Top 30 2020

Zero concerti e zero festival. Il 2020 non è stato l’anno della musica suonata dal vivo. 

C’è tuttavia da sperare che quest’annata trascorsa in quarantena abbia costretto in casa e in sala prove gli artisti che altrimenti tra concerti e campagne promozionali non riuscivano più a restare concentrati sulla composizione di nuovo materiale, che poi è ciò che dovrebbe contare di più. Se è vero che i soldi ormai girano solo con l’attività live e le commissioni per colonne sonore e pubblicità, lo è altrettanto che senza la buona musica, quella innovativa e anche quella magari più convenzionale – ma che ti fa sentire al sicuro – non si può andare avanti a lungo in ogni caso. Quindi speriamo in un 2021 carico delle migliori uscite, anche da parte di chi da troppo tempo è a secco o non riesce a trovare la migliore ispirazione. 

Se non altro, molti restando a casa hanno avuto tempo e modo di tornare ad ascoltare musica dal proprio impianto hi-fi, un lusso che altrimenti, nell’epoca dei servizi streaming, si riescono a permettere in pochi. Altri hanno scelto di abbonarsi al portale di musica streaming preferito, e lo hanno sfruttato durante le lunghe camminate in solitaria, potendo quindi restare aggiornati sulle ultimissime uscite e recuperare vecchi repertori altrimenti fuori stampa. 

Fatti salvi alcuni dischi che troverete nella seguente classica, e davvero pochi altri rimasti fuori, il rock nel 2020 è da segnalare ancora in stato di ibernazione. Le varie declinazioni dell’elettronica, invece, hanno continuato a farla da padrone, con la black e la latin music che ormai stanno coinvolgendo anche chi fino a l’altroieri ascoltava solo musica bianca. Il metallo non è in letargo, ma non sembra nemmeno particolarmente reattivo, se non per quanto accade saltuariamente sui fronti black metal e drone, e giusto qualcosina sul versante dedito al post hardcore. 

Il 2020 ci sembra la classica annata di transizione. La Top 30 che segue non presenta particolari capolavori, ma di certo almeno una manciata di album davvero buoni, che vale la pena fa propri sia per stare al passo coi tempi, sia per scoprire alcune nuove forme che la musica contemporanea sta prendendo.

 

30. Moses Sumney – Græ

Già il precedente Aromanticism aveva messo il nome di Moses Sumney sulla bocca di chiunque fosse alla ricerca di un cantautorato moderno, capace di coniugare musica bianca e musica nera con grande grazia ed eleganza. Ma Græ è diverso: è un lavoro molto più complesso, rilasciato infatti in due parti per farlo metabolizzare agli ascoltatori. Non appena si riesce ad entrare in completa sintonia con tutte le sfumature del sound dell’artista, si rimane affascinati da questa voce cangiante, sincera ed estremamente emozionante.


29. Sevdaliza – Shabrang

Ci eravamo accorti di lei qualche anno fa, quando il suo ISON faceva breccia negli animi dei più affezionati alle nostalgiche ritmiche trip hop, tanto care a chi come noi attende ancora fiduciosamente aggiornamenti da casa Portishead. Non mescolerà chissà quanto le carte in tavola il neonato Shabrang, ma conferma le doti dell’iraniana come notevole interprete di un sound che strizza l’occhio al passato, tenendo attentamente in considerazione le novità proposte dal calderone contemporaneo.


28. Mr. Bungle – The Raging Wrath of the Easter Bunny Demo

Il disco in questione segna il ritorno sulle scene della prima band di Mike Patton, gli strambissimi Mr. Bungle. Si tratta del remake della primissima autoproduzione, rinvigorita da una nuova formazione che fa di tutto per mantenere lo spirito originale, quello di un gruppo di ragazzini californiani all’epoca men che diciottenni. The Raging Wrath of the Easter Bunny Demo è una botta di gioventù, urlata da idoli del genere che non si arrendono al passare degli anni, ma anche anzi, se possibile, risultano più true che mai.


