Top 30 2016

Che annata è stata la 2016?

Ricca e vigorosa per elettronica e black music, intrigante per i cosiddetti altri suoni, purtroppo ancora una volta debole per il rock in tutte le sue forme, nonostante la discesa in campo di alcuni BIG da cui ci si aspettava tanto, forse troppo, e che siamo comunque costretti a inserire in classifica tanto misera è la scelta a disposizione. Alcuni su cui contavamo come Animal Collective, Wilco, Sun Kil Moon, The Men, M83 ed Esben and the Witch non ce l’hanno fatta a entrare nei trenta, e allora per la prima volta abbiamo voluto-dovuto allargare la chart alle migliori proposte hip hop (per l’elettronica e il made in Italy faremo selezioni a parte invece, come da tradizione). Paradossalmente, sono andati meglio i vecchi dinosauri del rock (compresi un paio di morti), fra cui spiccano i nomi di Brian Eno, Nick Cave e ovviamente David Bowie, che abbiamo deciso di premiare con la posizione più alta. Il tempo dirà se è stata una mossa giusta o meno, ma al momento di mettere in calce la classifica la scelta è stata pressoché unanime. 

A proposito. Le icone del pop ancora in vita cominciano ad avere un’età piuttosto avanzata ed è del tutto naturale che anche loro che pensavamo fossero divinità – e che in molti casi hanno vissuto una vita piuttosto rocknrolla – comincino a schiattare. Tuttavia sarà impossibile non ricordare il 2016 come l’orribile anno che ci ha portato via numerosi assi portanti del rock. In ordine sparso e incompleto, quest’anno abbiamo perso David Bowie, Leonard Cohen, Prince, Alan Vega, Greg Lake, Keith Emerson, Rudy Van Gelder, George Martin… Se allarghiamo il campo alla cultura in generale, già solo menzionando gli scomparsi italiani viene da piangere: Umberto Eco, Dario Fo, Ettore Scola…

Inoltre. Vuoi perché la storica 1991 compiva venticinque anni, vuoi perché da diverso tempo ormai il trend è quello di continuare a proporre i vecchi classici che in passato hanno venduto milioni di copie, quando i dischi ancora si vendevano, il 2016 è stato in maniera assoluta l’anno delle riedizioni. Ogni scusa è diventata buona. Se fino a dieci anni fa si ripubblicavano solo i capolavori conclamati e i best seller, ormai si celebrano anche a breve distanza i mini successi indie che si spera possano trovare sponda presso la nuova generazione di ascoltatori. D’accordo nel riproporre gli album rilevanti con fedeltà e con maggiori annotazioni, artwork più curato e bonus, ma basta con i nuovi mix e le continue rimasterizzazioni che stuprano il suono e revisionano il contesto di nascita di una registrazione. O diventa tutto un ologramma.

ben-frost-remastering-the-weeknd

Abbiamo preparato una playlist su Spotify che comprende anche alcune anteprime dai primi LP in uscita a gennaio fra cui segnaliamo Flaming Lips, The xx, Cloud Nothings, Japandroids e Run the Jewels. Sono previsti durante il prossimo anno solare anche i ritorni di The National, Soundgarden, Tool, Slowdive, Ride, System of a Down, Zack de la Rocha, Nine Inch Nails, The Shins, Grizzly Bear, Gorillaz, Grandaddy, Vampire Weekend, The Horrors, Ben Frost, Afghan Whigs… Speriamo vada meglio quindi. Anche se sarà importante andare a scovare nomi nuovi, perché negli ultimi 2-3 anni non abbiamo avuto novità rilevanti nel mondo del rock. E così non si può andare avanti a lungo.

Top 30 album 2016

trumpfinal

30. Savages – Adore Life

Le Savages sono la dimostrazione di come lo spirito post punk possa ancora avere un suo posto nel panorama rock attuale. A sette anni da Primary Colours e a quattordici da Turn on the Bright Lights, ma soprattutto a trentasette dagli originali Unknown Pleasures e 154, quella carica vive in maniera così intensa che si fa fatica a parlare di revival. E Silence Yourself e Adore Life non hanno neanche la necessità di dover riprodurre il suono grezzo degli oscuri tempi andati per giocare con la percezione temporale del pubblico: niente trucchetti, sta tutto nell’attitudine.


