Top 30 2019

La verità è che quando abbiamo iniziato quest’avventura avevamo tutti più tempo e voglia di provare a fare chissà cosa, come se potesse essere mai rilevante quanto scrivevamo di musica su queste coordinate. A distanza di più di un decennio, tante, forse troppe cose sono cambiate per poter far credere a noi stessi che fra ulteriori dieci anni saremo ancora qui a compilare le classifiche di fine anno e di fine decennio. Mentre all’epoca concludevamo i nostri studi e immaginavamo un posto di lavoro figo e indipendente, oggi dobbiamo dividerci, chi più chi meno, fra attività, questioni familiari e della vita adulta, e persone intorno a noi che richiedono attenzioni ed energie che un tempo sfogavamo nel rock. Rifaremmo tutto o forse no, non si sa. Di certo la musica non ci ha mai traditi, mentre magari i datori di lavoro, le compagnie, perfino i parenti-serpenti sì. E in questo senso è bene ribadire ancora una volta che la musica buona è ancora disponibile e viva, tutto sta nell’avere curiosità e voglia di trovarla, e poi lasciarsi ispirare. Non sarà stato un decennio d’oro per il rock e per il metallo – mentre è stato entusiasmante seguire black music e soprattutto l’evoluzione dell’elettronica per quanto ci riguarda – ma il monito resta sempre quello di diffidare da chi vi schernisce dicendo il meglio c’è già stato ed è ormai lontano nei secoli.

Quel poco tempo in più che abbiamo siamo a volte costretti a usarlo per aumentare i ricavi, per continuare a vivere una vita da dandy intellettualoidi che vanno ogni tanto ai concerti, seguono i trend (contro)culturali giusti e rimangono al passo coi tempi. La sfida infatti è quella di cercare di rimanere giovani anche quando, se ci pensiamo, alla nostra età i nostri genitori erano già pieni zeppi di quei problemi della vita degli adulti che fino ad oggi abbiamo provato a scansare. E per rimanere giovani, serve appassionarsi, o quantomeno provarci, alla musica che ci ha tenuti attaccati a siti e forum come i nostri. Se vi si rinuncia del tutto, si invecchia a 300 all’ora.

Concluderemo il discorso con il lancio della TOP 100 anni ’10 che stiamo elaborando in questi giorni. Intanto ecco quelli che secondo la nostra sempre più esigua redazione sono stati i migliori dischi del 2019.

 

Top 30 album 2019

30. DIIV – Deceiver

Seppure Zachary Cole Smith non rinunci del tutto a una scrittura vivida e animata (il primo singolo “Skin Game”, oppure “The Spark” che è una canzone che proviene dagli istinti smarriti dei migliori The Pains of Being Pure at Heart), in Deceiver la scelta generale è quella di suonare più cupi e più solidi che nell’acclamato Is the Is Are, anche per motivi di ordine personale (e relativo terzo rimpasto in sezione ritmica). Che i DIIV abbiano un folto di numero di appassionati ormai non ci sorprende più.


29. Nick Cave and the Bad Seeds – Ghosteen

Una celebrazione liturgica che, sulla base dei sintetizzatori di Warren Ellis, salvifica il genitore Nick Cave il quale, pur ancora con un coltello conficcato nel cuore, immagina un paesaggio celestiale dove incontra nuovamente il figlio. Queste nuove canzoni paiono scritte in un luogo di pace, come il giardino raffigurato nella copertina, e seppure non più obliqua come ai tempi di Blixa Bargeld e Mick Harvey, l’attuale formazione è pienamente coordinata ai contenuti lirici di Cave.


28. Earth – Full Upon Her Burning Lips

Netto e ripulito di qualsiasi strumentazione ausiliaria e quindi ancora più puro nell’espressione della poetica della band, Full Upon Her Burning Lips è uno dei migliori long playing del duo di Olympia per quanto ci riguarda. Solo basso e chitarra per Dylan Carlson, soltanto batteria e percussioni per Adrienne Davies. Nessuna ospitata illustre. Niente tastiere. Pochissimi effetti in studio. Ti becchi tutta l’essenza degli Earth, se sei in grado di sostenerla.