27. Perfume Genius – Set My Heart On Fire Immediately

Fare musica così intima può essere sinonimo di posa eccessiva, carente nei contenuti. Michael Alden Hadreas mette in chiaro le cose ritraendo musicalmente una realtà burrascosa, antitesi di quanto detto poc’anzi. Matura il suo pop confidenziale, a tratti barocco – stavolta più carismatico e meno minimalista del solito, specialmente nella prima metà – e migliorano ulteriormente le liriche, ancora più rilevanti in un’epoca che la tolleranza pare averla smarrita strada facendo.


26. Caribou – Suddenly

Il più grande pregio dei dischi di Caribou (il principale progetto di Dan Snaith) è quello di riuscire a riscuotere un apprezzamento trasversale presso diverse fasce di pubblico, dall’ascoltatore electro oltranzista all’indie boy aperto alle produzioni elettroniche più melodiche. Anche questo LP non fa eccezione. Il canadese si dimostra se possibile ancora più versatile del solito, a suo agio con i linguaggi musicali più disparati. Qualsiasi cosa decida di fare, Snaith dimostra un invidiabile gusto melodico che ancora una volta riesce pienamente a coinvolgerci.


25. Blood From The Soul – DSM-5

Coi tempi che corrono, un concept album apocalittico di matrice industrial e post-hardcore è davvero il minimo che ci si potesse capitare. Quello che abbiamo di fronte si intitola DSM-5 e lo pubblica il supergruppo Blood from the Soul, capitanato da Shane Embury e dal vocalist dei Converge Jacob Bannon. La storia è distopica e sci-fi il giusto, ed è ben resa dalla musica, in cui sembra davvero di partire per un viaggio apocalittico, a bordo con una moltitudine di disperati in cerca di redenzione, salvezza, ritorno a un’umanità mai realmente vissuta.


24. Andrea – Ritorno

In questi anni la label tedesca Ilian Tape si è fatta notare per aver saputo rielaborare, in chiave moderna, l’IDM anni Novanta, in particolare con quello Skee Mask che tanto ci era piaciuto un paio di anni fa. L’esordio del torinese Andrea si inserisce quindi in questa scia, con melodie che sanno colpire già al primo ascolto e confermano la grande verve degli artisti electro italiani negli ultimi anni. Sicuramente questo tipo formula non sarà nulla di rivoluzionario, ma riproporre un sound che tutti quanti abbiamo amato con i mezzi del 2020 riesce pienamente ad accontentarci, quando non addirittura ad esaltarci.


23. Protomartyr – Ultimate Success Today

Stilisticamente riconducibili alla nuova scena post punk Made In UK, gli americani seguono la scia di Relatives In Descent e tracciano, attraverso le consuete coordinate apocalittiche, uno spaccato delle principali problematiche odierne. Le composizioni reggono, c’è poco da temere, e gli episodi migliori vanno ad aggiungersi ad una già cospicua raccolta di tracce che solo i Protomartyr e poche altre realtà venute fuori nell’ultima decade possono vantare. Dunque, se avete a cuore le sorti del rock, perché non dar loro un’occasione?


22. Sophia Loizou – Untold

Investire nella propria istruzione è cosa buona e giusta, e Sophia Loizou – attualmente ricercatrice presso la Goldsmiths, University of London – svela il suo genio attraverso un progetto a trecentosessanta gradi che vede coinvolte numerose discipline. Il nucleo rimane la musica, coadiuvata da un sapiente uso del field recording e da ammalianti pulsazioni ambient. Untold è un paesaggio sonoro caratterizzato da una produzione magistrale, dove natura e tecnologia collidono prendendoci per mano verso la loro contemplazione.


21. Vladislav Delay – Rakka

Rakka non è un ascolto facile. In realtà, non è nemmeno facile descriverlo. Uno dei primi paragoni che viene spontaneo fare è quello con AURORA di Ben Frost, uno dei principali esempi di ambient noise dello scorso decennio. Rakka è se possibile ancora più estremo, travolgente, un autentico treno in corsa. Il passato ambient dub di Delay è completamente dimenticato, non esiste più traccia di tutto ciò. Rimane immutata invece la sua capacità di esprimere suoni e suggestioni provenienti direttamente dalla natura, che stavolta sceglie di dialogare con un finlandese, anziché col solito islandese.