29. Goat – Requiem

Chi ha detto che stavolta i Goat hanno sbagliato strada? Più che altro che cosa ci si aspetta da loro è la domanda a cui si dovrebbe rispondere, perché se si pensa al misterioso combo svedese come a una band dal riff facile e indissolubilmente legata al sound hard rock anni Settanta, forse si è scelto di seguirli per i motivi sbagliati. I Goat fanno ancora musica fusion ed etno rock, e nel loro terzo album continuano ad aggiungere ingredienti al pentolone attorno a cui danzano e battono tamburi, dando vita all’immaginario di un primitivismo rock che in realtà non esisterebbe, se non nei loro dischi. Insomma non c’entrano niente i classici: se riconoscete qualcosa, questo non è necessariamente un omaggio o una reminiscenza di esperienze dell’età d’oro del rock, ma solo una combinazione possibile nel suono e nella poetica della band.


28. Trophy Eyes – Chemical Miracle

Quest’anno dovevano uscire i Brand New, ma non hanno fatto in tempo. Nessun problema tuttavia, si prendano pure il loro tempo perché intanto chi ha creduto nella loro musica e in quella di gente come Texas Is the Reason e Mineral, adesso ha da ascoltare il secondo sforzo di questo quintetto australiano capitanato dal vocalist John Floreani. C’è ingenuità nelle pieghe delle undici canzoni di Chemical Miracle, d’accordo, ma essa non è una componente fondamentale di tutto il filone emo in generale? Ci si diverte con ritornelli innodici che giusto i Sunny Day Real Estate, con qualche tempo dispari imprevisto nel canovaccio, e con alcuni momenti di stasi che fanno la parte dei vuoti alternati ai continui pieni. Semplicemente il disco emo rock dell’anno.


27. Deftones – Gore

Quale posizione occuperà Gore all’interno della discografia dei Deftones? Forse non è necessario discuterlo. A fronte di una discografia che conta otto full lenght in studio, fra cui ne contiamo almeno due ascrivibili alla categoria “capolavoro”, si può tranquillamente accettare di avere un nuovo capitolo che non ti sconvolge la vita di ascoltatore, ma che consolida con ulteriore quantità il tracciato della band. Quando esce Koi No Yokan si dice che è un grandissimo album e si usano paroloni e toni entusiastici, quando esce Gore si dice che non è un capolavoro ma un disco solo discreto. Tutto qui, è solo cronaca e critica. Tanto poi va a finire che ci si affeziona anche agli album discreti…


26. Angel Olsen – My Woman

Arrivata al terzo album, Angel Olsen si rimette in gioco con una prova di grande spessore. In My Woman trovano spazio nuovi elementi dal retrogusto sixties innestati su un songwriting più solido che mai: il risultato è una manciata di canzoni freschissime, accompagnate da momenti più intimi e dal notevole impatto emotivo. Il filo conduttore è quello della maturità, personale e artistica, acquisita nella scrittura di un lavoro destinato a rimanere tra i riferimenti del cantautorato femminile di questi anni.


25. A Tribe Called Quest – We Got It from Here… Thank You 4 Your Service

Q-Tip e compagni prima hanno riscritto le regole dell’hip hop negli anni Novanta, poi sono scomparsi dalle scene per quasi vent’anni. Un’occasionale reunion televisiva fa scattare la molla giusta che riapre le porte dello studio di registrazione per un’ultima volta: il risultato è uno splendido canto del cigno senza nessun facile richiamo ai gloriosi fasti, ma che rimescola ancora una volta le carte in gioco con incredibile audacia e maestria. Il testamento perfetto di Phife Dawg, scomparso durante la registrazione del disco: sentire i suoi versi in cui racconta le spaccature razziali nella società americana adesso è ancora più toccante.