27. Swans – Leaving Meaning

È un grande evento Leaving Meaning, perché fornisce tanti nuovi minuti di musica in grado di farti compagnia nella solitudine, e di punirti in qualche modo se mai hai giubilato senza accorgerti di farlo. Se entri in sintonia con brani come “Cathedrals of Heaven” o la traccia che dà il titolo al disco, è perché sei auto-intransigente e vuoi farti questo, per sentirti vivo. Gli Swans sono il tuo cilicio, e il tuo strumento per allontanarti, almeno in camera tua – perché questo non è un album da ascoltare all’aria aperta o in compagnia – dal resto del mondo.


26. Blood Incantation – Hidden History of the Human Race

Un disco death di questo livello non lo ascoltavamo da anni. Dopo il già ottimo esordio, la band americana conferma le sue qualità con un lavoro cattivissimo, violento, ma anche dotato di una finezza compositiva non trascurabile. Quattro brani, tra i quali spicca il monolite finale, di purissimo psych death che riesce a frullare varie influenze (Morbid Angel, Gorguts, Death) in una miscela assolutamente esaltante.


25. Cult of Luna – A Dawn to Fear

Porta a compimento gli esperimenti portati avanti con Vertikal e Mariner, specialmente per quanto riguarda il lavoro dei sintetizzatori, qui usati al massimo delle loro potenzialità. A Dawn to Fear sarebbe potuto uscire anche quindici anni fa, ma questo non influisce assolutamente sull’ascolto, vista la qualità dei singoli pezzi. E si impone come punto di arrivo della carriera dei Cult of Luna, come miglior loro lavoro dai tempi di Somewhere Along the Highway


24. Chelsea Wolfe – Birth of Violence

Birth of Violence sembra rappresentare una risalita, la quiete dopo una lunga tempesta o una lunga discesa nell’oscuro, iniziata con Pain Is Beauty e proseguita in modo massiccio con gli ultimi Abyss e Hiss Spun. Si torna su in superficie quindi, un po’ accecati nel rivedere la luce, in un posto dove i pensieri inconsci si mischiano con le riflessioni su fatti reali e gli effetti del cammino effettuato in precedenza rimangono in echi dark e sinistri. In questo mondo evanescente, la voce di Chelsea Wolfe è la guida, l’appiglio cristallino su cui fare riferimento.


23. Brutus – Nest

Gli strumenti si rincorrono continuamente, cambiano ritmi, velocità, stile, e quello che tirano fuori è davvero una boccata d’aria fresca per il post hardcore moderno, nonostante gli elementi che definiscono il loro sound sono riconoscibili e facilmente identificabili. Hardcore, metal, post-rock, un ibrido tra i Russian Circles e i Deafheaven sposati con Emma Ruth Rundle seppure con Chelsea Wolfe come amante (citiamo questi nomi visto che sono tutti sotto la stessa etichetta, Sargent House). Queste sono le referenze e coordinate dei Brutus.


22. clipping. – There Existed an Addiction to Blood

Nulla di clamoroso che riguardi gli ingredienti, ma i clipping. centrano la ricetta che ad altri non era riuscita, forse perché troppo concentrati a mostrare il messaggio e/o il personaggio, oppure a mostrare più semplicemente i muscoli. Qui chi parla non minaccia, è quasi minacciato. E come in ogni grande album che possa vantarsi di questo nome serve per di più non fermarsi alla classica canzone indovinata che lo immetta nel circuito. Serve solidità e completezza. Servono più d’un picco, più intuizioni che non siano un solo sapore per quanto deciso e originale. Come in 


21. Caterina Barbieri -Ecstatic Computation

Negli ultimi anni l’elettronica italiana ha raggiunto livelli veramente alti, con i nostri artisti che firmano per le etichette più prestigiose e influenzano anche oltre confine, tutto questo mentre il pubblico esaltava itpop e trap come fossero delle rivoluzioni. Caterina Barbieri si inserisce in questo filone, e il suo ultimo LP può essere considerato un importante punto di arrivo per il suo percorso. Lo stile resta caratterizzato da progressioni ipnotiche che hanno il potere di lasciare l’ascoltatore perennemente in trance.


20. Anderson Paak. – Ventura

Resta su alti livelli Brandon Paak Anderson, ma stavolta strizza l’occhiolino all’easy listening e quindi a possibilità che finora non lo avevano coinvolto. In queste sue nuove undici tracce – tutte di buona fattura – troviamo meno ospitate e una maggiore cura del dettaglio R&B e pop, mentre si trascurano un po’ le basi funk che lo hanno fatto notare nei precedenti lavori. In Ventura Paak. ha ripulito il suo suono, trasformandolo in qualcosa di efficacemente innaturale per adattarsi alle tendenze pop contemporanee.


19. Tim Hecker – Anoyo

Anoyo non è un’appendice di Konoyo,  ma un suo satellite, in cui accadono meno cose e da dove provengono segni di vita primitivi, ancestrali, impossibili rispetto alla modernità del futuro in cui sono stati emessi. Potrebbe essere questa la musica antica e folkloristica che troveremo fra cinquecento anni in Giappone. Oltre al solito Hecker, troviamo anche un’ibridazione fra sintetizzatori e strumentazione reale/analogica che identifica e renderà facilmente riconoscibile questo’opera rispetto al resto del suo catalogo. 


18. Avey Tare – Cows on Hourglass Pond 

Cows è una collezione molto armonica e in un certo senso contenuta, rispetto agli standard recenti. Meno sofferta, più eterea e basica al contempo. Talmente semplice da essere per lunghi tratti quanto di più accessibile il buon Tare abbia mai pubblicato, e tanto che non è insensato parlare addirittura di pop. È stato poi registrato con un Tascam 48, una macchina che incide su nastro reperibile in Rete con meno di 1.500 euro. E vi assicuriamo che se ciò non vi fosse stato detto, non pensereste mai a una registrazione così rischiosamente imperfetta. Perché per questa musica, perlopiù di base acustica, è davvero più che sufficiente avere uno strumento del genere, evidentemente. E in generale, nella poetica e nella storia degli Animal Collective, una mossa simile non è neanche così sconvolgente.


17. Tyler, The Creator – Igor 

Sarebbe stato facile seguire una linea che gli aveva garantito il rispetto unanime di tutti, dal pubblico alla critica. E invece Tyler ci consegna un albo diverso, che ripesca l’elettronica grezza e paranoica degli esordi sposandola all’estetica neo-soul di Flower Boy, il tutto farcito da un tappeto di synth funkeggianti che sembrano usciti dagli anni 80. Ed è il modo in cui tutte queste sonorità ed influenze vengono trattate in questo progetto che fa davvero la differenza. I pezzi fluttuano in questo spazio indefinito, tra elettronica, soul e synth funk, restituendoci di volta in volta una fotografia diversa dell’immaginario dell’artista.


16. Holly Herdnon – Proto

Un pop destrutturato, industriale, avvolto da glitch nervosi e da scossoni di matrice deconstructed club. Dopo il già validissimo Platform, la cantante dell’umanesimo digitale, come spesso è stata definita, continua imperterrita nella sua opera di ridefinizione della forma canzone, con melodie spesso di facile presa continuamente violentate da incursioni elettroniche, così da trasformare una semplice canzone sentimentale come “Eternal” in un incubo industriale. La musica di Holly Herdnon è figlia dei nostri tempi, ma prova a guardare oltre, nel futuro, in un mondo in cui le barriere tra uomo e macchina verranno completamente distrutte, in cui il digitale diventerà ordinario quanto l’analogico, se non di più.


15. Efrim Manuel Menuck & Kevin Doria – Are Sing Sinck, Sing

Nel primo lavoro assieme a tale Kevin Doria (per dirla alla Malesani, noi no, non ne conosciamo il curriculum), Efrim è riuscito a commuoverci come ai tempi dei primi ascolti di Lift Yr. Skinny Fists Like Antennas to Heaven, a riempire la stanza di rumore disperato come quella volta che ti eri illuso che i Silver Mt. Zion avessero fatto un albo rock convenzionale, facile da ascoltare, “punk rock”, e invece ti sei ritrovato, dopo pochi minuti dall’inizio di Pretty Little Lightning Paw, più atterrito e preoccupato che mai. Per quanto ci guarda, questo è uno dei suoi migliori lavori. Il problema per il portafogli è che sono davvero troppi i suoi album irrinunciabili ormai.


14. Sharon Van Etten – Remind Me Tomorrow 

Dalle radici prettamente americane del suo suono, l’artista di stanza a Brooklyn si è spostata – con l’aiuto del produttore John Congleton – verso un moderno synth pop che più per le soluzioni stilistiche o gli espedienti tecnici, stupisce per la realizzazione sonora finale. Suona fresco pur essendo di un genere ormai datato anch’esso. In Remind Me Tomorrow le fondamenta folk sono ancora riconoscibili, sebbene la risultante degli arrangiamenti porti la Van Etten a un sound che forse stranierà chi finora l’ha adorata in quanto artista rock. 


13. Kali Malone – The Sacrificial Code

Lo strumento organo nella sua purezza espressiva, in quasi due ore di registrazioni. Potrà sembrare un paradosso, ma in realtà pure in un doppio disco così estremamente minimale, la cura del dettaglio tecnico nella ricerca del suono più incontaminato è maniacale. Una sorta di tecnicismo al contrario, in cui manipolazione e autoindulgenza sono messe al bando in nome di uno spirituale dell’arte che avrebbe applaudito Malevič. Piccole alterazioni sonore, non considerabili come movimenti, inducono a un effetto di trance e di vulnerabilità che può commuovere, o disturbare. 


12. Thom Yorke – Anima

Ciò su cui ci siamo ritrovati a riflettere nel forum di DYR rispetto al percorso solista di Thom Yorke riguarda la rarità di quanto ci sta proponendo, che forse con troppa facilità diamo per possibile e scontata. Chi altro fa musica accostabile a questa? The Knife e Fever Ray forse. Grimes? Robyn? Qualcuno di sicuro in Giappone. Nessuno, questo di certo, dal background rock come lui. Almeno non con questa profondità e conoscenza del territorio che sta esplorando. Thom si sta isolando da tutti gli altri che hanno provato a cimentarsi con l’elettronica unendola alle strutture pop. Anima è un album che quindi suona come suona Thom Yorke, a prescindere dalla freschezza dei beat e dei suoni estratti dai sintetizzatori. 


11. Freddie Gibbs & Madlib – Bandana

La strana coppia che ci regalò nel 2014 il pregevole Pinata torna sul luogo del delitto e realizza un altro album di purissimo e micidiale gangsta rap. Le spettacolari produzioni di Madlib, più moderne del solito ma sempre inconfondibili, si sposano alla perfezione con il rapping serrato di Freddie Gibbs, dimostrando come si possa ancora rielaborare la tradizione hip hop anni ’90 in maniera originale, quando non addirittura sconvolgente.


10. Little Simz – Grey Area

Chi altri dovrebbe essere il protagonista in un disco rap se non il rapper? Eppure, negli ultimi anni, il dominio della trap ha più volte smentito questo teorema, con una quantità infinita di pezzi salvati spesso e volentieri solo dall’ottimo beat. Little Simz, invece, tira fuori un LP che ci appare classico e ricercato pur risultando all’ascolto moderno, fresco, unico. Ha dovuto lavorare sodo per raggiungere la notorietà, pur potendo vantare estimatori prestigiosi quali Lauryn Hill e Kendrick Lamar, ma alla fine ce l’ha fatta. Dopo due album  pieni di spunti interessanti ma ancora parzialmente acerbi, le sue qualità appaiono in tutto il loro splendore nella zona grigia.


09. Quirke – Steal a Golden Hail

Col suo primo full lenght, Josh Quirke raccoglie le migliori idee del suo campionario in una manciata di tracce che parlano a chi ha ancora a cuore le sorti di quell’IDM di fine anni Novanta che ormai quando ci riappoggi su la puntina, suona romantica e ingenua come un film sci-fi ormai superato negli espedienti tecnici e negli effetti speciali, ma non nel messaggio di fondo. Con pure qualche reminiscenza jungle a dargli carattere e caffeina, in questo disco avvengono davvero tante cose, ed è così piacevole da ascoltare che vien voglia di camminarci in solitudine, nella nebbia della città che non si è ancora risvegliata.


08. Bon Iver – i,i 

Tredici nuove composizioni, mediamente molto brevi (soltanto due superano i quattro minuti), che ripartono esattamente da dove terminava l’esperienza del fortunato lavoro precedente, probabile punto di svolta definitiva nel percorso di Justin. Ci sarà sempre tempo per tornare all’essenzialità raccontata dai boschi del Wisconsin, nel frattempo la formula sonora è quella del cubismo pop analitico di 22, A Million. Ingegno, genio, sacra ispirazione, follia: non è chiaro come Vernon sia arrivato a queste sonorità e ad architettare simili arrangiamenti, campionamenti, concetti musicali. Ancor meno lo è stabilire qual è il miglior disco di/dei Bon Iver. Da oggi sarà un’impresa ancor più impossibile.


07.  Panda Bear – Buoys

A fronte di sue opere fondamentali degli anni ‘oo, sarebbe davvero riduttivo calibrare ogni ragionamento intorno alla musica di Panda Bear sulla base di quanto sviluppato in passato assieme agli Animal Collective. Ci piace quando Noah lascia andare la voce e trattiene le note più a lungo, evitando sincopi e allitterazioni, che invece, stavolta, sono lasciate alla strumentazione. Più di un pezzo nasce infatti dal ritmo cadenzato dalle interruzioni di continuità di suono della base musicale, fatta spesso da accordi di chitarra classica, su cui poi Lennox crea le sue melodie estatiche al gusto di riverbero. Pochi gingilli e campionamenti da DJ casereccio adornano la sostanza con naïveté.


06. Visible Cloaks – FRKWYS Vol. 15: serenitatem

Serenitatem è una collaborazione temporanea fra i Visible Cloaks (Spencer Doran e Ryan Carlile) e due dei musicisti giapponesi che hanno influenzato la loro musica idiosincratica, il sound designer Yoshio Ojima e il pianista Satsuki Shibano. Si tratta di molto di più di una sessione di improvvisazione tra quattro artisti affini; è un’opera intercontinentale che esiste al di fuori del tempo e dello spazio, avvolgendo l’intero ambiente di ascolto, senza accontentarsi mai di fare da sottofondo. Ancora una volta i Visible Cloaks ci convincono pienamente. 


05. Black Midi – Schlagenheim 

Partiture isteriche eseguite con classe, una voce tarantolata e in generale un gran gusto (anche nella copertina, pare il parto di una rete neurale addestrata sui quadri di Bosch mischiati alle pellicole di Tsukamoto) sono gli ingredienti di questa già matura prima produzione che mette in chiaro subito come i Black Midi abbiano già capito chi sono e cosa vogliono fare. Il loro aspetto un po’ 80s e un po’ nerd, oltre a una musica che va a pescare tra no wave, math rock, space funk, gli Slint e il post punk, evoca un’idea di splendido pasticcio atemporale. Il fermento generatosi intorno al loro nome, l’hype nei circuiti indie, le prime recensioni avevano ragione: i BM sono veramente fighi. 


04. Tool – Fear Inoculum

Hai voglia a cercare qualcosa di meglio in campo heavy rock. Lasciate perdere, non esiste nulla di superiore ai Tool. Ancora nel 2019. Nell’insieme, per come la vediamo noi, è un album che ci sta, che porta discretamente avanti il loro percorso musicale, e che magari può dare la spinta ad altre band, nuove e meno nuove, a fare buona musica di nuovo. Speriamo infatti che questo LP dia coraggio a chi fa rock più o meno pesante per riprovarci con serietà, in quanto dimostra che si può ancora esplorare se stessi, vendere tanto e ricevere gli omaggi della stampa con musica così apparentemente fuori moda. 


03. FKA Twigs – Magdalene  

In Magdalene FKA Twigs non solo riesce a superare le aspettative, ma continua anche a elevarsi al di sopra delle sue influenze per promuovere il suo suono unico, grazie a una manciata di nuove canzoni semplicemente stupende. In qualche modo, Tahliah Barnett è riuscita a spingersi sempre più in una lega tutta sua, andando a creare un tag di genere valido solo per se stessa: non c’è nessuno nell’industria musicale che suoni anche solo vagamente come lei, e dubitiamo che chiunque presto lo farà.


02. Floating Points – Crush

Il punto di partenza del nuovo LP è la scena UK Bass da cui Sam Shepherd è emerso ormai circa un decennio fa. Traccia dopo traccia Crush consolida i molti lati e la sensibilità dell’artista, organizzando lo sviluppo del suo marchio, ad oggi riconosciuto come DJ club, compositore, proprietario di etichetta e produttore. Sono dodici pezzi di complessa elettronica che coinvolge esempi perfetti di melodie di synth modulari. Un piacere da ascoltare con il giusto impianto audio.


01. The Comet Is Coming – Trust in the Lifeforce of the Deep Mystery

Quella di Shabaka Hutchings e compagni è musica realmente totale, che va oltre la base jazz, inserendo nel calderone afro-beat, electro funk, psichedelia coloratissima, blues rock progressivo e addirittura qualche scoria di hip hop sperimentale. Ce n’è davvero per tutti i gusti, e ci sentiamo di consigliarne l’acquisto a tutti. È il nostro disco dell’anno.

 

 

 

 

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