20. Oranssi Pazuzu – Mestarin Kynsi

Il passaggio alla Nuclear Blast, una delle etichette più famose in campo heavy, poteva far temere una banalizzazione del loro sound. Niente di più sbagliato, perché in questi sei pezzi la proposta artistica del combo finlandese appare semmai sempre più riconoscibile e personale, con il raggiungimento di un perfetto equilibrio tra il black metal e lo space rock dilatato di stampo seventies. Nel desolante panorama metal attuale, gli Oranssi Pazuzu rimangono tra le poche realtà che riescono a farci esaltare ad ogni nuova uscita.


19. The Microphones – Microphones In 2020

In questo 2020 succede anche questo, cioè che Phil Elverum decida di resuscitare il suo moniker più famoso ed influente. Non mentiremo: trovare una collocazione in classifica ad un lavoro del genere non è stato per niente semplice, proprio per la sua unicità. Un flusso di coscienza, con la base folk che viene a poco a poco deformata e modificata, e le foto che scorrono sul video ufficiale che contribuiscono a dare anche un riferimento visivo alla storia che Phil sta raccontando. Tutto sommato, un’esperienza davvero troppo intensa per potercene dimenticare.


18. Fleet Foxes – Shore

Pochi credevano che i Fleet Foxes avessero altri colpi in canna sopra la media dopo lo straordinario successo di pubblico e critica che fu Crack-Up. Shore vede la luce in concomitanza del solstizio d’autunno, e la sua uscita viene accompagnata da un film girato su pellicola 16 mm, che trasforma l’album in un’opera audiovisiva. La realtà che vuole dipingere è quanto di più speranzoso possa venir fuori dalla penna di Pecknold, una gratitudine esistenziale che pareva irraggiungibile, una leggerezza che avvolge l’ascoltatore in un vortice emotivo capace di conquistare nell’immediato.


17. Jessie Ware – What’s Your Pleasure?

Giunta al quarto album in studio, la cantante che tanto aveva collaborato con le nuove leve venute fuori dalla scena UK bass, rilancia sé stessa con un’ottima prova di maturità artistica. Un singolo dietro l’altro di dance pop dalle influenze soul e disco, vocalmente impeccabile, che ha come unico neo un tocco eccessivamente rétro. Certamente non la proposta più innovativa possibile, ma in fondo sappiamo essere spesso e volentieri schiavi della nostalgia, e What’s Your Pleasure? ce lo ricorda egregiamente.


16. Flaming Lips – American Head

Il senso di nostalgia per un passato spensierato e di impotenza al trascorrere degli anni pervade tutto American Head con un tono accomodante, intento involontariamente a chiederti di unirti al sentimento, coi tuoi ricordi di fanciullino. È un album straordinario se si pensa al fatto che la band è in giro da metà anni Ottanta, ed è incredibile l’ispirazione melodica di questa band di bambinoni dell’Oklahoma, che proprio non ci sta ad invecchiare. I fan ne possono andare fieri.


15. Arca – Kick I

Guai a chiamarlo il disco pop di Arca. C’è l’avvicinamento alla forma canzone, certo, che la produttrice venezuelana aveva già manifestato nel precedente, bellissimo ed inaspettato album omonimo. Però qui ci sono anche tutte le caratteristiche di un suono che nel bene e nel male ha contribuito a plasmare gli ultimi anni in campo elettronico, immediatamente riconoscibile e personale. Dentro ci sono ospiti importanti, ma la protagonista rimane sempre e solo lei. Impossibile ormai parlare con consapevolezza di musica contemporanea senza conoscere l’opera di Alejandra Ghersi.


14. Deftones – Ohms

Pur non raggiungendo i vertici – soprattutto melodici – di Koi No Yokan, i ragazzotti di Sacramento riescono a proseguire il loro percorso di crescita come musicisti e di affinamento di quello stile che sin dagli esordi sono riusciti a rendere di difficile imitazione. Non si vede perché, chi negli anni ha continuato a seguire i loro passi, non debba prendere in seria considerazione di aggiungere Ohms alla propria collezione dei Deftones. Si comprende perché, invece, la stampa specializzata stia dando così tanta attenzione a un loro nuovo albo: nel nulla generale del rock più pesante di questi anni, Chino e soci sono ancora qui a ricordarci di essere vivi. E noi con loro.


13. Charli XCX – How I’m Feeling Now

Figlio della pandemia, How I’m Feeling Now si rivela il lavoro più rappresentativo dell’anno, che per le tempistiche e le modalità decisamente non convenzionali con cui è stato assemblato si sarebbe potuto rivelare un fiasco fragoroso. Registrato nel giro di sei settimane, non è altro che un tour a tinte PC Music nella stravagante mente della nativa di Cambridge, ora nuovo tassello di una discografia che può cominciare a definirsi degna di nota. Ci auguriamo possa continuare così.


12. King Krule – Man Alive!

Nella decade appena trascorsa, Archy Marshall si è imposto come la next big thing della scena alternativa inglese, forte di un sound originale e poliedrico, a metà strada tra innovazione e tradizione. In Man Alive! notiamo subito due importanti novità: la prima riguarda i vari elementi, che nei dischi precedenti a volte apparivano in momenti diversi, mentre qui sembrano essersi fusi in qualcosa di più unitario; la seconda è che le liriche sono più scure che mai, col tema dell’alienazione che fa capolino in vari punti dell’opera. Ancora una volta si tratta di un centro pieno, a consolidamento di un artista ormai fondamentale.


11. Lorenzo Senni – Scacco Matto

A tenere alto il nome dell’Italia ci pensa Lorenzo Senni, realtà internazionalmente riconosciuta anche grazie all’approdo nella celeberrima Warp Records. Non troverete particolari innovazioni, eppure sono questi i casi in cui va visto il bicchiere mezzo – se non interamente – pieno, poiché Scacco Matto rappresenta il punto d’arrivo per un sound ancora troppo originale per risultare spremuto fino all’ultima goccia. Disco quindi promosso con merito, ma resteremo vigili, sperando in un’evoluzione non banale.


10. Fontaines D.C. – A Hero’s Death

L’abbiamo già detto più volte: questo revival post punk che ha travolto il Regno Unito e la vicina Irlanda negli ultimi anni è una delle ultime speranze che diamo al rock di poter contare ancora qualcosa. Quest’anno attendevamo al varco gli IDLES ed i dublinesi Fontaines D.C., con aspettative forse maggiori nei confronti degli inglesi. Ma se i primi, a parte qualche pezzo, non ci hanno convinto del tutto, i secondi sono riusciti a tirare fuori un disco che riesce nell’impresa di suonare fresco e personale pur rifacendosi a musica che ha ormai varcato la soglia dei 40. Oltre ai più scontati Joy Division e Wire, qui emerge anche un senso della melodia degno dei connazionali U2, a colorare pezzi stupendi che confermano le grandi qualità di questi ragazzi.


09. Fiona Apple – Fetch The Bolt Cutters

Prontamente acclamata da pubblico e critica, l’opera in questione avrebbe potuto suscitare antipatia a causa degli elogi sconsiderati da parte dei più. Riflettendoci però, fuori e dentro l’ambiente musicale Fiona Apple non ha mai istigato i suoi ascoltatori a puntarle il dito contro, allora perché partire prevenuti? In Fetch The Bolt Cutters i pezzi ci sono eccome, ma a stupire non è tanto la formula attuata, quanto la straordinaria capacità di suonare caloroso e brutalmente onesto al tempo stesso.


08. clipping. – Visions Of Bodies Being Burned

Se il predecessore necessitava di più varietà sonora, non possiamo certo voltare lo sguardo a Visions of Bodies Being Burned. Qui ad uscirne vincitori siamo noi fruitori del prodotto, dato che il materiale per cui spellarsi le mani abbonda. Le ritmiche serrate non sono state accantonate, i versi brutali tantomeno, e ciò contribuisce ad arricchire il macabro immaginario creato dai californiani. Ci aveva visto lungo la Sub Pop, assicuratasi dopo appena un mixtape le gesta del trio, che continua a mietere vittime attraverso un concentrato di hip hop e horror-core dal sapore cinematografico.


07. Nicolas Jaar – Cenizas

Ceneri. Basterebbero il titolo e la copertina per descrivere l’ultimo LP di Nicolas Jaar. Il cileno lavora in sottrazione, lasciandosi alle spalle i ritmi più ballabili ed immergendosi in un’atmosfera funerea e quasi sacra. In questo disco a farla da padrone è la musica ambient, con echi world, jazz e neoclassici a fare da cornice. Si tratta di un lavoro che parla la lingua dell’isolamento, e che prova a sfuggire da esso intraprendendo una specie di viaggio verso qualcosa di altro, di indefinito.


06. Autechre – SIGN / PLUS

Il duo in perenne sperimentazione torna sulla terra dopo le ultime prove ai limiti dell’umana comprensione. SIGN possiede sfaccettature ambient in totale contrapposizione con le recenti uscite fuori dagli schemi, PLUS la sua giusta controparte più ritmata. Due lavori deludenti per i fan dei loro meccanismi più intricati ma subito apprezzati dagli amanti delle loro texture più pacate; noi possiamo ritenerci soddisfatti e curiosi verso le nuove vette che il moniker Autechre deciderà di toccare.


05. Sega Bodega – Salvador

Produttore eclettico, Salvador Navarrete ha sempre preferito lavorare dietro le quinte, avulso dalle luci della ribalta. Paradossalmente è il 2020 a segnare la svolta, grazie a un debutto sulla lunga distanza la cui stragrande maggioranza dei pezzi meriterebbe un capitolo a sé stante. Il suo avant pop energico suona più pulito rispetto a quanto visto negli EP, brilla per personalità e consacra il talento di origini cilene a qualcosa di più di un semplice nome da tenere d’occhio.


04. Yves Tumor – Heaven To A Tortured Mind

Se l’album precedente avvicinava il sound dell’artista alla forma canzone pur mantenendo quella componente sperimentale e destrutturata, con questa nuova uscita Yves Tumor getta via definitivamente ogni remora e si lancia in un omaggio alla musica soul più languida. In questi pezzi, sembra più volte di sentire una versione più oscura ed inquieta del migliore Prince anni ’80, tra chitarre scintillanti ed interpretazioni vocali piene di pathos e sensualità. Non si tratta però di revivalismo ottuso, perché tra le pieghe di questo disco riusciamo ancora a sentire quelle dissonanze che hanno fatto di Sean Bowie uno dei nomi di punta dell’elettronica contemporanea.


03. Oneohtrix Point Never – Magic Oneohtrix Point Never

Daniel Lopatin stupisce ancora una volta con quello che è a tutti gli effetti la versione riuscita del precedente Age Of. L’autocelebrativo titolo, i singoli anticipatori e le recenti collaborazioni con beniamini del grande pubblico come The Weeknd erano la prova, più che l’indizio, del suo interesse in costante crescita verso il formato canzone e l’attitudine pop. Qualcuno poteva temere la disfatta, ma se le tracce cominciano a incastrarsi nel modo giusto come pezzi di un puzzle da riordinare e finiscono per suonare come dovrebbero, non c’è appunto che tenga. Bravo, ancora una volta.


02. Eartheater – Phoenix: Flames Are Dew Upon My Skin

Eartheater è lo pseudonimo dell’istrionica polistrumentista Alexandra Drewchin, giunta al secondo lavoro pubblicato per PAN, dopo l’ottimo Irisiri. Nel mezzo, Trinity, il validissimo mixtape autoprodotto lo scorso anno. Con Phoenix: Flames Are Dew Upon My Skin Eartheater si ripresenta con un disco di una maturità e di una classe inaspettate, lasciando l’acquolina in bocca per quello che potrà essere il prossimo passo della sua carriera.


01. Actress – Karma & Desire

Il nostro disco dell’anno appartiene all’ingegno multiforme del britannico, in quello che è il degno seguito dell’altrettanto meritevole AZD, lavoro più freddo e tecnologico, incentrato maggiormente sulla dedizione verso l’intelligenza artificiale. Il nuovo lotto di tracce offre il giusto connubio tra l’animo più recondito del producer e il suo lato club-oriented, con la tracklist stessa a suggerire questo contrasto. Darren Cunningham ha lasciato intravedere il cuore, fare lo stesso dovrebbe essere nostra prerogativa.

 

a cura di Giovanni Filippeddu, Giuseppe Rotundo, Pierluigi Ruffolo, Daniele Sassi, Manuel Boninsegna.

Studente universitario noiosamente abituato al suo modo di essere, paranoico ma allo stesso tempo attratto dal futuro prossimo. Attenzione a non prenderlo troppo sul serio perché potrebbe montarsi la testa.

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