24. PJ Harvey – The Hope Six Demolition Project

Il suono, manco a dirlo, l’ha azzeccato anche stavolta. Se in Let England Shake, auto-arpa in braccio, giocava a fare la Giovanna D’Arco per le campagne inglesi, stavolta sono cori e sax a imperversare sulla base folk gitana sopra cui si muovono i vocalismi, più e meno giocati su toni alti, della Harvey. E poi ci sono i contenuti lirici. Questo è un disco dedicato a chi ha visto in lei anche e soprattutto una voce politica più che la cantante di brani come “A Perfect Day Elise”, “Down by the Water” o “Good Fortune” che oggi sembrano quasi di un’altra artista.


23. Daughter – Not to Disappear

Non spariranno di certo, i Daughter. Il titolo del successore di If You Leave mette in chiaro le intenzioni del trio londinese, determinato a proseguire la messa in musica di un mondo rarefatto e desolato, illuminato qua e là, ma tenuto insieme da vocalizzi che non lasciano spazio a momenti di serenità: Elena Tonra ha modellato un altro viaggio fatto di introspezione e personalissime analisi, per un pugno di canzoni che nonostante ciò si mandano giù che è un piacere. Beautifully Depressed.


22. Death Grips – Bottomless Pit

Dei Death Grips non rimane molto da dire a 5 anni dalla loro entrata a gamba tesa sulla scena musicale mondiale e anche solo cercare di decifrare il loro mondo è uno dei tanti modi di fare il loro gioco. Sono diventati un fenomeno impossibile da ignorare, punto di riferimento per chiunque voglia fare musica abrasiva fuori dagli schemi. Incasellare ogni loro uscita, cercando di individuare un fil rouge nella loro carriera è uno sforzo deleterio che lasciamo ad altri: vi basti sapere che Bottomless Pit è il loro ennesimo capitolo di altissimo livello.


21. The Lemon Twigs – Do Hollywood

In giro c’è una gran voglia di anni Settanta. A volte bastano anche un po’ di brillantini e un paio di pantaloni a zampa di elefante, altre… beh se c’è anche un po’ di sostanza, tanto meglio. Nel caso del debutto su lunga durata dei due fratelli D’Addario da New York, a noi pare che di ciccia ce ne sia in abbondanza e in evidenza, nonostante lo shock che può dare l’immagine con cui si presentano. Le loro canzoni rievocano lo spirito di Ziggy Stardust, il melodismo a volte stucchevole dei Supertramp, e in alcuni tratti perfino i Queen di metà decennio, e mostrano dal principio tutte le doti compositive e tecniche del duo. Se revival deve essere, almeno che sia di buona fattura, come quello dei Lemon Twigs.


20. Anohni – Hopelessness

La collaborazione con Hudson Mohawke e Oneohtrix Point Never ha fatto bene a Antony Hegarty, per una volta senza i suoi Johnsons. Hopelessness è una ventata di aria fresca nella discografia del personaggio, i cui gorgheggi trovano la quadratura del cerchio sulle basi elettroniche curate dai due produttori. Una manciata di grandi pezzi, fortemente emotivi come c’era da aspettarsi, e molto molto pop. Anche se di pop, a livello di tematiche, avrebbero ben poco.


19. Anderson .Paak – Malibu

C’è qualcosa che si muove là fuori, un sottobosco musicale i cui protagonisti sono cresciuti ascoltando D’Angelo e l’hip hop impegnato a firma A Tribe Called Quest. È una nuova ondata di neo-soul, con tutte le differenze del caso rispetto al genere originale, e quello di Anderson .Paak è uno dei nomi di spicco di questa nuova generazione. Il ragazzo ha un talento innato e Malibù ne è la dimostrazione: un disco che scivola via deliziosamente regalando grandi soddisfazioni, e che vi ritroverete a metter su daccapo appena finito. Una rivelazione.


18. Swans – The Glowing Man

Lo sostenevamo già all’uscita di To Be Kind: gli Swans sono una delle poche certezze rimaste a chi vorrebbe campare di musica rock alternativa; uno dei pochi brand che non può tradire, che non si svende, e che non manda tutto a puttane con pubblicazioni buttate là tanto per avere la scusa per partire in tour e incassare quanto più possibile. The Glowing Man rappresenta la discussione della tesi avanzata con le domande di The Seer e le risposte di To Be Kind: un passaggio mistico su territori sconosciuti e impossibili da inquadrare con una sola etichetta, che abbassa i toni, bonifica le crepe, porta la croce mentre canta religioso rivolto verso non si sa quale direzione. È da una parte un peccato, dall’altra giusto concludere qui il percorso di questa versione della band perché tutto, anche ciò che in realtà è elemento di stacco con i due precedenti lavori, appare come il già preventivato finale della storia. Tutto bello, tutto possibile, manca solo il miracolo. 


17. The Warlocks – Songs from the Pale Eclipse

Neo-psichedelia pop e barrettiana, riverberi dream wave e muretti shoegaze di scuola Slowdive, melodie soft su sfondi psichedelici che giusto i migliori Primal Scream e Spiritualized: i Warlocks hanno piazzato un altro pieno centro che sta colpevolmente passando inosservato. Songs from the Pale Eclipse raggiunge spesso il livello dei loro migliori episodi, e mostra un’ispirazione nel songwriting piuttosto rara in una band che ha ormai compiuto i quindici anni di attività e che avrebbe meritato ben altra copertura mediatica. 


16. Kendrick Lamar – Untitled Unmastered

Se questi sono gli scarti di Kendrick Lamar… stiamo freschi! Un lavoro ruvido e diretto, senza tanti fronzoli e senza pretese. A modo suo “per i fan”, per gli appassionati di outtake, per chi vuole entrare nel mondo dei propri artisti preferiti, ma pure per chi vuole semplicemente far godere le proprie orecchie. Le presentazioni saltano e si va direttamente alla ciccia, rigorosamente cotta poco per mantenere viva ogni sfumatura di sapore.


15. Wild Nothing – Life of Pause

Col passare degli anni e delle tendenze del pop indipendente, il suono di Tatum si è fatto sempre più sofisticato e vario di tessuti giustapposti. Rispetto a Nocturne siamo di fronte a scenari meno romantici, ma decisamente più intellettuali ed esotici. Vago è infatti il ricordo del sentimentalismo dark da camera di quell’album: ora il pop si è fatto arioso, riempie spazi più ampi e fantastica tra fragranze – ovvero arrangiamenti – che a primo naso sembrano eccentriche, poi si rivelano sobriamente adatte ad accompagnare la struttura dei brani. E con sonorità prossime al glo-fi, l’estate è sempre dietro l’angolo.


14. Danny Brown – Atrocity Exhibition

Un rapper che si è sempre messo di traverso, capace di far storcere il naso a tutti con il proprio stile, a partire dal proprio modo di cantare, che definire fastidioso per i meno preparati è poco. Danny Brown è sempre andato per la sua strada producendo musica estremamente originale e sincera, a volte rozza e grezza, soprattutto nelle lyrics. Ancora una volta non si smentisce e ci propone sicuramente il suo lavoro più estremo, pieno di dissonanze e irregolarità, a un primo impatto difficili da digerire ma capaci di regalare grandi emozioni con l’aumentare degli ascolti.


13. True Widow – Avvolgere

Nessuna svolta eccessiva, in fondo non ce n’era alcun bisogno, piuttosto piccoli ma importanti passi avanti nell’evoluzione dello stile: il suono è quello ormai marchio di fabbrica, sempre dominato da chitarre pesanti ed avvolgenti.  Il trio di Dallas non ha voluto stravolgere un bel niente, ma ha preferito affinare una formula già ben messa a fuoco, lasciando l’esperienza quale l’unica influenza di cambiamento. Un album come Avvolgere ci ricorda che a volte non vogliamo essere stupiti, ma cerchiamo solo delle valide conferme.


12. Radiohead – A Moon Shaped Pool

Se c’è una cosa per la quale dobbiamo ringraziare i Radiohead è l’averci restituito nei giorni dell’uscita di A Moon Shaped Pool la voglia di vivere la pubblicazione di un disco come si faceva una volta, fino a 10 anni fa. Questo nuovo sembra un album troppo seduto, a cui mancano spigoli elettronici, un po’ di ruvidità chitarristica e qualche momento uptempo in più. È davvero troppo compassato, lo si nota subito. Rimane bellissimo, ma non ha tutto lo spettro sonoro che puoi volere dai Radiohead. Nonostante questo, la classe è talmente tanta che non puoi non inserirli in classifica.


11. Childish Gambino – Awaken, My Love!

Donald Glover sembra essere in uno stato di grazia: Atlanta si è rivelato uno degli show più interessanti di questa stagione televisiva, e sul piano musicale il ritorno del suo alias Childish Gambino è riuscito a far ricredere chi aveva storto il naso con i suoi precedenti album. Siamo davanti a un nuovo inizio che azzera tutto e decide di tornare alle radici del funk e del soul, qui omaggiati con dei piccoli classici istantanei, senza disegnare uno sguardo anche al recente RnB con melodie semplici ed accattivanti. 


10. Car Seat Headrest – Teens of Denial

I suoni squadrati, le melodie, lo scazzo, le facilonerie, le articolazioni chirarristiche, le parole mangiate, qualche urlo al punto giusto. Così Will Toledo si è preso la scena con questo Teens of Denials che segue la raccolta del presunto “meglio” dell’elefantiaca produzione pre studio di registrazione. Ora che ha deciso di avvalersi di una band a tutto tondo, la Matador, anche verificato il grande seguito sul Web, lo ha convinto a misurarsi con il proprio talento. Ne è uscito fuori uno dei dischi rock più rilevanti dell’annata. 


09. Hiss Golden Messenger – Heart Like a Levee

HGM è il progetto alternative country di MC Taylor, giunto con questo ambizioso doppio al suo settimo sforzo in studio. Diciannove canzoni solide che sanno affascinare con un suono raffinatamente lo-fi, a tratti soffuso, a tratti elettroacustico. Lasciato a briglia sciolta, il nostro non si approfitta della fiducia concessagli e cautamente ti porta in fondo al disco, riuscendo a non ammorbare nonostante la ripetitività dei toni e degli arrangiamenti che pure fanno il loro ottimo lavoro nel creare un blocco indie folk compatto, delicato e perfino avvincente quando i volumi si alzano quel poco che basta a staccare.


08. DIIV – Is the Is Are

Se si valutano uscite come Is The Is Are? in termini prettamente scaruffiani, il massimo che si dovrebbe concedere è un innocuo 6/10: vivace il suono post punk ricreato, non certo convenzionali al giorno d’oggi tutte queste code strumentali, simpatica l’imitazione di Kim Gordon da parte della Ferreira, discreta l’illuminazione per quel paio di melodie sopra la media… e se da un lato sei consapevole di essere dentro la piena etimologia e l’atteggiamento, dall’altro sai che questo è comunque quello che di meglio caccia il periodo storico su queste coordinate. E a conti fatti, le canzoni ci sono eccome.


07. Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree

L’atmosfera generale di Skeleton Tree non si avvicina a niente di precedente nella discografia di Cave. Certo nessuno dei suoi lavori tetri e posseduti, ma neanche album più introspettivi come The Boatman’s Call (1997) o No More Shall We Part (2001) – senza andare troppo indietro nel tempo – possiedono la drammaticità di quest’ultimo capitolo, che pure altrimenti, studiando i testi attentamente e quindi andando oltre la tragedia che l’ha preceduto, non sarebbe neanche un albo dark. Mancherà il peso specifico dei tempi d’oro, e soprattutto la voglia di fare arte coi Bad Seeds dei primi anni Novanta, ma in termini di qualità delle composizioni Skeleton Tree è quantomeno il migliore dal 2003 ad oggi, Grinderman inclusi. Forse non è più impossibile fare dischi di grande intensità in vecchiaia.


06. Brian Eno – The Ship

È quasi sempre iniquo il confronto col glorioso passato, ma a volte la devozione o la presunzione di aver già ascoltato tutto quel che l’autore poteva dire vanno messe da parte. The Ship rilancia la sfida in uno spazio sonoro che in primis somiglia a qualcosa di cinematografico e ampiamente conosciuto, poi si dissocia da tutto il resto del catalogo dell’artista, risultando la sua opera più intrigante da molti, molti anni a questa parte. Si partecipa a un minimalismo tridimensionale in cui le tracce non seguono le solite progressioni di accordi o le classiche basi della struttura ritmica, ma esistono nel loro spazio e nel loro tempo, come elementi reali di un orizzonte integratore ben più ampio, e appunto, spaziale: sembra di essere lassù, da qualche parte alla deriva in una navicella nello spazio, mentre reminiscenze o segnali dalla vita terrena sono ancora intercettati eppure subito tralasciati. 


05. Frank Ocean – Blonde

È sicuramente esagerato e presto per parlare di genio come molti stanno già facendo, ma certamente quest’ultimo LP ci permette di dire già molte cose su Frank Ocean. Un artista in grado di intercettare tutti i trend della musica più in voga del momento e capace di riproporli in una volta sola con un’opera di solidità stupefacente. Un disco talmente pregno di grandi trovate e canzoni eccezionali da spiazzare tutti.


04. James Blake – The Colour in Anything

In controtendenza rispetto a un mondo che ha sempre più fretta e fame di musica usa e getta, James Blake se ne frega e continua a parlare finché ha ancora qualcosa da dire, confermando allo stesso tempo di essere uno dei migliori artisti del nostro tempo. Nella sua musica non c’è nulla che sappia di vecchio e il suo senso melodico gli permette di tirar fuori classici istantanei che superano già in partenza la prova del tempo. 


03. Bon Iver – 22, A Million

La ricerca di sé è una costante del progetto principale di Justin Vernon, ed è forse il nesso principale tra 22, A MILLION e i suoi lavori precedenti. Basti pensare alla genesi di quest’ultimo capitolo: dopo l’enorme successo, come spesso capita, arrivano la depressione, le ansie, gli attacchi di panico, il senso di impotenza di fronte alle aspettative. Justin Vernon ne parla apertamente, senza vittimismo o segni di autocommiserazione, si è preso il suo tempo e dopo cinque anni ci ha consegnato un LP che è sia il racconto di quei momenti che il risultato del loro superamento, perché dal punto di vista compositivo e meramente tecnico, è questo il capolavoro di/dei Bon Iver.


02. Sumac – What One Becomes

Chi ormai per qualsiasi motivo è disinteressato e non se la sente di tornare indietro agli anni in cui scopriva questa musica, potrà fare spallucce e tenere chiusa la parentesi metal nella sua vita. Ma la verità è che chiunque abbia ancora ricordi vivi di quegli anni in cui era intellettuale ascoltare la musica post metal giusta, non può davvero permettersi di far finta che questo album non sia uscito: What One Becomes deve assolutamente affiancare gli altri classici della specie nella vostra discoteca, perché è la cosa più bella capitata all’intero filone negli ultimi dieci anni.


01. David Bowie – ★

The Next Day era stato un ritorno inaspettato e in grande stile nel pop, ma sappiamo tutti che David Bowie non è mai stato solo questo. Ha sempre avuto una grande passione per ciò che è artistico e criptico, e Blackstar è la naturale conseguenza della sua rinnovata urgenza espressiva. Più ricercato e meno fruibile, con quel sax che torna ad assumere colori più simili a quelli di Low, che codificavano uno stato d’animo allo stesso tempo intimo e universale, che a quelli di Young Americans, ingenui e devoti alle opere altrui. Più Outside e meno Let’s Dance e con tutti i rischi del caso, anche se nel momento in cui dai alle radio una cosa come “Sue (Or in a Season of Crime)” significa che davvero puoi fare quello che ti pare. Nel 2016 non può certo sfiorarlo la preoccupazione di non essere all’altezza di se stesso, perché è già accaduto più e più volte, ed è sempre stato in grado di reinventarsi. David non è l’umano che nei ‘70 si spacciava per un alieno, David è l’alieno se ha realizzato questo disco impossibile a 70 anni.


 

Playlist 2016

 

Le Top 10 dei nostri redattori

Daniele Sassi

01. Brian Eno – The Ship
02. Autechre – elseq 1-5
03. Sumac – What One Becomes
04. David Bowie – Blackstar
05. Lorenzo Senni – Persona
06. Bon Iver – 22, a Million
07. Hiss Golden Messenger – Heart Like a Levee
08. Nick Cave and the Bad Seeds – Skeleton Tree
09. Andy Stott – Too Many Voices
10. Wild Nothing – Life of Pause


Pierluigi Ruffolo

01. James Blake – The Colour in Anything
02. Bon Iver – 22, a Million
03. David Bowie – Blackstar
04. 2814 – Rain Temple
05. Huerco S. – For Those of You Who Have Never (And Also Those Who Have)
06. Dedekind Cut – $uccessor
07. 1991 – No More Dreams
08. Lorenzo Senni – Persona
09. John Carpenter – Lost Themes II
10. If These Trees Could Talk – The Bones of a Dying World


Alessio Dainelli

01. David Bowie – Blackstar
02. Eagulls – Ullages
03. Parquet Courts – Human Performance
04. Radiohead – A Moon Shaped Pool
05. Afterhours – Folfiri o Folfox
06. Moderat – III
07. Anderson .Paak – Malibu
08. Preoccupations – st
09. Hiss Golden Messenger – Heart Like a Levee
10. Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree


Umberto Nuovavia

01. David Bowie – Blackstar
02. Bon Iver – 22, a Million
03. Danny Brown – Atrocity Exhibition
04. Frank Ocean – Blond(e)
05. Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree
06. Lorenzo Senni – Persona
07. Andy Stott – Too Many Voices
08. Death Grips – Bottomless Pit
09. Autechre – elseq 1-5
10. Sumac – What One Becomes


Thomas Borgogni

01. Frank Ocean – Blonde
02. David Bowie – Blackstar
03. Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree
04. Autechre – elseq 1-5
05. Anohni – Hopelessness
06. Sumac – What One Becomes
07. Radiohead – A Moon Shaped Pool
08. Lorenzo Senni – Persona
09. Death Grips – Bottomless Pit
10. James Blake – The Colour in Anything


Emanuele Cioffi

01. Car Seat Headrest – Teens Of Denial
02. Frank Ocean – Blonde
03. Autechre – elseq 1-5
04. David Bowie – Blackstar
05. Amnesia Scanner – AS
06. James Blake – The Colour in Anything
07. Lorenzo Senni – Persona
08. Danny Brown – Atrocity Exhibition
09. Xiu Xiu – Plays the Music of Twin Peaks
10. Radiohead – A Moon Shaped Pool


Matteo Ragnedda

01. Bon Iver – 22, A MILLION
02. Frank Ocean – Blond(e)
03. Anderson .Paak – Malibu
04. Brian Eno – The Ship
05. James Blake – The Colour in Anything
06. Kanye West – TLOP
07. Huerco S. – For Those Of You Who Have Never (And Also Those Who Have)
08. David Bowie – Blackstar
09. Frankie Cosmos – Next Thing
10. Ka – Honour Killed The Samurai


Manuel Dal Fara

01. Autechre – elseq 1-5
02. Tim Hecker – Love Streams
03. Radiohead – A Moon Shaped Pool
04. Echospace Plays Michael Mantra – Sea Shell City
05. Skee Mask – Shred
06. Deadmau5 – W:/2016ALBUM/
07. Pantha du Prince – The Triad
08. Luigi Tozzi – Deep Blue: Volume 2
09. The Field – The Follower
10. Lorenzo Senni – Persona

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi