TOP 30 Pop, Rock & Heavy 2017

Ogni anno di questi tempi ci ritroviamo qui per le classifiche. E già esserci, se ci pensate, è un gran risultato. Si cresce, si cambia, aumentano le responsabilità, diminuisce il tempo per essere liberi di ascoltare musica nel contesto che si preferisce, e ce n’è sempre meno per essere se stessi in generale. La nostra è una webzine fatta di persone coi loro gusti e percorsi, più che una rivista dedicata all’atteggiamento, al modo di porsi rispetto al rock, e al di là di una linea editoriale che condividiamo, dobbiamo ammettere che la routine di recensire, catalogare, archiviare, e ricominciare daccapo non ci fa più giubilare come un tempo. Il fatto poi che per strada abbiamo perso compagni di avventura che chissà se hanno ascoltato e condividono il giudizio di “crosta autenticata” per l’ultimo degli Arcade Fire o se c’erano anche loro sotto il palco dei Radiohead la scorsa estate, sicuramente aggiunge un certo malessere nel nostro stato d’animo di queste giornate. Per chi stiamo facendo tutto questo? Vale ancora la pena essere al passo, anziché isolarsi e lasciar fare qualcun altro, più carico e motivato? Forse lo stiamo facendo solo per noi? Abbiamo iniziato a cambiare formato e tipologia di articoli, perché ci siamo accorti che la gente vuole giudizi perentori sulle nuove uscite, per continuare ad ascoltare e riscoprire i (soliti) nomi. Forse perché abbiamo un fanbase che ha vissuto il rock degli anni Novanta e quello più eterogeneo dei primi anni Zero, ma la sensazione è che possiamo anche scoprire i nuovi Joy Division, che tanto i più direbbero “ok sì, ma quando esce l’album dei Tool?”.

In generale il problema è che la musica è troppo facilmente accessibile, così il nostro lavoro di passione ha perso valore. Nel 2018 proveremo a cambiare ulteriormente, dedicandoci maggiormente ad approfondimenti su artisti e dischi di cui vogliamo ancora sentir parlare, e selezionando il meglio del nuovo in uscita in report a cadenza più o meno regolare. Quando ci sarà motivo di trattare un album nuovo separatamente, lo faremo. Magari anche con delle recensioni audio piuttosto che con pappardelle che Google nemmeno indicizza più come prima.

Nei prossimi giorni pubblicheremo le chart tematiche dedicate all’elettronica, al pop rock made in Italy, alla black music. E magari alcuni approfondimenti dedicati a momenti topici dell’annata. Abbiamo alcune idee a riguardo. Nel frattempo sganciamo questa chart che raccoglie i nostri 30 dischi rock, folk, metal, hardcore, emo, noise, electro pop del 2017. Non ci troverete alcuni BIG che hanno dato corpo all’annata, ma che in fondo in fondo ci hanno più o meno deluso come The National, St.Vincent, LCD Soundsystem, The War on Drugs, Flaming Lips, Quicksand, Japandroids, The xx… e nemmeno titoli che lì per lì sembravano potercela fare ad arrivare in fondo, ma che invece a conti fatti… non gn’hanno fatta, come quelli di Father John Misty, Cloud Nothings, Mark Lanegan, The World Is a Beautiful Place…, Lali Puna.

Trovate una playlist con 40 tracce del 2017 qui, nel nostro profilo su Spotify.

Top 30 album 2017

30. Wear Your Wounds – WYW

WYW è il risultato di anni di registrazioni casalinghe, in cui la foga radicale di Jacob Bannon risulta saggiamente diliuita, e da cui vengono fuori melodie di cui non sapevamo il nostro fosse capace, oltre che atmosfere floydiane ancor più inattese.


29. Godspeed You! Black Emperor – Luciferian Towers

Dapprima subdolo, via via più trascinante lo slancio degli attuali GY!BE ha la forza di sempre. Uguaglianza, annullamento dei confini, eterno silenzio per gli “expert fuckers” delle stanze dei bottoni… Partire da simili spinte motrici e sublimarle in estasi sonora è frutto di un’evoluzione e una maturità che, dopo anni, continuano a stupire.


28. The Shins – Heartworms

Se le tracce si svolgono seguendo un songwriting lineare o a cui comunque si è già abituati con il marchio The Shins, il missaggio di umori che accompagnano trascende la vaga psichedelia che appare inizialmente e si confonde con un’eco da ricordo nostalgico e allusivo agli anni della gioventù arcade.


27. Primus – The Desaturating Seven

Stavolta vengono fuori con orgoglio le basi prog del trio, senza mai dimenticare la lezione del padrino Frank Zappa, per un risultato finale inevitabilmente intricato, oltre che misterioso come le illustrazioni di The Rainbow Goblins suggeriscono, fornendo elementi visivi perfettamente integrati al concetto musicale dei Primus.


26. Elder – Reflections of a Floating World

Tra le pieghe delle nuove sei tracce (la più breve ferma il tempo agli 8 minuti e quaranta) ci si diverte di sicuro se si è amato il carattere avventuroso di certo heavy post rock di metà anni zero, e se la sabbia dello sfondo stoner-psichedelico riporta alla memoria l’amarcord giusto.


25. Metz – Strange Peace

Il macrocosmo dei Metz resta all’interno del loro marchio di fabbrica che li rende garanzia di qualità nel genere e di credibilità nei modi: Albini c’è, si sente, ma è maestro nel non infierire, il resto vien da sé. Chi dice Shellac non sbaglia di troppo il colpo, ma non è peccato.


24. The Horrors – V

Un album dark brit pop come questo è merce rara nel panorama britannico attuale. E in fondo c’è poco da fare gli intellettualoidi: gli Horrors hanno fatto tutto quello che dovevano fare. Anzi la loro ricerca sonora è davvero profonda, ed è controbilanciata solo dalla scelta di un produttore molto/troppo mainstream.


23. Chelsea Wolfe – Hiss Spun

Hiss Spun è un disco brutalmente onesto che presenta una serie di canzoni molto più dirette rispetto al passato, e anche più personali. L’impressione finale che lascia è quella di un lavoro di buona fattura ma anche di (oscura) transizione, firmato dalla nostra dark lady preferita.


22. Less Art – Strangled Light

Una band che ha la capacità di passare da puri distillati brutali a momenti di quiete, con una padronanza tale da lasciare a bocca aperta. Se avete adorato i Kowloon Wolled City troverete nei LESS ART i fratellini gridazzari e scapestrati. Per quanto ci riguarda uno dei dischi post-ardècore più riusciti degli ultimi tempi.


21. Moon Duo – Occult Architecture, Vol. 1

Un’ottima combinazione di sci-fi di scuola Hawkwind e sensazioni synth psichedeliche nel quarto episodio della saga di Ripley Johnson e Sanae Yamada da San Francisco. Sei non vuoi sclerare definitivamente, non ascoltare anche il volume 2. Potresti non tornare.


20. John Maus – Screen Memories

Canzoni strambe che potrebbero far parte della colonna sonora di un vecchio film horror che oggi risulterebbe naïf, ma che pensandoci bene ti scuote ben bene le membra. Solo una traccia supera i quattro minuti, quindi in men che non si dica ti ritrovi in fondo a questo albo ipnagogico e deviato. Ti guardi allo specchio e ti rendi conto che sì, ti sei divertito.


19. Liars – TCFC

Nato in un contesto di solitudine che ha fatto parlare di rinascita nella continuità, di affidabilità nell’imprevedibilità, di evoluzione costante nel segno dell’alta qualità, TFCF è indubbiamente l’album dove Angus Andrew mostra con meno livelli di filtro il suo vero animo interiore. Non lasciamolo solo.


18. Destroyer – Ken

Sembra che al buon Dan Bejar sia venuta voglia di produrre di nuovo musica pop. Quel minimo di basi elettroniche, non nascoste ma portate in primo piano, rendono più figosi arrangiamenti sempre curatissimi, ma di certo più essenziali rispetto ai precedenti due capitoli. L’ispirazione ai Suede di Dog Man Star fa il resto.


17. Julien Baker – Turn Out the Lights

Nel suo nuovo LP la giovanissima Julien mantiene gli stessi toni del precedente Sprained Ankle, ma è più scaltra: quella sorta di esplosione che rendeva “Rejoice” così diversa dal resto, qui diventa cifra stilistica di diverse canzoni, e anche la strumentazione non si limita alla chitarra, ma aggiunge piano, archi, riverberi e seconde voci ad arrangiare un songwriting molto più a fuoco.


16. Prawn – Run

È incredibile che le maggiori riviste online continuino a far finta che i Prawn non esistano. Magari non sono più la band avventurosa di un tempo, ma sottratto un po’ dello zucchero che rendeva a tratti stucchevole il precedente Kingfisher, viene fuori un gran gusto indie, che nell’insieme rende Run il meglio che l’emo ha conosciuto dai tempi d’oro di Texas Is the Reason, Mineral e American Football.


15. Richard Dawson – Peasant

La critica sembra folgorata da questo cantautore con la sua chitarra mezza rotta, e i suoi giri intorno alla canzone (weird) folk. Niente a che vedere con roba tipo Mumford and Sons o Monsters of Folk, quella di Dawson è musica genuinamente intellettuale, che ci sentiamo di consigliare a chi è stanco del solito folkettino di presunto autore.


14. Sampha – Process

Nel non-genere del neo soul elettronico, Sampha riesce a fare un disco bello anche secondo le rigide regole della legge di Sturgeon, risultando la migliore alternativa possibile al genio di James Blake.


13. King Krule – The Ooz

Il folk che era diventato post punk rallentato, è divenuto un atipico trip hop in cui analogico e digitale accompagnano la poetica metropolitana e post club dell’artista londinese. Non è un ascolto facile, ma certo molto stimolante quello di The Ooz.


12. Protomartyr – Relatives in Descent

Non abbiamo più Fugazi e Hüsker Dü in giro, ma possiamo davvero goderci questi Protomartyr, così carichi di rumore necessario e densissimi di contenuti politici e sociali, che davvero sembra di ascoltare una band di altri tempi. Non resta che alzare il volume.


11. Slowdive – Slowdive

Come è bello quando un artista che hai sempre amato e riverito, e che hai cercato di trasmettere a più persone possibile, torna dopo tanti anni e non solo non tradisce, ma anzi stupisce anche te che non credevi verosimile riprovare le stesse emozioni. C’è reunion e reunion: quella degli Slowdive è semplicemente una delle più riuscite di sempre.


10. Converge – The Dusk in Us

Con band come questa bisogna scavare sotto la coltre di certo lassismo da alta classifica e capirne l’urgenza, le motivazioni, l’onestà. E proprio sotto la violenza sonora di questi assalti punk-metalcore si può osservare come The Dusk in Us sia un album universale. Invero, uno dei migliori della loro magnifica discografia.


09. Fleet Foxes – Crack-Up

Rinunciando al filtro seppia-vintage che ha illuminato gli esordi, Crack-Up rilancia i ragazzi di Seattle quale grandi performer di canzoni folk dal sapore avventuroso e poetico. Più che della maturità, questo sembra solo il miglior disco che potranno mai fare i Fleet Foxes.


08. Algiers – The Underside of Power

Un originalissimo ibrido industrial soul in cui la voce motown classic di Franklin James Fisher e i sintetizzatori fanno la parte dei protagonisti. C’è il gusto della black music con i suoni e i rumori dei bianchi, e viceversa, in una commistione che funzionerebbe anche come base per un musical o una serie tv ben documentata come quelle alla The Wire o Treme.


07. Brand New – Science Fiction

Fantascienza. Così termina la saga dei Brand New, e alla lunga questa risulterà anche la loro opera più introspettiva, perché per tutta la sua durata si respira un’aria pesante, a tratti perfino tetra, come se un tragico colpo di scena fosse dietro l’angolo, o fosse in realtà nascosto tra le pieghe e i versi delle canzoni, e quindi lasciato ai fan da decifrare.


06. Broken Social Scene – Hug of Thunder

Il combo canadese si è riunito al gran completo per distillare in 53 minuti i sedici anni della loro storia, portando la forma al massimo della concisione senza rinunciare alla propria ricchezza caleidoscopica. Contando la quantità di melodie pop riuscite, è probabilmente questo il disco dell’anno.


05. Mount Eerie – A Crow Looked at Me

Potrà stancare, perché è musica che per quanto ti può inizialmente ispirare compassione e far riflettere profondamente, potresti non voler più ascoltare. Sai cosa c’è dentro, ed è la morte vera. Ma sembra proprio un capolavoro istantaneo, o quantomeno uno dei dischi folk più importanti che il decennio in corso ha finora proposto.


04. Grizzly Bear – Painted Ruins

Come sempre suonato magistralmente, il nuovo di Droste e soci sembra avere un magnetismo inverso, che respinge chi vi si accosta ma non è totalmente disposto a comprenderlo. Nessuno ne verrà a capo con pochi ascolti distratti: la stratificazione degli arrangiamenti e il lirismo tetro e introspettivo non lo permettono.


03. Zimpel/Ziołek – Zimpel/Ziołek

Quattro tracce per quaranta minuti di musica che trascendono i generi da cui i due protagonisti provengono, per avviarsi su lidi che viene difficile inquadrare con una sola parola. Ci sono elementi etnici, ambient, new age e un generale vibe progressive che rimanda a dischi ormai lontanissimi nel tempo, ma che se siamo qui a leggere, tutti abbiamo ascoltato.


02. Arca – Arca

Alla tesi, il ripiegamento in sé di Xen, l’antitesi, la reazione necessaria al mondo esterno, ossia Mutant, segue quindi la sintesi e la rinascita: l’omonimo è un’opera il cui unico chiaro intento è l’espellere con quanta più potenza e sincerità ogni genere di tormento, speranza e disillusione.


01. Fever Ray – Plunge

Assistita nel suo studio di Stoccolma da un team tutto svedese, Karin crea uno dei migliori esempi di synth-guided pop moderno. Nonostante manchi di refrain canticchiabili a primo ascolto, Plunge riesce ad eccellere a prescindere dalle qualità vocali di una fuoriclasse ormai seconda a nessun’altra artista femminile.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi