra una di quelle che band troppo mature per farti l’albo che ti cambia la vita, ma che può farne uno come Merrie Land in grado di accompagnarti per una sua stagione, a cui tornerai di tanto in tanto, ricordandone i temi – i nuvoloni che si accumulano sopra il Regno Unito dopo l’uscita dalla Comunità Europea – e le sensazioni vissute. Mala tempora currunt, e Damon Albarn ne è pienamente consapevole.


10. SOPHIE – Oil of Every Pearl’s Un-sides

Ci dispiace Sophie, sei la popstar di cui avremmo bisogno ma che, evidentemente, non meritiamo. Certo è, però, che se vi sta a cuore capire dove ci stiamo dirigendo musicalmente nell’elettronica declinata in salsa pop, un ascolto a questo disco glielo dovete. Se ragioniamo sulle ultime uscite di Arca, OPN, Lotic ed appunto Sophie, viene quasi da delineare un trend, che porterebbe da un certo tipo di electro impenetrabile a una proposta più accessibile, o per lo meno provvista di melodie vocali (e non) riconoscibili, laddove prima c’erano solo bleeps and bloops. 


09. SUMAC – Love in Shadow

Love in Shadow sceglie la forma dell’improvvisazione all’interno di ben definite strutture sonore. Agli assalti postcore seguono sincopati infusi math che poi si dilatano in sludge jazzati con chitarra scordata. A costo di una resa lontana dalle logiche mainstream del metal, i Sumac rimangono un lontano e freddo pianeta che merita una visita soltanto a patto che siate in grado di sopportare le condizioni estreme. 


08. Gorillaz – The Now Now

Conquista, abbraccia, accetta, quindi conduce, emoziona, e senza risultare mai stucchevole: The Now Now suona fresco, a tratti imprevedibile, eclettico nel modulare insieme componenti acustiche ed electro; ma anche trasportante, coerente e più omogeneo di altri dischi dei Gorillaz; estivo ma tristissimo, rinfrescante come un drink ghiacciato, che ti spacca la testa dopo due sorsi. 


07. Low – Double Negative

Quel che è certo è che è cambiato l’approccio. E se dietro ci sono le tecniche di registrazione, davanti c’è un intero album di concetto, che non è necessariamente un concept. Nel Sottosopra del doppio negativo fa freddo, molto freddo. Il concetto è quindi congelare, per generare crepe e in qualche modo creare un disturbo in chi ascolta. Un disco stupendo perché fatto a pezzi e rimontato su una pellicola cinematografica per la quale Netflix farebbe follie. 


06. Mitski – Be the Cowboy

Dopo il già valido Puberty 2 e con un piccolo culto al seguito, la cantautrice Mitski torna con 11 miniature di un art pop magistrale, per cantare di solitudine, amore e tutto quello che c’è in mezzo. Poco spazio per indugi ed accessori, le melodie di Be The Cowboy sono schegge dalla trionfale malinconia che mirano dritte al cuore. Il pop d’autore del 2018 passa da qui.


05. Spiritualized – And Nothing Hurt

Un classicissimo LP da parte di Jason Pierce, in cui il dettaglio è l’insieme, il corpo sonoro è montato con decine di tracce sovrapposte in un caos sinfonico ragionato e corale, e in cui non c’è uno strumento che si alza alto sugli altri e prende l’avanposto. Bello quando rallenta con ballate canonicamente Spiritualized, che obiettivamente non hanno difetto alcuno, se non quello di parlare a un pubblico ormai distratto dalla velocità della vita moderna. I Millennials faticheranno a capire, altri potrebbero aver trovato uno dei dischi dell’anno.


04. Daniel Blumberg – Minus

Definito un po’ ovunque come un disco di cui inevitabilmente si parlerà a lungo, Minus di Daniel Blumberg è cantautorato free-form rock in un’epoca che di robe simili non ne vuole sentir parlare. Sembra piuttosto un’opera dedicata a chi ha ancora nel cuore il primo ed unico albo solista di Mark Hollis, e alcune cose della “Ditch Trilogy” di Neil Young. Referenze illustre per quella che di fatto è la maggiore rivelazione rock di quest’anno.


03. Beach House – 7

Quand’è che i Beach House sono diventati dark? Certo, la malinconia è sempre stato un elemento importantissimo della loro musica, ci mancherebbe, ma l’oscurità no. E assorbito da tempo il romanticismo indie di Teen Dream e affiancandosi la sensualità misteriosa di Depression Cherry, il tetro 7 è il tomo che completa la triade di dischi imperdibili del duo di Baltimora.


02. Yves Tumor – Safe in the Hands of Love

Ballate electro-pop, scheletri R&B, declamazioni noise: il nuovo disco di Yves Tumor, tanto alieno quanto umano, è un turbinio di influenze e direzioni così caotico da far risultare difficile tracciarne un quadro generale. Incostante, sporco, a tratti naïf eppure ipnotizzante; questo è il classico long playing che risponde alla definizione di diamante grezzo.


01. Daughters – You Won’t Get What You Want

La morale è che ci vuole sempre una buona dose di coraggio per fare dischi così. E se i fan pian piano si attorcigliano di nuovo intorno ai Daughters non è per nostalgia. Oggi anche il pubblico del rock di settore è esigente. Se fai bene, te lo riconoscono. Se hai imparato la lezione, ti ripescano. E taluni di loro sostengono senza misure: disco dell’anno 2018. 

 

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