Top 100 anni ’90

100. The Auteurs – After Murder Park (1996)

Capitanati dall’inquieto Luke Haines, gli Auteurs sono stati in grado di unire idealmente le due sponde dell’Atlantico, grazie alla produzione ruvida, sporca, americana dell’ormai già santificato Steve Albini e al songwriting tipicamente inglese del loro frontman. After Murder Park nasce dalla sofferenza: Haines lo concepisce su una sedia a rotelle, dopo essere caduto da una finestra in Spagna. Un episodio che in qualche modo ricorda un altro grande classico del rock – con le dovute proporzioni – vale a dire Rock Bottom di Robert Wyatt. Inutile dire che questo evento avrà grosse ripercussioni sull’umore del disco: le chitarre aggressive e abrasive, la sezione ritmica secca e affilata forniscono il supporto adeguato ai temi crudi trattati nei versi delle canzoni (la morte violenta a dominare su tutti). A condire il tutto la voce dandy e decadente dell’attore protagonista e regista di sé stesso, oltre ad una strumentazione non propriamente standard che include elementi come organo, archi e qualche fiato ad integrarsi a quelli canonici, senza mai risultare invadenti o saturare gli arrangiamenti

99. Magnetic Fields – 69 Love Songs (1999)

Rock, blues, folk, jazz, cabaret, synth-pop, la presenza costante e papabile del sound di Phil Spector: nei primi ascolti è facile perdere l’attenzione nella decodifica. Merritt, e i musicisti di cui si circonda, riescono a immedesimarsi in ognuno dei generi che toccano, senza per questo rilegare le proprie interpretazioni ad esercizi di stile o meri accompagnamenti. Nell’analisi del rock fatta dai Magnetic Fields vengono trattate molteplici tematiche, portate in superficie da metafore animalesche e geografiche sempre peculiari e affascinanti. Aneddoti, vita quotidiana, incontri, delusioni, sguardi, balli: tutto il melenso spettro di possibilità presente in ogni canzone d’amore che si rispetti è qui ripreso con ironia, dolcezza e leggerezza, ma non solo. Decenni di cultura pop, di letteratura contemporanea e arte visiva, di televisione e folklore, vengono riproposti in una sorta di manifesto ideologico. 69 Love Songs non rappresenta solo il picco artistico di Stephin Merrit. Tutte le energie che in parte andavano sprecate dai Magnetic Fields nei primi lavori, si consolidano e consumano qui. Ne rimarrà infatti poca traccia negli episodi successivi, che pur facendosi aspettare per anni, non sapranno ripetere la magia. Un album che a tutti gli effetti è una porta chiusa sui ’90, con cui affacciarsi sul 2000 e dalla quale entreranno diverse realtà più recenti. Un colosso che è termine di confronto e fonte di ispirazione, ambizioso eppure compiuto ed irripetibile.

98. Codeine – Frigid Stars (1990)

Frigid Stars è uno dei migliori titoli pubblicati dalla Sub Pop di Seattle, e già questo è un titolo di non poco conto, considerando che l’etichetta è troppo spesso associata soltanto alle prime vicende dell’era grunge. È una collezione di pezzi da ritenersi seminale per la maturazione della scena post hardcore qualche anno dopo, e una mosca bianca in un periodo in cui non era certo la narcosi in musica a dominare le scene. L’elogio del lento incedere, il suono dei colpi battuti nel vuoto, la malinconia e la capacità di coinvolgimento della musica confezionata dai Codeine resteranno, una volta spente le luci sul fenomeno grunge, alcuni degli elementi più significativi di un periodo storico, quello dei primi Novanta, che ha portato nel rock nuove basi sulle quali poggiarsi e rifiorire. Senza questo LP non si sa se tutto il filone post (rock e core) sarebbe stato lo stesso. Probabilmente no.

97. Death in June – But, What Ends When the Symbols Shatter? (1992)

All’inizio degli anni ’90, Douglas Pearce stava attraversando una profonda crisi spirituale, tanto che l’amico David Micheal “Tibet” Bunting gli dedicò il brano “A Song for Douglas After He’s Dead” presente sul disco Thunder Perfect Mind dei Current 93. Il titolo But What Ends When the Symbols Shatter? del nascente album dei Death in June fu scelto da Douglas perché, a causa di quella crisi, “sentiva i simboli frantumarsi” ed estendeva il suo personale crollo a tutto ciò che lo circondava, come se il mondo non stesse finendo soltanto per lui. La direzione musicale dei nuovi Death in June, ridotti all’epoca al solo Pearce affiancato da amici e collaboratori, portava al massimo splendore l’estetica folk della quale gli stessi Current 93 stavano diffondendo il verbo. In realtà tale attitudine era già presente nel precedente The Wall of Sacrifice, ma non era così protagonista né ispirata e sviluppata come in questo caso. “But, what ends when the symbols shatter? And, who knows what happens to hearts?”; con queste domande, che rimandano alla genesi dell’opera e alle sue intenzioni, si chiude uno dei capisaldi di un genere in sviluppo, e un punto di riferimento per i successivi. Nell’anno di uscita, Douglas trovò in quel di Venezia una maschera particolare, adottandola per le apparizioni sul palco e divenendo così l’ennesima caratteristica visiva del suo impersonare i Death in June votati al recupero delle tradizioni. “We returned to the source”, il ritorno alle origini poteva essere la luce alla fine del tunnel. “Is this the final exorcism? Of an obsession in the obsession?

96. Current 93 – All the Pretty Little Horses (Theinmostlight) (1996)

David Tibet, guru indiscusso della scena anticonformista inglese, continua con questo disco la scia iniziata con Thunder Perfect Mind, abbandonando l’aspetto più infernale e demoniaco dell’industrial dei primi lavori. E lo fa appropriandosi della melodia e inaugurando la sua stagione del folk apocalittico, diventandone il profeta, in continuo viaggio spirituale dentro se stesso e dentro la propria musica. All the Pretty Little Horses è un viaggio esoterico e intimistico tra la nascita e la morte che va a toccare gli anfratti più nascosti dell’anima (the inmost light), e tra ninne nanne e momenti più disturbanti vede la presenza delle contaminazioni dell’ospite fisso Stapleton, oltre alle voci dell’amico John Balance e di Nick Cave, il tutto per impreziosire le liriche di Tibet che sono, in questa veste, delle vere e proprie poesie evocative.

95. Drive Like Jehu – Drive Like Jehu (1991)

Impossibile negare l’impatto che questi ragazzi di San Diego hanno avuto sul suono degli anni ’90: molto di quel che il post hardcore è stato negli anni a venire, consapevolmente o non consapevolmente, e non solo nel continente nord-americano, è probabilmente già presente in questo disco dall’approccio attivo-aggressivo, amatoriale eppure matematico, quando non anche comico. Non avrà avuto l’impatto socio-musicale di un Repeater o l’esposizione tardiva di uno Spiderland, che poi si è riflessa nel post rock di seconda generazione, e neanche la fortuna di azzeccare un pezzo da airplay su MTV2 come può essere accaduto ai Jesus Lizard, ma forse proprio per questo occorre non perdersi per strada un album che poteva e doveva essere seminale, ma in verità non lo è stato. L’intero progetto Drive Like Jehu è stato poco interessante dal punto di vista commerciale. Eppure, a distanza di anni e anni, siamo ancora qui a parlarne. Qualcuno non ci ha visto giusto all’epoca.

 

94. Mogwai – Young Team (1997)

Raramente accade che una scintilla di genialità, scaturita in un particolare momento storico e in determinate condizioni ambientali, introduca nel suo contesto culturale elementi del tutto nuovi e rivoluzionari. Più frequente è invece quel processo per il quale delle menti volitive e aperte al cambiamento raccolgano degli input rielaborandoli poi per dar vita ad un prodotto se non originale, solido e accattivante. In questa casistica rientrano gli scozzesi Mogwai, tanto abili nel raccogliere e fare propri gli insegnamenti (definirli “cocci” sarebbe riduttivo e addirittura blasfemo) di Slint e Tortoise, quanto nell’iniziare a plasmare un loro suono caratteristico. Marchio di fabbrica l’estremo dinamismo nelle composizioni, sapiente alternanza di pianoe forte, esplosioni chitarristiche intercalate a momenti atmosferici e soffusi. Ci sarà qualcuno pronto a rinnegare questo esordio in favore di episodi successivi forse più maturi ed accessibili, il dato di fatto però è che Young Team sarà innegabile punto di riferimento nel panorama post-rock a cavallo tra ’90 e ’00 nonchè picco di espressività difficilmente eguagliato.

93. Pale Saints – The Comforts of Madness (1990)

Pur essendo il tesoro nascosto della stagione shoegaze, The Comforts of Madness è certamente destinato ad essere sdoganato presso gli ascoltatori che hanno ormai sviscerato i capisaldi dello shoegaze. D’altronde le caratteristiche essenziali della dottrina ci sono tutte, a partire dall’impianto vocale del tutto simile a quello dei contemporanei Ride e Stone Roses. Quest’albo possiede momenti di assoluta eccellenza divenuti poi emblematici di tutto un filone musicale che ha influenzato e influenza tuttora band di tutt’altre razze. Si pensi a “Sea of Sound”, così vicina a ciò che proporranno di lì a poco gli Slowdive, o ai momenti post punk che aggiornano le soluzioni dei My Bloody Valentine di Isn’t Anything, come in “True Coming Dream” e la clamorosa “Insubstantial”. Non manca quel senso di misticismo arcano ed etereo figlio del dream pop di metà anni Ottanta (“Little Hammer” ne rappresenta il passaggio più evidente), che di fatto risulta componente essenziale anche nella poetica dei Pale Saints da Leeds: probabilmente la formazione più sottovalutata dello shoegaze.

92. The Olivia Tremor Control – Music From the Unrealized Film Script, Dusk at Cubist Castle (1996)

Athens non è solo la città nativa di una delle più grandi rock band mai comparse sulla crosta terrestre, vale a dire gli R.E.M., ma anche degli Olivia Tremor Control, un combo di natura pop psichedelica capitanato da Will Cullen Hart, a cui partecipò, almeno agli esordi, quel Jeff Magnum che contemporaneamente inscenava uno dei progetti indie più lodati nel decennio successivo, non appena i poteri della banda larga sono stati in grado di sdoganare la musica dei Neutral Milk Hotel. Se un capolavoro assoluto come In the Aeroplane Over the Sea è divenuto ormai coscienza indie-popolare, non lo stesso si può dire del superlativo full lenght d’esordio degli Olivia, che pure avrebbe tutte le carte in regola per una di quelle riedizioni memorabili, piene di chicche e note che solo il più nerd dei fanatici potrebbe poi imparare a memoria. In Dusk at Cubist Castle ci sono le canzoni infatti, e sanno talmente tanto di Sgt. Pepper’s e del Barrett solista che è davvero curioso che nessuno all’epoca si sia veramente accorto di loro: questi potevano fare i botti sul serio. Allo stesso tempo, dire che questo disco sarebbe potuto uscire nei Sixties sarebbe scorretto, perché lo sperimentalismo imperfetto che striscia tra i brani collide con l’effetto pomposo di certi classici ormai entrati negli anta. Se la prima metà è così catchy che si canta a primo ascolto, la seconda sembra invertire a U, quasi per scusarsi di tanta orecchiabilità, proponendosi di annoiare lo spettatore più concentrato, in favore invece di quello che sta semplicemente lasciando scorrere la materia sonora, passivo eppure coinvolto come in un processo di osmosi. Una gemma che è davvero il caso di non perdersi per strada, soprattutto per chi campa col mito dei nomi fatti, e magari di gente come Elliott Smith e i Beach Boys.

91. The God Machine – Scenes from the Second Storey (1993)

Capaci di professare un rock industriale che strizza l’occhiolino a un certo Zen Arcade, i God Machine riuscivano come pochi altri a rapire i fortunati astanti passando rapidamente da disperate cantilene gotiche a sonorità più dure e dirette, incorniciando il tutto in un ambiente lirico minimale, desolato, che mai si concede il sollievo della speranza. Scenes from the Second Storey inizia con l’inintelligibile nenia di “Dream Machine”, che improvvisamente si trasforma in un riff durissimo. Vi basterà inserire il cd nel lettore per immergervi nella Londra di vent’anni fa, asfissiati dalla forza di “She Said”, o magari prede dell’ipnosi di “Desert Song”. Ma non lasciatevi ingannare: se qualche volta riuscirete ad intravedere una luce di salvezza, sarà solo per brevi istanti e da molto lontano. I God Machine non vi mostreranno mai la fine del tunnel, e “It’s All Over” ne è forse la conferma definitiva.

90. Red Hot Chili Peppers – Blood Sugar Sex Magik (1991)

Se appare eccessivo sostenere, come alcuni in passato hanno cercato di fare, che questo lavoro abbia contribuito a dar vita ad un nuovo genere musicale, il crossover, tentativo di commistione tra stili e sonorità diversissime tra loro, è altrettanto indubbio che Blood Sugar Sex Magik debba essere considerato uno dei migliori album di sempre all’interno di tale genere di riferimento: una miscela assolutamente esplosiva tra i testi sfrontati ed il rapcore di Kiedis, l’irresistibile vena funky e la potenza hardcore dell’accoppiata Flea – Chad Smith (di certo una delle migliori sezioni ritmiche più vocate degli anni Novanta) e il gusto per la melodia di Frusciante, capace col passare del tempo di affrancarsi totalmente dal fantasma di Hillel e sviluppare uno stile proprio. Se è vero che complessivamente i RHCP sono una band da rivalutare in negativo, questo album resta tutto sommato immune da possibili spernacchi e gesti scaramantici.

89. Portishead – Dummy (1994)

Il manifesto più autentico del trip hop di scuola Bristol. Arrangiamenti con spunti jazz e hip hop elegantissimi e molto spesso retrò (come rielaborazioni di motivi di vecchi film noir) si coniugano con atmosfere spettrali e una voce femminile particolarmente versatile, fra le più evocative in assoluto di tutto il decennio. Beth Gibbons: la sensualità femminile in persona. Dummy è dunque musica leggera e romantica, allo stesso tempo decadente e introspettiva, metropolitana fino al midollo, con un sottile filo tragico che lega tutte le sue tracce. Se “Glory Box” è certamente il pezzo più famoso del lotto, a scaldare il cuore sono anche episodi apparentemente minori come “Mysterons” e “Numb”. Ora, si può amare il trip hop senza esaltarsi per l’esordio dei Portishead?

88. Ride – Nowhere (1990)

Ci troviamo di fronte a uno degli album simbolo di un genere, lo shoegaze, che ha visto tutto sommato pochi protagonisti e ancor meno dischi imprescindibili. Nowhere tuttavia è uno di questi, soprattutto per il suono compatto che accompagna delle armonie talvolta reminescenti degli Smiths, altre il dream pop dei Cocteau Twins. Proprio questi ultimi i Ride sembrano omaggiare quando le melodie di Mark Gardener e le distorsioni della chitarra sfumano via in quel senso etereo tanto caro alla coppia Guthrie-Frazer, maestri di quel sound elegante e se vogliamo esoterico. Il disco, a cui si aggiunge l’EP Today Forever nella riedizione in compact disc, è da considerare tra le prime opere fondamentali di un decennio che sarà fortemente influenzato dalle trovate della scena da cui proviene. Un vero e proprio classico da riscoprire.

87. Texas Is the Reason – Do You Know Who You Are? (1996)

Nati dalle costole di un improbabile progetto hardcore hare krishna, i newyorkesi Texas Is the Reason prendono il loro nome da una canzone dei Misfits e da un riferimento all’assassinio di John F. Kennedy (a cui dedicano anche un paio di brani). Quando si scopre che anche il titolo del loro debutto e unico long playing è una citazione delle ultime parole che John Lennon avrebbe udito prima di passare all’altromondo, diviene chiaro che i ragazzi hanno una passione per le cospirazioni e gli omicidi di personaggi famosi. Senza contare “A Jack with One Eye”, chiara l’allusione a Twin Peaks oltre che alla carta di un noto gioco da tavola americano. In un periodo storico in cui MTV pare disposta a lanciare alternative punk rock a Green Day e Offspring, e con i Sunny Day Real Estate che paiono in rampa di lancio, il quartetto attira le giuste attenzioni di major e circuiti principali con nove canzoni destinate a formare una delle pagine più importanti della storia dell’emo statutinitense. Il fatto che si siano sciolti pochi mesi dopo la pubblicazione del loro unico album ha accresciuto forse a dismisura la buona reputazione di una band che per stare più in alto in questa classifica avrebbe dovuto piazzare almeno un altro colpo, invece di lasciare la stessa e tuttavia piacevole sensazione di incompiutezza che provi quando concludi l’ascolto di Do You Know Who You Are?

86. Black Heart Procession – 2 (1999)

Il secondo lavoro dei Black Heart Procession si mostra estremamente malinconico e sofferente in un connubio vincente di stilemi folk dai tratti vagamente gotici, uniti a un blues torbido ed inquieto. 2 (1999) è un disco che per quanto americano fino al midollo, utilizza un linguaggio musicale particolarmente originale, attorniato da storie di spettri, solitudine e dolore esistenziale. Testamento imprescindibile per gli amanti del folk emotivo e straniante, 2 riesce nel miracolo di portare alla catarsi più completa l’ascoltatore, con atmosfere cupe ed interrogativi via via sempre più inquietanti. Tra i vari momenti memorabili si segnalano “Blue Tears” e “My Heart Might Stop”, ma è davvero l’insieme a coinvolgere l’ascoltatore, non il singolo brano. In fin dei conti, 2 è – assieme ad Ágætis Byrjun dei Sigur Ròs – l’ultimissimo grande capolavoro dei Novanta, e allo stesso tempo il primo del nuovo millennio, visto quanta musica dei Duemila ha poi palesemente influenzato

85. Rage Against The Machine – Rage Against The Machine (1992)

I Rage Against the Machine rappresentano il meglio in cui ci si possa imbattere oggi passando ad un retrospettiva del genere – il Nu-Metal – che ha lasciato ai posteri più schifezze che gioielli di valore. Autentico fulmine a cielo sereno per il rock alternativo americano, si potrebbe dividere l’intera scena anche con un prima e un dopo il loro album omonimo del 1992: non tutti hanno in squadra l’estro di un chitarrista come Tom Morello, dal punto di vista meramente sonoro, il più rivoluzionario del suo decennio, per non parlare delle invettive politiche scandite dallo slang rap di Zack De La Rocha. Rage Against the Machine (1992) rappresenta un punto di non ritorno perché moltissime formazioni prevalentemente vicine alla West Coast si rifanno alla loro ibridazione funk/metal come modello di migliore sintesi dell’evoluzione del crossover.

84. Grant Lee Buffalo – Fuzzy (1993)

“Best record of the year. Hands down”. Queste le parole di Michael Stipe nel 1993: tanto acclamati da critica e colleghi quanto pressoché ignorati dal grande pubblico, i Grant Lee Buffalo affondano le loro radici nell’America profonda (l’album fu registrato in una vecchia fonderia di San Francisco) con un disco che trasuda tradizione e folk music, ma impregnato anche di altri elementi: il glam soprattutto, grazie alla meravigliosa voce di Grant Lee Phillips, ma anche le chitarre distorte ritornate in voga all’inizio degli anni Novanta con l’esplosione del grunge e i suoi attori migliori. Una formula unica e personale, che dà alla luce un disco pieno di melodie memorabili, semplici e accattivanti ma non per questo banali. Fuzzy, sfocato, scorre via tra ballate acustiche dal retrogusto introspettivo, e canzoni irruente condotte dalle distorsioni della chitarra elettrica. 

83. Sunny Day Real Estate – Diary (1994)

Il debut album dei Sunny Day da Seattle è intenso e passionale come una storia d’amore appuntata giorno dopo giorno sul diario personale. Ci sono le fiammate della voce nel gridare al mondo l’amore prima e il dolore poi, c’è una batteria da aritmia cardiaca che segue le palpitazioni amorose del momento e ci sono ritornelli ripetuti, cori incessanti, arpeggi, riff, ma soprattutto suoni che si discostano da un marchiato periodo grunge. Diary è una storia d’amore finita male e che non poteva finire diversamente: “Tutte le storie che finiscono, finiscono male, altrimenti non finirebbero affatto”. Considerato dalla critica il primo album emo degli anni ’90 (più melodia, meno caos), esprime in maniera efficace il senso di solitudine e in parte anche il disprezzo per le ‘maschere’ di una società lobotomizzata, proprio come quella rappresentata dai simil-Lego nell’immagine di copertina. Due le canzoni ‘indimenticabili’: “Song About An Angel” e “Sometimes”, che scrive la parola fine e ripone Diary in fondo a un cassetto in attesa di essere rispolverato…

82. Scott Weiland – 12 Bar Blues (1998)

12 Bar Blues rientra in quella categoria di opere che difficilmente possono essere comunemente apprezzate da un folto numero di destinatari, ma che al contrario può piacevolmente sorprendere altri in grado o predisposti a rock che vada oltre alla tipica strumentazione basica e ad arrangiamenti empirici. 12 Bar Blues è un disco destinato a chi crede in un rock differente, deviante o con una visione comunque totalmente obliqua rispetto alle solite cose che il cantautorato di oggi propone, ormai ancorato agli stilemi folk facilmente replicabili e in realtà conservatori di un rock che non ha più ambizioni artistiche. È su questo piano che Weiland fonda e compie la sua opera, seppur di assorbimento ostico e di background completamente divergente dagli Stone Temple Pilots.

81. Mad Season – Above (1995)

Canto del cigno di una corrente che col senno di poi ha lasciato meno capolavori di quanto si è creduto fino al primo lustro dei Duemila, Above mette assieme componenti di Alice in Chains, Pearl Jam e Screaming Trees per una decina di pezzi etichettabili come blues grunge. Above è la dimostrazione che all’interno dei canoni stilistici e soprattutto poetici della scena era possibile osare qualcosa di diverso, pur mantenendo una precisa identità, data in particolare dal carisma dei suoi maggiori frontman, quali sono appunto Staley e quel Mark Lanegan che partecipa in “I’m Above” e “Long Gone Day”. Che poi non è altro che ciò che hanno sempre rappresentato formazioni che a Seattle ci sono arrivate, ma non ci sono nate, come Afghan Whigs e Smashing Pumpkins. Ma Above è anche altro: un doloroso percorso nel’animo solitario di una delle figure più tragiche del rock dei Novanta, finita esattamente come temeva che sarebbe finita nella profetica “We Die Young”. D’accordo, non tutti i brani sono di pari livello (banali riff e testo di “I Don’t Know Anything”, già sentito il blues di “Artificial Red”), ma la sensazione generale è quella di uno dei pochi dischi sinceri fino in fondo della scena tutta.

80. Depeche Mode – Violator (1990)

Dopo il salto di qualità con Black Celebration, i Depeche Mode si avventurano negli anni ’90, ma si può anche dire che chiudono gli anni ’80 visto in che modo faranno seguito a questo Violator, con il loro lavoro più riuscito. Il synth pop trova qui le sue forme migliori e più sinuose, con pezzi macina classifiche come il classico Enjoy The Silence. I testi di Gore hanno più resa poetica che in passato, giocando su temi già presentati ma sotto una veste più romantica in alcuni casi e più tetra in altri. Le interpretazioni di Gahan si avventurano verso quei lidi rock che ostinatamente andrà cercando in futuro ma fortunatamente, viste le limitate doti vocali del singer, i confini rimangono definiti, e l’espressività ne guadagna. Percorrendo soluzioni stilistiche ormai tracciate nei due capitoli precedenti, i Depeche Mode confezionano un albo destinato al successo e a confermarli padroni indiscussi di una forma di synth pop rimasta nelle loro mani per lungo tempo.

79. Swans – White Light from the Mouth of Infinity (1991)

Gli Swans sono ancora oggi riconosciuti maestri del saper creare una lugubre e a tratti insopportabile colonna sonora della condizione umana, utilizzando gli strumenti base del rock ma riducendo quest’ultimo a una muraglia di suoni rallentati e deformati come in un incubo. White Light from the Mouth of Infinity (il loro miglior disco, se si esclude il capolavoro Children of God che ritrovate ben piazzato nella chart degli anni Ottanta) respinge solo in apparenza la furia degli esordi, con particolare riferimento ai clangori metallici e industriali di Cop e Filth. Ma la trasformazione non è solo musicale, sonora: ora le infernali sceneggiate di Gira e Jarboe sanno di celestiale, di sogno, di delirio psichedelico, con gli arrangiamenti che comprendono chitarre acustiche, campane e pianoforti, più che mai orchestrali e magniloquenti. In tanti, avvistando una stella cadente, avranno desiderato la riedizione masterizzata di questo disco, certo non solo gli esagitati fanatici del post core.

78. Black Tape for a Blue Girl – Remnants of a Deeper Purity (1996)

Sesto album giunto dopo dieci anni di attività. Il più ispirato e rappresentativo della band statunitense. A tratti desolante, profondamente spirituale e soporifero. Gli anni ’90 hanno dato molto di più al palcoscenico rock, seppur questo album riesca ad avere il suo prepotente perché in una deriva darkwave e gothic rock. Echi di voce spettrale, sarcofaghi aperti, archi da cattedrale. Solo i palati più sofisticati o gli animi più allenati al dolore possono resistere al nichilismo di “For You Will Burn Your Wings Upon the Sun” (ventisei minuti per una sola traccia). Avvolto da un alone di mistero ambient e new age, questo album è l’esempio più riconoscibile di un mantra musicale trasversale nel quale si fonde perfettamente un rituale distante dall’idea di canzone con tastiere simili a un filtro stregonesco. Oscuro e affascinante, austero e melodicamente sciamanico.

77. Oasis – Definitely Maybe (1994)

Che lo si accetti o meno, Definitely Maybe ha rappresentato moltissimo al tempo della sua uscita e probabilmente giocandosi le stesse carte farebbe lo stesso furore oggi. È un album che per quanto palesemente immerso nei luoghi comuni del rock, fornisce ciò che conta, vale a dire buone canzoni composte con astuzia e interpretate da una delle migliori voci rock che gli anni Novanta ricorderanno, almeno per le due prime prove. Riguardo al resto, a conti fatti ha avuto ragione Noel Gallagher che all’epoca dichiarava: “Fra vent’anni alla gente non interesserà sapere se siamo stati dei vandali o se ci siamo spaccati la faccia tra di noi, alla fine resteranno le canzoni e quelle vorrà sentire”. Vent’anni sono passati, e si può dire che così stanno andando le cose.

76. Stereolab – Transient Random-Noise Bursts with Announcements (1993)

Curioso che il passaggio a etichetta major da parte degli Stereolab sia coinciso con la raccolta di pezzi più sperimentali della loro colorata discografia, sinonimo per eccellenza di ibridazioni dentro ed intorno alla concezione di un iper pop futuribile e allo stesso tempo retrò, postmoderno ed analogico. L’unione di espedienti di scuola kraut tedesca alla poetica tutta francese di Lætitia Sadier rendono la sintesi di Transient Random-Noise Bursts with Announcements (indiscutibilmente il loro disco migliore) l’espressione più concreta di un ideale pop mitteleuropeo, un prototipo di crossover fra la musica contemporanea del vecchio continente. I 18 minuti di “Jenny Ondioline” rappresentano poi uno dei vertici nascosti dei Novanta: avessero composto solo quel pezzo, gli Stereolab meriterebbero comunque un posto nella storia del decennio.

75. Massive Attack – Mezzanine (1998)

La musica dei Massive Attack è sempre stata un originale miscuglio di influenze differenti, neanche troppo velate: elettronica e reggae, hip hop e dub, wave e soul. Nonostante gli elementi principali siano rimasti più o meno costanti nel tempo, la loro capacità di inserirli in un percorso evolutivo coerente senza cadere nella trappola del disco fotocopia, è notevole. Il culmine di questa evoluzione arriva con il capolavoro Mezzanine, un disco il cui valore simbolico trascende l’invecchiamento e la loro successiva evoluzione verso 100th Window. In Mezzanine la componente Rock si fa sentire in modo più pesante, mentre l’atmosfera finisce per essere suggestiva come fino a quel momento non era ancora stata. Appena l’anno precedente i connazionali Prodigy erano riusciti a conquistare anche il pubblico rock manipolando la loro techno e i Chemical Brothers facevano altrettanto con la loro dance, coinvolgendo anche personaggi in vista come Noel Gallagher. Gruppi concettualmente molto molto differenti, perché i Chemical Brothers rimanevano DJ dance e i Prodigy incarnavano l’anima della fascia ribelle e sporca della gioventù da rave, mentre i Massive Attack puntavano su uno stile più meditativo, urbano, notturno, quando paranoico, quando ossessivo, quando sensuale.

74. Pearl Jam – No Code (1996)

Il quarto disco è una nuova dimensione per i Pearl Jam, dove si mescolano stili nuovi e luoghi musicali finora inesplorati se non addirittura impensabili per i ragazzi di Ten. Lo si avverte già nei cori, nelle percussioni e nel sitar quasi mistico del singolo apripista “Who You Are”, forse la mossa più anticommerciale nella storia della band di Seattle. Chi ha amato Ten resta deluso per l’approccio country (fondamentale l’influenza di Neil Young) presente in ballad come “Off He Goes” e “Around the Bend”, a discapito dei pezzi più innodici che fin qui hanno fatto la fortuna di Vedder e soci. Mancano i ritornelli clamorosi dunque, rimpiazzati da momenti più riflessivi – “Present Tense” con la chitarra di McCready a guidare la poesia di Eddie, o la stessa “Sometimes” che apre il disco come nessuno se lo sarebbe aspettato – e da sfuriate punk ruvidissime quali “Habit” e lo spassoso frammento “Lukin”. Il seme del cambiamento porge il fianco a critiche sulla scelta stilistica di alternare troppo i suoni puliti ai suoni gravemente distorti, rendendo difficoltoso l’amalgama complessivo, ma la sussurrata “I’m Open” (uno dei pezzi migliori nell’infinito repertorio del gruppo) offre un verso che sa di spiegazione: “he decided to dream… dream up a new self, for himself”. Avessero aggiunto “Long Road” e “I Got ID” – dal singolo inciso con Neil Young uscito pochi mesi prima – No Code starebbe tranquillamente una trentina di posizioni più avanti.

73. The KLF – Chill Out (1990)

Il lento incedere di un treno sui binari, pecore, cicale, natura assortita e Elvis alla radio: Chill Out è stata la risposta del duo inglese KLF (o anche The Justified Ancients of Mu Mu, o The Timelords) alla scena rave caratteristica del Regno Unito a cavallo tra gli ’80 e i ’90 e alla ormai vecchia concezione di musica ambient di matrice cosmica. Si trattava di un album registrato dal vivo nel giro di un paio di giorni, risultato di una serie di sessioni in stile trial and error, e a farla da padrone era la manipolazione in presa diretta di lunghe campionature sopra una base di synth appena accennata. A differenza dell’utilizzo in stile hip hop dei campioni, i KLF avevano deciso di votarsi alla distensione e al relax, mantenendo come punto fermo il tema del viaggio, che si trattasse del momento di rientrare a casa attraverso la campagna inglese dopo un rave party (appunto) oppure di immaginare una tranquilla esplorazione del sud degli Stati Uniti. Sulla lunga distanza l’approccio seguito dai KLF ha permesso a un album come questo di non risentire particolarmente del passare degli anni, là dove invece i tipici suoni dell’elettronica di inizio ’90 hanno quasi sempre fallito. Per collocarsi al di fuori del tempo, a volte, basta veramente inseguire le cose semplici.

72. Jeff Buckley – Grace (1994)

Piuttosto che urlare al mondo intero il suo dolore, Grace si diffonde nell’anima, s’insinua sottilmente fra un sogno e l’altro per svelare l’intimità del suo autore. Il caos interiore degli artisti menzionati poco prima cede il passo alla poesia dei sentimenti. La genialità di ‘Grace’ consiste in quel sublime connubio di soul, blues e rock che Jeff ha reso ancor più magico grazie alla sua prodigiosa voce, centro nevralgico dell’album, che sprigiona tutta l’energia qui in parte trattenuta nelle performance live. Inutile ricordare da chi l’abbia ereditata. Filo conduttore di ogni canzone è l’amore, ora perduto ora ritrovato, per sempre impresso nell’animo di Jeff. Amore che tenta di dimenticare, di rinnegare, ma che lo tormenta per tutto l’arco dell’album. Lo porta dentro come un fardello di cui non può liberarsi, si abbandona agli ultimi ricordi felici, novello Leonard Cohen sull’orlo di un pianto.

71. American Football – American Football (1999)

Ci è voluto un po’ di tempo, per l’esattezza quindici anni, prima che fosse concesso il giusto tributo – in formato ristampa – per l’omonimo degli American Football di Mike Kinsella, invero uno degli album simbolo del college rock americano di fine millennio. Pur carico di fresca emotività e sentimentalismi vari, sia espressi in versi che in giri di chitarra elettrica, non risulta mai troppo zuccheroso o allappante come tanta, troppa robetta emo che spesso ci si è trovati di fronte in quel periodo. C’era qualcosa di davvero valido in quel movimento, e non tutti hanno saputo cogliere il bello di Cap’n Jazz, Sunny Day Real Estate, Mineral e appunto, American Football. C’è tempo per recuperare, e la presenza di questa piccola gemma indie rock in classifica è simbolica per tutto il resto della scena.

70. The Dismemberment Plan – Emergency and I (1999)

Ecco il disco definitivo dell’american college rock anni Novanta. Se è probabile che il quartetto guidato da Travis Morrison sia destinato ad essere riscoperto e ammirato per quanto prodotto a cavallo fra i due secoli, sarà certamente con Emergency & I che guadagneranno un posto nella storia del rock indipendente a stelle e strisce. Pubblicato allo scadere del 1999 e sconfitto da un tour nelle arene in supporto dei finti-alternativi Pearl Jam, l’album rappresenta un po’ la risposta indie e se vogliamo nerd ai turbamenti post-adolescenziali – se non di una generazione, di una buona parte di questa – esposti egregiamente in Mellon Collie da Billy Corgan. Ci sono le canzoni (“What Do You Want Me to Say” è un numero che forse neanche i Fugazi), c’è quel certo senso di nostalgia pop (spesso condito di elementi surreali come in “You Are Invited” e “Spider in the Snow”), e c’è fantasia, tanta, tantissima, nelle 12 canzoni che lo compongono. Il miglior post hardcore che diventa pop e che ritorna post hardcore è quello di questi ragazzi di Springfield, Virginia. Si tratta di un autentico disco chiave, tutto da sviscerare nelle sue infinite, minuscole finezze che certo non si notarono al momento della sua pubblicazione, ma che vengono fuori più che mai oggi che siamo tutti più preparati a comprenderle. You are invited.

69. Björk – Homogenic (1997)

Björk trova i volumi alti che andava cercando fino ad allora, portando la sua voce verso note che difficilmente toccherà in futuro. Homogenic è un viaggio nella sua terra natia, l’Islanda, un lavoro in cui l’elettronica incontra gli archi per un album super e forse anche un pizzico iper prodotto, estroverso e sorridente come lo sguardo rivolto dal folletto dei ghiacci ai paesaggi che la circondano. Un dichiarazione d’amore in cui fanno grande effetto la grazia dei suoni, così affascinanti e studiati, e di fatto alcune delle migliori melodie che Björk regalerà al suo pubblico. Un passaggio obbligatorio per arrivare alla consapevolezza dei propri mezzi necessaria al successivo capitolo e vero capolavoro Vespertine (2001), ma anche – dopo il successo planetario di Post (1995) – il punto di arrivo nei ’90 di un’artista sempre al passo coi tempi e capace di reinventarsi ad ogni singolo passo.

68. DJ Shadow – Endtroducing (1993)

Ogni ascolto di Endtroducing è come se fosse il primo: nuove sfumature affiorano e si incastrano in quel caldo caleidoscopio di suoni orchestrato da DJ Shadow. Quella del produttore californiano è una ricerca senza sosta, frutto di un puro atto di amore verso il vinile, come testimoniato dall’iconica copertina del negozio di dischi di Sacramento: proprio quel negozio dove per anni Joshua Paul Davis ha scavato tra montagne di dischi per ore, alla ricerca di sample da integrare in quella galassia sonora che stava creando e che sarebbe diventata uno dei capolavori assoluti dell’hip hop tutto. Rock, funky, elettronica, pop: nel puzzle di DJ Shadow c’è spazio per ogni tipo di tassello e un esempio clamoroso si trova in una delle tracce di chiusura. Proprio lì, in mezzo a un beat ipnotico e un sax dal tocco crepuscolare, arriva il sample di una canzone di Gianni Nazzaro, l’ultima delle cose che ci si aspetterebbe ma che suona maledettamente bene nel contesto. È questo il segreto di Endtroducing, ovvero il suo divorare gli elementi musicali più disparati senza farsi nessun problema, dando vita a un hip hop dal gusto postmoderno che ancora oggi rimane unico nonostante i numerosi tentativi di imitazione.

67. Blur – Parklife (1994) 

Uno degli episodi simbolo di una scena troppo spesso poco considerata quando si racconta del rock anni ’90, Parklife è sicuramente una delle vette più alte del brit-pop tutto. Prima di divincolarsi per sempre da questi suoni ormai inflazionati, i Blur ritraggono una Londra, e con essa il Regno Unito, come in pochi davvero possono dire di esserci riusciti con tanto successo. Trascinato da memorabili momenti pop immediatamente successivi alla forse fuorviante Girls & Boys in apertura, Parklife fa delle melodie la sua forza e delle liriche la differenza. Forse snob, forse semplicemente british nel midollo, colpisce nel segno consacrando i Blur fuori dai propri confini. Nelle due fasi rintracciabili nel percorso della band inglese, Parklife è l’apice di quella brit-pop, chiudendo con del pop ora più che mai arte un percorso che presto virerà verso lidi più sperimentali.

66. Wilco – Summerteeth (1999)

Spesso oscurato dalla clamorosa doppietta successiva, Summerteeth è in realtà il primo capolavoro della band di Jeff Tweedy. Ricco, ricchissimo negli arrangiamenti e nella strumentazione, riesce nell’impresa di rendere un suono alternativo a delle canzoni che altrimenti avrebbero avuto ben poca vita oltre i confini di alcuni Stati americani di riferimento. Si tratta invece di un disco di ampio respiro, fornito non solo di brani di facile assorbimento (“A Shot in the Arm”, “Every Little Thing”), ma anche di sperimentazioni entro la forma canzone non così distanti da quelle dei due classici successivi. In questo senso, sono emblematici gli arrangiamenti di “Via Chicago” – nel tempo divenuta una delle favorite del pubblico – o per esempio di “My Darling”, che sembra un omaggio non solo ai Beatles, ma anche al povero Elliott Smith. A rendere avvincenti i ripetuti ascolti che si possono dare a Summerteeth è sicuramente anche il lavoro del recentemente scomparso Jay Bennett, polistrumentista in grado di sporcare con profitto le canzoni di Tweedy: se si osserva con attenzione, si noterà che la sua presenza è anche più ingombrante di quella di Jim O’Rourke nei due capitoli seguenti. È un albo tutto da riscoprire Summerteeth, certo non dai vecchi appassionati ed adepti al culto di Tweedy che ne conoscono a memoria ogni singola sfaccettatura, ma soprattutto da chi ne ha seguito solo il percorso nei Duemila.

65. Motorpsycho – Timothy’s Monster (1994)

Timothy’s Monster è il lavoro che consacra i Motorpsycho ai posteri, il disco dove tutte le numerosissime influenze del gruppo confluiscono in un arcobaleno emozionale composto da gradazioni di colore nitidissime: c’è la trasandaggine dei Dinosaur Jr, c’è il romanticismo dei Pavement, c’è la psichedelia dei Jefferson Airplane. Tutto viene reinterpretato in maniera personalissima e passionale, creando un’intersezione musicale senza eguali, usando i più svariati strumenti musicali (theremin, mellotron, marimbe, sarmples, rhodes piano, banjo, solo per citarne alcuni) e un’attitudine garage rock poliedrica all’insegna della ricerca musicale che segna la fine della fase grunge ultra-granitica e l’ingresso nell’olimpo dell’indie rock anni 90 in cui le distorsioni si fanno meno potenti ma più taglienti. Le dilatazioni e i viaggi sensoriali di “The Golden Core”, “Giftland”, “Watersound”, “The Wheel” sono leggendarie, mentre la leggerezza e la spensieratezza di “Feel”, “Now it’s Time to Skate”, “Trapdoor”, “Kill Some Day”, “Sungravy” lasciano una malinconia di fondo delle melodie vocali che da qui in poi diventerà il segno distintivo dei Motorpsycho. L’unico momento di furia incontrollata e devastante viene lasciata alla compulsiva “Grindstone”, unico collegamento col passato recente dei norvegesi. È questo il suono delle cose che non tornano più, della giovinezza passata, della passione amorosa impetuosa che lascia un’ombra indelebile nel nostro cuore. È il suono dei nostri mostri, delle nostre paure e delle nostre speranze.

64. The Jesus Lizard – Liar (1992)

Fare seguito a una prova eccezionale come Goat non è stato facile, ma i Jesus Lizard bissano la qualità del precedente seminale lavoro con Liar. Forse meno importante a livello puramente storico, Liar ha comunque dalla sua il notevole merito di allargare la portata del Jesus Lizard, con una ridefinizione nelle strutture dei pezzi volta a levigare un suono ancora naturalmente violento eppure elegante. L’hardcore non può mancare, eppure nelle soluzioni di chitarra e nelle liriche è indubbia l’evoluzione, quando sarebbe stato sicuramente più semplice riaccendere i fuochi di Goat. Liar va oltre quelle fiamme, circoscrivendole e stabilendosi termine di paragone per band anche nostrane come Il Teatro degli Orrori. I Jesus Lizard aggiungo un tassello indispensabile alla loro discografia, quindi, riconfermandosi padri e padroni di una scena solo col tempo compresa e assimilata. Se sono uno dei pochi nomi presenti con due titoli in questa classifica, qualche buon motivo ci sarà.

63. Temple of the Dog – Temple of the Dog (1991)

“Credo che quell’album rimanga davvero la cosa migliore che abbiamo fatto”, ammetterà Stone Gossard all’uscita di Binaural dei Pearl Jam, 2000. Composto prevalentemente da Chris Cornell, lontano parente di quello ancora in giro oggi, Temple of the Dog va ben oltre l’elogio all’amico scomparso (l’occasione è infatti la commemorazione del povero Andrew Wood cui vengono dedicati i primi due brani del disco, oltre al nome del progetto, tratto dal verso di “Man of Golden Words” dei Mother Love Bone), dimostrando un cuore blues se non sincero quantomeno ben artefatto e stilizzato secondo le capacità degli strumentisti in ballo – in particolare è il gioco delle chitarre di McCready e Gossard a lasciare il segno – e della potente voce di Cornell. Se in Ten e nell’esordio dei Blind Melon (per non citare i Litfiba…), la produzione di Rick Parashar risulta difettosa e danneggia le canzoni, in Temple of the Dog nulla toglie alle performance dei giovani di Seattle. Se è probabilmente vero quanto sosterrà Gossard quasi dieci anni dopo, è altrettanto chiaro che a parte Superunknown, si tratta anche della migliore prestazione generale di Chris Cornell e Matt Cameron. Peccato che – come per i Mad Season – si sia trattato solo di un episodio. 

62. Tortoise – Millions Now Living Will Never Die (1996)

Non è verosimile credere che, durante la registrazione di quello che sarebbe diventato per molti il loro capolavoro, i Tortoise avessero come obiettivo, anche secondario, di fondare un nuovo genere. Più facile è pensare che l’unione di musicisti straordinari, dotati di enorme senso musical-estetico, non potesse che fruttare un disco talmente sui generis da non poter essere normalmente catalogato e che per questo si è dato al tutto il nome di “post”-rock. Millions Now Living Will Never Die è una ricetta ricchissima, unione splendida di jazz in primis, kraut, progressive, con altri piccoli accenni ad altri campi indefiniti. Il tutto meravigliosamente sporcato con elegantissima elettronica. Solo il genio degli interpreti poteva permettere che una combinazione tanto eterogenea potesse, non solo avere un senso, ma addirittura trovare idee per soluzioni melodiche adorabili. Un esempio su tutti, provate a sentire cosa succede verso la fine del tredicesimo minuto di “Djed”, la traccia d’apertura.

61. The Flaming Lips – Clouds Taste Metallic (1995)

Clouds Taste Metallic è il punto d’arrivo della prima fase dei Flaming Lips. Le melodie sono offuscate dalle vibrazioni delle corde delle chitarre, lasciate libere di produrre del sano rumore bianco, ma anche dalle interpretazioni stralunate di Wayne Coyne, in un certo senso degne cugine di quelle stonate di Malkmus dei Pavement. Non c’è dunque quell’effetto Mercury Rev (o viceversa, non c’è l’effetto Flips nei Mercury Rev) che qualcuno potrebbe ritrovare nel baroque pop del capolavoro The Soft Bulletin, perché Clouds Taste Metallic suona più vicino a certe soluzioni di Beck che non agli amici tra le cui fila figura il loro produttore Dave Fridmann. Il bello però è che al di là di queste considerazioni, c’è una manciata di ottime canzoni tutte da decifrare all’interno di quello che a tutti gli effetti può essere considerato come il primo vero capolavoro della band di Oklahoma City, senza per questo dimenticare le precedenti prove che certo meno che buone non erano (fra cui segnaliamo in particolare In a Priest-Driven Ambulance, del 1990). C’è del folk alla base di pezzi riuscitissimi quali “Brainville” (davvero non lontana dal talento di Mr. Hansen), lo spassoso singolo “This Here Giraffe” e l’antemica e irriverente “Evil Will Prevail”, senza poter dimenticare il divertimento garantito da “Christmas at the Zoo”. Chitarre Fender, amplificatori che ci fanno e non ci fanno, e una base ritmica sporca il giusto da poter coinvolgere i fan della scena Seattle (o perlomeno quelli più filo-Nirvana che filo-Pearl Jam): questa la ricetta di un discone solo apparentemente disordinato e saturo di rumore, in realtà saggio nel suo proporre melodie pop multisfaccettate. Un passaggio quasi obbligato per chi ha seguito gli sviluppi della specie psych rock, e certamente anche per chi dei Flaming Lips ha un’opinione data solo dai singoloni colorati di Yoshimi .

60. 16 Horsepower – Sackcloth ‘n’ Ashes (1996)

Dai deserti del Colorado, dai suoni dei nativi americani, ai saloon della vecchia America. Ma il country folk dei 16 Horsepower non è solamente questo, vi convivono la foga e l’inquietudine di un interno conflitto spirituale, tra ampi riferimenti religiosi all’interno dei testi (a partire dallo stesso titolo Sackcloth ‘n’ Ashes, preso in prestito dalla Bibbia), e atmosfere ombrose e profetiche sostenute dal canto declamatorio di Dave Eugene Edwards. Eccellente prova d’esordio, che conta anche la presenza di Gordon Gano dei Violent Femmes in veste di violinista, riesce a destreggiarsi tra cavalcate indiavolate servendosi della stessa veemenza del punk, tutto questo grazie a un’ottima abilità di songwriting e una rivisitazione molto attuale della strumentazione tradizionale americana, tra fisarmonica e banjo. I 16 Horsepower con questo disco danno inizio alla loro breve ma intensa ricerca di redenzione: il country è diventato gotico, allucinato e apocalittico.

59. R.E.M. – New Adventures in Hi-Fi (1996)

Il fatto curioso è che con New Adventures in Hi-Fi gli R.E.M. hanno ripristinato nel 1996 il senso più autentico di una poetica ormai smarrita: questo è un disco grunge molto più di quanto non lo fossero quelli di altri protagonisti della scena, che all’epoca si rinchiudevano per mesi negli studi di registrazione e confezionavano le loro canzoni usufruendo di produzioni mastodontiche, del tutto inverse allo spirito primordiale che aveva mosso gli animi di Cobain e compagnia bella. Nel suo essere diario di viaggio, New Adventures fotografa forse per l’ultima volta qualcosa che sta scomparendo, un modo di vivere il rock destinato ad essere sostituito da nuovi modelli di interazione e logistica. Canzoni superbe come “New Test Leper”, il duetto con Patti Smith in “E-Bow the Letter”, la rumorosa “Leave” e l’intima poi liberatoria “Be Mine” fanno il resto, consolidandosi nella discografia di una band seconda a nessun gruppo nella storia come quantità di brani eccezionali. New Adventures è un album giustamente lungo e altalenante: lascia scorgere diversi paesaggi, invia cartoline dalla strada come un moderno On The Road. Qui c’è la migliore America.

58. Kyuss – Blues For the Red Sun (1992)

Il loro sound è unto di grasso per motori, torrido come un mezzogiorno di metà agosto, travolgente come un pick-up lanciato verso il tramonto. Azzardiamo: nessuno è più riuscito ad avere questo suono di chitarra, questo basso, questa voce da alcolizzato irrecuperabile. E infinite sono le strade aperte dal gruppo di Josh Homme, incalcolabile il loro peso sulle sorti di certa musica pesante. Senza le varie ‘Green Machine’, ‘Caterpillar March’ e ‘Allen’s Wrench’ non avremmo mai avuto gruppi incredibili come Sleep, Fu Manchu, Unida, Mondo Generator e via schitarrando. Non avremmo probabilmente avuto le incredibili derive drone, sludge e, perché no, post-core di un genere (il metal) che a metà degli anni ’90 ristagnava nelle sue stesse idee. In campo heavy o comunque in riferimento alla musica tendente al metallo, questo è tra i dischi più influenti del decennio.

57. Guided by Voices – Bee Thousand (1994)

Quando pensi a quella strepitosa annata che fu il 1994, probabilmente Bee Thousand non è il primo disco che ti viene in mente. Eppure il capolavoro dei Guided by Voices di Robert Pollard non solo non merita di prendere la polvere nelle nostre discoteche, ma non deve nemmeno essere oscurato da altre gemme indie che videro la luce in quel periodo. Anche per la generazione dei Duemila, quella che è andata riscoprendo il rock indipendente grazie alle meraviglie della banda larga, Bee Thousand avrebbe potuto significare ciò che ha poi significato Crooked Rain dei Pavement, ovvero l’esempio più concreto del fatto che nei Novanta la faccenda non era solo grunge versus brit pop, ma anche tanto altro che si muoveva su circuiti diversi da quelli di MTV e radio FM. Quello dei Guided by Voices è un lo-fi pop reminiscente dei grandi inglesi dei Sessanta, con particolare riferimento a Beatles, Kinks e Who. In più c’è una ruvidità post punk che oggi rimanda ai contemporanei Nirvana, ma che all’epoca era la regola delle produzioni twee pop e C86 scozzesi, come per esempio Vaselines, Brighter e Primal Scream degli esordi. Le melodie di Bee Thousand, così come quelle del successivo e ancor più dimenticato Alien Lanes, entrano in circolo dopo giusto un paio di giri, rivelandosi in tutto il loro fascino a bassa fedeltà; si tratta di canzoni brevilinee come “Smothered in Hugs”, “Queen of Cans and Jars”, il singolo “I Am a Scientist”, “The Goldheart Mountaintop Queen Directory” (poi ripresa dai Trail of Dead) che se lavorate in studio con l’intento giusto, in quegli anni avrebbero tranquillamente permesso ai Guided by Voices di vendere un milione di copie. È andata diversamente, e forse anche per questo Bee Thousand è presente in questa classifica.

56. Mark Lanegan – Whiskey for the Holy Ghost (1994)

Con la sua seconda avventura solista, Lanegan rilascia la sua opera più affascinante e riuscita. Whiskey for the Holy Ghost è infatti un lavoro saldo e coerente, profondamente malinconico, sporco di nicotina e alcol, sorta di raccolta di vignette di vita in cui delusione, rimpianto e solitudine giocano un ruolo tragicamente fondamentale. L’universo poetico di Dark Mark è pieno di ansia e dolore, ma non è difficile scorgere del puro, assoluto fascino in ciò, fin dai primi ascolti: le trame dolci e luminose delle chitarre, i testi pieni di immagini e situazioni forti e riconoscibili, gli arrangiamenti discreti ma creativi ne fanno un prodotto che può benissimo inserirsi nella grande tradizione dei poeti in musica come Nick Cave e Leonard Cohen. Potete sorseggiarlo tutto d’un fiato, oppure un po’ alla volta: l’importante è lasciarsi assorbire.

55. Neurosis – Through Silver in Blood (1996)

Se Souls at Zero è probabilmente il primo disco seminale nella formazione dell’ideale post metal – parallelamente a White Light from the Mouth of Infinity degli Swans – i colpi decisivi li affondano i lavori della fase centrale della loro discografia, con particolare riferimento a Through Silver in Blood, autentico punto di non ritorno e fonte di ispirazione per le band della nuovissima generazione che si affacciano sulle scene sul finire del decennio. Non è – al contrario di quanto sostenga qualcuno – il momento più importante di tutta la scena, né il non plus ultra del post core, ma definirlo determinante per ciò che sta per avvenire è un segno di altrettanta reverenza per il valore socio-musicale dell’opera. A conti fatti, Through Silver in Blood non potrebbe mai mancare in un’ipotetica top 10 di tutto il filone, anche includendo i migliori lavori di ISIS, primi Mastodon e Cult of Luna del decennio successivo.

54. Quicksand – Slip (1993)

Walter Schreifels guida un quartetto dedito alla destrutturazione e riformulazione del suono hardcore. Slip ha un suono mai veramente sentito prima: adrenalinico, contagioso, melodico e allo stesso tempo spigoloso fatto di chitarre aperte, giri armonici, sezione ritmica tritasassi e vocalizzi melodici sanguinanti. Il magma hardcore punk dell’EP prese definitiva forma in Slip, dove il sound corposo e dinamitardo, le corde dissonanti, i crescendo e i solfeggi vocali ormai assoldati a veri e propri slogan squarciati da urlare in cima alla collina, toccano vette di violenta perfezione. “Fazer”, “Dine Alone”, “Head to Wall”, “Omission”, ossia: l’Ave Maria, il Credo, l’Atto di Dolore e Il Padre Nostro del genere tutto. Benvenuti nelle sabbie mobili, benvenuti nel disco post hardcore più clamoroso del decennio.

53. Tool – Undertow (1993)

Visto quanto avvenuto dopo, Undertow è rimasto un episodio sottovalutato nella discografia dei Tool, probabilmente a causa della produzione che penalizza un songwriting altrimenti superiore a una buona fetta della musica contemporanea alla sua uscita. Dimostratisi negli anni portabandiera di una musica unica e di una coerenza artistica senza eguali, qui gettano le basi del proprio sound, riordinando i momenti migliori dell’EP di esordio Opiate. Undertow è un macigno scagliato con forza, certo immaturo di fronte agli episodi successivi, eppure già denso di idee e soluzioni che da sole oggi fanno paura quando si pensa all’anno della sua comparsa nei negozi. In piena era grunge, i Tool sfoderano intuizioni melodiche che nessuna band di Seattle può vantare, liriche tese e graffianti, ritmiche originali e aggressive, elementi questi che sono la base per capire le scelte nelle opere successive. Un percorso artistico, quindi, iniziato già con un passo avanti rispetto al resto del panorama musicale cosiddetto pesante.

52. Beck – Odelay (1996)

Il talento di Beck risiede nell’aggiungere strumenti o suoni che all’apparenza non centrano nulla con la canzone. In “New Pollution” si può ben notare un sassofono che circola lì in mezzo non si sa bene per quale motivo, ogni suono/campionatura aggiunto ad un primo ascolto risulta fuori contesto, per rivelarsi al posto giusto con i successivi ascolti. Ci si rende veramente conto di quanta genialità quest’album esprime, quanta freschezza, quanta voglia d’andare oltre ciò che già sa dare, quanta fame di sperimentazione… col tempo. Per capire Beck bisogna essere un po’ come lui, ricercatori e scovatori, perdenti ma originali. Non che le sue produzioni siano di difficile ascolto, anzi, si avvalgono di un’orecchiabilità disumana, grazie soprattutto all’interpretazione vocale e alla fedele armonica (amica di sempre). Tuttavia e in buona sostanza, Beck rappresenta – a cavallo fra i due decenni – un’icona pop del calibro di quelle che Bowie o Lou Reed sono state negli anni Settanta, con la differenza che il buon Beck ha sempre e solo inciso musica rivolta ad un pubblico indie, e mai alle masse, anche quando gli è capitato di arrivarci.

51. Belle and Sebastian – If You’re Feeling Sinister (1996)

Il secondo album dei Belle & Sebastian, dal titolo misterioso, arriva mentre Tigermilk è già considerato un capolavoro, sebbene riuscire a trovarlo sia un’impresa tutt’altro che semplice (la Jeepster rimedierà con una ristampa nel ’99). Il sound non si discosta troppo dalle tinte folk pop dell’esordio, i testi di Murdoch raccontano sempre storie legate alla vita di personaggi presi da drammi più o meno adolescenziali, e il tono generale rimane a metà fra il distacco ironico e la malinconia. Melodie fulminanti e ritornelli ipnotici sembrano non avere sorprese per Murdoch: la sua penna sembra capace di tirarne fuori centinaia al giorno, nonchè abilissima nel tratteggiare le sue storie a metà strada fra cinico distacco e commossa partecipazione. Sempre in bilico fra ironia e malinconico amarcord, gli Scozzesi pubblicano una trilogia di album (il terzo da non perdere è The Boy with the Arab Strap) destinati a rimanere fra i migliori esempi pop non solo del decennio, ma anche della musica britannica tutta.

50. Elliott Smith – Either/Or (1997)

Disco che rappresenta il vertice assoluto all’interno della discografia di questo talentuoso cantautore di culto, capace, suo malgrado, di divenire un autentico punto di riferimento per tutta una nuova generazione di songwriters, complice la tragica e prematura scomparsa, avvenuta in circostanze ad oggi non del tutto chiarite, che ha contribuito non poco ad alimentarne il mito. Merito, in primo luogo, di uno stile di scrittura diretto ma al tempo stesso assai raffinato, con il Nostro che nei suoi versi non ha mai avuto timore di mettere a nudo la propria anima e le sue debolezze, molto spesso attraverso l’utilizzo di metafore che lasciano intuire il reale significato dei pezzi solamente sul finire degli stessi, ma anche delle indubbie qualità del musicista, quasi sempre ingiustamente dimenticate. Elliott Smith, infatti, non era solo un buon chitarrista, come aveva dimostrato fin all’inizio della propria carriera esibendosi con il gruppo grunge degli Heatmiser, ma era anche un efficace batterista e sapeva destreggiarsi egregiamente con basso e tastiere. D’altra parte, che questo artista fosse dotato di buon gusto e di idee estremamente chiare circa la resa finale che i propri brani avrebbero dovuto avere, lo si può intuire anche solo ponendo attenzione agli arrangiamenti e al missaggio dei suoi lavori, ispirati in primo luogo alla musica dei Beatles, per lui inesauribile fonte di ispirazione (From a Basement on the Hill, disco uscito postumo e incompleto nel 2004, nelle intenzioni dell’autore avrebbe dovuto essere una sorta di nuovo White Album). Davvero impossibile rimanere indifferenti davanti a brani sentiti come “Between the Bars”, esplicita dichiarazione di disprezzo di Smith verso l’approccio alla vita di molti musicisti rock dell’epoca, lui compreso (il titolo è un gioco di parole, potendo significare tanto “Tra le sbarre” che “Tra un bar e l’altro”, e tutto il pezzo è costruito intorno a questa ambiguità di fondo), “Ballad of Big Nothing”, sorta di anti-inno generazionale in cui il Nostro si scaglia con decisione contro la mancanza di valori di molti giovani d’oggi (nel ritornello Elliott canta “You can do what you want to whenever you want to”, salvo demolire subito dopo tale convinzione nella strofa, ricordando all’ascoltatore che, quando si vuole vivere senza tener conto di ciò che provano gli altri, si finisce “Up all night and down every day”) o “Say Yes”, pezzo che sarebbe potuto uscire dalla penna di John Lennon, nella sua semplicità una delle più belle canzoni d’amore di tutti i tempi (“I’m in love with the world through the eyes of a girl; Who’s still around the morning after”).

49. Suede – Dog Man Star (1994)

Difficile aspettarsi un albo come Dog Man Star dopo il fulminante omonimo esordio, ma i Suede si dimostrano artisti unici in un panorama del tutto ostile, scegliendo la strada opposta al brillante glam del capolavoro precedente. Dog Man Star è un disco oscuro, dark nel senso più vero del termine, che mantiene quel tocco glam che rendeva unico il debutto. Una collezione di canzoni con soluzioni chitarristiche ancora una volta superlative, che rimarcano il genio compositivo di Butler e circondano il talento poetico di Anderson. Stroncato dalla critica alla sua uscita, Dog Man Star è invece un disco che intenso, sensuale e intimo, adulto se paragonato allo spirito giovanile dell’omonimo. L’arduo compito di fare seguito ad un capolavoro i Suede lo hanno superato lasciandosi alle spalle detrattori e cloni e confermandosi fra le band più sottovalutate degli anni ’90.

48. Yo La Tengo – I Can Hear the Heart Beating as One (1997)

I Can Hear the Heart Beating as One è senza dubbio il capolavoro della band di Ira Kaplan, di fatto una delle punte di diamante dell’indie rock americano dei Novanta, nonché una di quelle che assieme a Sonic Youth e pochi altri è riuscita a cavalcare l’onda per tre decenni, senza gravi cali di ispirazione, ma anzi tentando ad ogni occasione di offrire dischi attuali o quantomeno mai del tutto anacronistici. La loro proposta estremamente multiforme – fatta di pop e post rock, con tracce di psichedelia, sentori kraut, accenni di folk, e con una sperimentazione ambient da sfondo cinematografico – resta imbattuta ancora oggi, e con l’album del 1997 raggiunge il momento più alto di una lunghissima discografia che vede sugli scudi anche il successivo And Then Nothing Turned Itself Inside-Out (2000). Gli Yo La Tengo hanno dalla loro un bouquet di umori e soluzioni stilistiche impressionante e che riesce a coinvolgere sia il fan del noise dei Fugazi che quello del grunge, quello del post dei Mogwai che quello dei classici teutonici Can e Neu!, senza dimenticare il dream pop più essenziale dei Galaxie 500. Insomma, un bel minestrone di esperienze, perfettamente amalgamato e insaporito dalla personalità degli altri due membri fondamentali del gruppo, vale a dire Georgia Hubley (batteria, voce e tastiere) e James McNew (basso e voce), decisivi nell’arricchire una prova già così eterogenea di suo. 

47. Boards of Canada – Music Has the Right to Children (1998)

Se il debutto del duo scozzese su lunga gittata è rimasto tra i titoli imprescindibili dell’intero filone IDM, è forse perché oltre ad essere stato proposto al momento giusto da mamma Warp, è anche stato in grado di risaltare le poche fondamentali soluzioni stilistiche del genere in un’ora di suono bianco. Ingredienti come beat downtempo, sample di tracce vocali, un po’ di scratching e melodie analogiche risultano in un unico flusso emozionale ascrivibile a una forma di folktronica dilatata e delicata e al limite del confine col post rock, in cui affiorano ricordi di un’infanzia magari imperfetta ma comunque rimpianta, che Michael Sandison e Marcus Eoin cercano di far ricordare a chi ha scelto di spingere il tasto play. Quando ancora si imputava impersonalità all’elettronica, Music Has the Right to Children ha offerto un esempio di come anche la musica ambient e IDM potesse essere sentimentale, oltre che psicologica e futuristica.

46. Bark Psychosis – Hex (1994)

Quello dei londinesi Bark Psychosis è un album che può far male. Hex è come un mattino in città, d’inverno, dopo una nevicata solenne. L’orologio segna le 10:15 e non vedete nessuno alla finestra. Non una persona, non un’automobile. Siete così stupidi da aprire la finestra. La pelle ancora calda urla, il freddo vi fa male. Ma ora vi rendete conto che i suoni non ci sono. Ci sono rumori di vita lontani, ma sono solamente una dissonanza che aumenta la vostra meraviglia e la vostra malinconia. Ammirate il silenzio e vi pare di poterlo vedere nella neve che cade dai rami dell’albero contorto di fronte a casa vostra. È una splendida malinconia che fa male. Stringe lo stomaco e non vi fa muovere. Definirlo solamente post rock sarebbe davvero limitativo, visto che si tratta di un disco dalle atmosfere che ti circondano a 360° e che di fatto non è mai stato parte di un qualsiasi filone o corrente musicale: è venuto fuori dal nulla, e al nulla non dovrebbe essere dato di riprenderselo.

45. Talk Talk – Laughing Stock (1991)

A tre anni di distanza dal capolavoro Spirit of Eden – ben posizionato nella nostra chart dei migliori 100 dischi del decennio precedente – che aveva segnato una netta cesura con i precedenti lavori di impronta più marcatamente pop, i Talk Talk di Mark Hollis proseguono sul percorso di ricerca allora intrapreso. Sonorità soffuse, influenze ancora più variegate fuse a formare un’amalgama dal fascino unico. Dal jazz alla world music, il tutto corredato dalle parole di Hollis che irrompono di quando in quando, tra le pause, nel silenzio, mai prive di delicatezza e poeticità. Un’opera che non a torto viene tuttoggi ritenuta apripista di innumerevoli correnti musicali che avrebbero poi segnato il prosieguo degli anni Novanta e non solo. Per farli capire a chi non c’era, i Talk Talk potrebbero essere definiti come i Radiohead della loro epoca.

44. Suede – Suede (1993)

Galeotto, è proprio il caso di dirlo, è il singolo “The Drowners”, che coinvolge chi ormai ha compreso che lo shoegaze ha imboccato un vicolo cieco, chi non crede più nel ritorno degli Stone Roses e sente pesante come un macigno il vuoto lasciato dagli Smiths. Proprio questi ultimi sono la maggiore passione di Bernard Butler, chitarrista, pianista e compositore di tutta la musica registrata in questa raccolta di undici canzoni. Non troviamo in Johnny Marr la fascinazione per la psichedelia, per i suoni taglienti e i riff affilatissimi, o la voglia di sovraincidere tracce per creare qualcosa di mai udito prima in terra britannica: è il brit pop, un nuovo genere con capitale Londra, e lo fonda – assieme ai Blur di “She’s So High” e “Popscene” – Bernard Butler con la sua chitarra, a ventidue anni. Gli altri vengono dopo. Quelli che c’erano prima si adegueranno di conseguenza invece. 

43. Pavement – Slanted and Enchanted (1992)

Produzione scarsa, ritmi sballati, esecuzioni approssimative, cantante stonato. Questi i paradossali punti di forza dei Pavement di Stephen Malkmus, anti-star per eccellenza, simbolo più autentico del rock alternativo americano del suo decennio. Prima che la musica della band di Stockton diventi anch’essa un clichè da molti imitato, essi hanno rappresentato grazie a canzoni come “Summer Babe” o “Trigger Cut” l’alto potenziale artistico e commerciale del lo-fi, in risposta alle superproduzioni del rock di quegli anni. Slanted & Enchanted è in questo senso l’album che funge da modello perfetto per i sogni pop di molti ragazzi dei college americani e non, ancora oggi. Si tratta in un certo senso di un ideale punk applicato alla lezione degli R.E.M. era IRS, con un risultato che sa tanto di apologia dell’imperfezione. Un classico, concettualmente perfino superiore al suo illustrissimo successore.

42. Faith No More – King for a Day, Fool for a Lifetime (1995)

Inizialmente incompreso dalla critica e presentato come una manciata di canzoni messe assieme alla buona, come fossero il risultato di una band che non va più d’accordo e che incide solo per rispettare il contratto con la Warner, in quanto mozza dell’anima stramba del chitarrista Jim Martin e in parte dell’estro del tastierista Roddy Bottum, King for a Day si rivela non solo l’album più canonicamente riuscito e meglio calibrato della formazione di San Francisco, ma anche, paradossalmente, quello con il maggior uso di chitarra. Non una versione ridotta dell’ampio spettro sonoro o della poetica dei Faith No More quindi, ma un disco con un’identità voluta e pienamente a fuoco per tutta la sua durata. E in fin dei conti, quello con le canzoni che invecchiano meglio. All’epoca sembrava già che deciso che fosse Angel Dust il capolavoro.

41. U2 – Achtung Baby (1991)

Ecco l’inizio della rivoluzione. Quando Bono parlava di “andare a sognare tutto da capo” probabilmente non sapeva proprio come fare a reinventare l’ingombrante circo degli U2, ma Achtung Baby dimostra che certamente qualcosa doveva essergli venuto in mente. Di colpo, questo disco spazza via certezze e ideali, pose e stili che la band aveva elaborato in otto anni estremamente fruttuosi ma anche contraddittori e difficili. Ci sono dentro gli inni (“One”, che nonostante tutto non cenna ad inflazionarsi, e “The Fly”), ma ci sono dentro, soprattutto, i migliori U2, che sono quelli di gemme come “Love Is Blindness”, “Acrobat”, la cavalcante “Until the End of the World”, ovvero quelli che sconvolgeranno la critica, il pubblico e in primis loro stessi. E lo faranno, come dimostrano in Achtung Baby, con coraggio, bravura e ironia. Il sogno è diventato realtà.

40. Built to Spill – Perfect From Now On (1997)

Nonostante Perfect from Now On esca per la major Warner, i Built to Spill riescono comunque a mantenere viva la loro natura underground. Il loro è un sano indie rock contaminato da incurisioni pop, post punk e da lunghe cavalcate post rock definite dall’instancabile chitarra di Martsch, invero tra le più influenti negli anni appena successivi. È vero che il maggior successo in termini di vendite arriverà in un momento successivo, con il riuscitissimo Keep It Like a Secret (1999), ma di certo è proprio con Perfect from Now On che i Built to Spill riusciranno a far centro nei loro obiettivi, dando alla luce un’opera ispiratissima che permetterà di annoverare il combo di Boise, Idaho tra le figure chiave dell’indie rock made in USA, assieme a nomi come Yo La Tengo, Pavement e Flaming Lips. 

39. Mercury Rev – Yerself Is Steam (1991) 

Tra gli album della stagione del rumore che il mondo del rock stava attraversando a cavallo tra gli ’80 e i ’90, dalle isole britanniche agli USA, merita di essere ricordato anche Yerself Is Steam, disco d’esordio degli americani Mercury Rev; la formula psichedelica di Baker, Donahue, Fridmann, “Grasshopper”, Thorpe e Chambers creava stordimento e alienazione attraverso un continuo rumore di fondo, accelerazioni repentine e linee di basso potenti e ripetitive, definendo un ambiente a metà tra il sogno e l’incubo. Per quanto questi elementi possano essere un punto d’incontro comune per tantissime formazioni contemporanee e future, il sound dei primi Mercury Rev è rimasto sostanzialmente unico, forte di trip capolavoro quali quelli di “Frittering”, “Sweet Oddysee of a Cancer Cell t’ th’ Center of Yer Heart” e “Chasing a Bee”, di deliri pazzoidi e violenti come quello di “Syringe Mouth”, della morbida accoglienza (nel loro universo malato però!) di “Very Sleepy Rivers” e “Blue and Black”. Stretti i rapporti con l’altra grande formazione psichedelica americana dei ’90, i Flaming Lips: Jonathan Donahue suonò le chitarre su In a Priest Driven Ambulance, mentre Dave Fridmann fu il produttore di quasi tutti i lavori della band di Coyne, oltre che dei propri. Quando David Baker lasciò la formazione il compito di dare una direzione ai Mercury Rev restò a Donahue, e quello fu l’episodio decisivo che li lanciò verso la vera popolarità, all’epoca dell’uscita di Deserter’s Songs. (

38. The Smashing Pumpkins – Adore (1998)

Con Adore gli Smashing Pumpkins si lasciano alle spalle i lavori passati, con una presa di posizione che suscita critiche da parte dei primi avventati recensori e dei fan. È proprio l’audacia di questa svolta, il coraggio di cambiare completamente prospettiva, a rendere Adore un’opera grandiosa e non una caduta di tono come volevano farci credere. Pur non rivestendo l’importanza del predecessore, denota una voglia di sperimentare e la capacità di non scendere a compromessi (spesso definita arroganza) dei Pumpkins, nonché tutta la malinconia che, facendo un paragone lirico, era solo accennata in Mellon Collie and the Infinite Sadness. E sono la tristezza e appunto la malinconia che davano il titolo alla precedente opera i tasselli che costituiscono Adore. Una delicata poesia dopo l’altra ci accompagnano in un lungo e doloroso esame di una delle menti più creative di quegli anni che furono. Eh no, un album così a Seattle non l’hanno mai fatto.

37. Radiohead – The Bends (1995)

Fuoriclasse i Radiohead lo erano stati sin dall’inizio in termini di vendite, grazie ai quattro accordi di “Creep”, oggi brano praticamente rinnegato dalla band, ma a cui devono comunque molto, e fuoriclasse lo erano in The Bends, almeno per una manciata di brani che seppur usurati dal tempo e dunque invecchiati maluccio come sonorità, rappresentano alcuni dei momenti più alti di una discografia che poi si scinderà definitivamente dalla coordinate brit pop, rilanciando almeno un paio di volte e facendo piazza pulita intorno. Restano canzoni come “Just” (ancora quattro accordi, ma che arrangiamento intorno!), “Bones”, la smithsiana “High and Dry”, e soprattutto quella “Fake Plastic Trees” rimasta ad oggi la loro migliore canzone in assoluto. Si renderanno conto i Radiohead di saper scrivere buone canzoni, ma di non far paura a nessuno con i distorsori accesi. Fondamentale, però, l’intuizione che ha portato Yorke, i Greenwood e soci a distaccarsi dal mondo del Brit Pop quando questo non suonava più fresco e avvincente come nel primo lustro dei Novanta, prima gradualmente (in un certo senso) con OK Computer, poi con il taglio netto di Kid A, sorprendendo tutti. Non l’avessero fatto, probabilmente saremmo qui a tessere le lodi di un album – The Bends – che mostrava una band carica di idee e di sana ingenuità, in grado di sfornare canzoni spesso non inferiori a quelle dei migliori attori della scena brit pop londinese.

36. Godspeed You! Black Emperor – F#A#∞ (1997)

L’esordio del collettivo canadese capitanato da Efrim Menuck viene alla luce nella sua versione definitiva nel 1997 e raccoglie materiale risalente agli anni immediatamente precedenti, più volte rivisitato. Consta di tre lunghe tracce, di durata mai inferiore ai quindici minuti, a loro volta suddivise in sezioni fra loro ben distinte che rendono l’ascolto meno difficile di quanto si possa immaginare. Si tratta di musica dallo stile unico e già inconfondibile, un collage di archi, cavalcate di chitarre e parti parlate. Il risultato è talora straziante da quanto coinvolgente, di forte impatto emotivo e sorprendente per come i differenti mezzi espressivi vi coesistano armoniosamente. Il tutto è alimentato da una costante attenzione a temi politici e sociali, impegno che caratterizzerà anche le opere a seguire. Non stupiscono i commenti positivi e le attenzioni raccolte da critica musicale e non solo (“East Hastings” figura nella colonna sonora del film 28 Giorni Dopo, ad esempio). L’album raccoglie, soprattutto nell’intensissima “Providence”, buona parte degli elementi portanti ripresi e affinati dai Godspeed You! Black Emperor successivamente. L’etichetta di post rock risulta limitante per F#A#∞ che in realtà si è spinto oltre gli allora canoni del genere ampliandone il respiro e indicando la via per quella che sarebbe stata la ricerca delle band di punta della scena a cavallo dei Duemila.

35. Botch – We Are the Romans (1999)

We Are the Romans è l’opera massima di tutto un filone musicale che è poi veramente emerso dal sottosuolo indipendente solo grazie al successo di Mastodon ed ISIS. Queste band a cui si sono aggiunte negli anni molte altre provenienti da mezzo mondo formano una stessa scena, condividono o condividevano gli stessi valori ed attitudini in partenza, hanno lavorato con i medesimi collaboratori. Ecco dunque che inquadrare una band come i seminali Botch in una identica casta di gruppi della scena che loro stessi hanno avviato non è da considerarsi errato. Un disco e una breve ma formidabile vita artistica destinata a restare sempre lì, a disposizione di qualsiasi band o semplice ascoltatore che voglia iniziarsi al culto. Serve un album come We Are the Romans per far pace col metal. Ammesso che di metal si tratti…

34. Nick Cave and the Bad Seeds – The Good Son (1990)

The Good Son non è altro che la storia di un uomo che sta cercando, attraverso una ritrovata spiritualità, di dare finalmente delle risposte a tutte quelle domande che da sempre lo avevano tormentato. I nove brani che compongono The Good Son sono altrettante parabole sulla perdizione, in cui si racconta di anime inquiete, di abbandoni e di sofferti ripensamenti. Ciò che rende autenticamente grandi questi racconti è proprio la profonda umanità che traspare da ognuno di essi: Cave non è un Illuminato che dall’alto indica agli altri la retta via, bensì un anima maledetta che, tra innumerevoli difficoltà ed evidenti contraddizioni, tenta di salvare se stessa dalla dannazione eterna. La sua vasta discografia, fra progetti solisti e in gruppo, vanta almeno 5-6 lavori di livello assoluto. Fra questi, The Good Son non può non essere incluso.

33. Oasis – (What’s the Story) Morning Glory (1995)

È stato sfoggiando la loro dote principale che i fratelloni Gallagher hanno provato la purezza del loro talento; chiamati alla proverbiale conferma della seconda prova, quella che misura l’effettiva consistenza di un artista, la riconferma di chi aveva sbalordito il mondo con un esordio fenomenale, se ne sono fregati, hanno scritto con incredibile naturalezza uno dei dischi simbolo della passata decade. L’hanno chiamato “erezione del mattino” e, condendo il tutto con dichiarazioni spavalde e comportamenti ciondolanti da semidivinità, hanno venduto 25 milioni di copie in tutto il mondo. I suoni sono più curati, meno grezzi rispetto a Definitely Maybe, il disco suona sicuramente più equilibrato sotto diversi punti di vista, Noel raggiunge qui vette compositive che quasi mai eguaglierà in futuro. La prima cosa che viene in mente ascoltando questo disco è che, con gli occhi di tutto il mondo su di loro, gli Oasis hanno retto la pressione, come ormai in pochissimi riescono a fare.

32. Primal Scream – Screamadelica (1991)

Salto in avanti imprevedibile e impensabile rispetto agli esordi jangle pop degli scozzesi Primal Scream, Screamadelica è stato l’incontro tra i residui punk fatti di giubbotti di pelle e attitudine cazzona e la rivoluzione dell’ecstasy, della house e delle discoteche. Andrew Weatherall, DJ extraordinaire, prende gli MC5 dei primi due dischi e li frulla in un beverone contaminato e acidissimo. Prende i 13th Floor Elevators e trasforma la loro “Slip Inside This House” in un indoor trip colorato e orientaleggiante. Screamadelica è viaggio psichedelico (la doppietta “Higher Than the Sun” – “Inner Flight”), è disco anni ’70, è funky, gospel (“Movin’ On Up”), jungle, è caleidoscopico come la sua – splendida – copertina, è il feel good record degli anni ’90, suonato da musicisti strepitosi e strafatti di talento e voglia di divertire/si. La dimostrazione che abbandonare il pudore è spesso il modo migliore per liberare un talento straripante.

31. Spiritualized – Ladies and Gentlemen We Are Floating in Space (1997)

Ladies and Gentlemen, ecco il disco di pura psichedelia più bello degli anni Novanta. Lo mette al mondo il dottor Jason “Spaceman” Pierce, già membro fondatore dei seminali Spacemen 3, autori del capolavoro The Perfect Prescription (1987), a sua volta uno degli album psichedelici più rilevanti del decennio precedente. Fiati, droni, timpani, cori gospel e tutto un caos organizzato sono gli elementi che completano la canonica tavolozza di colori dettata al presidente onorario Syd Barrett sul Monte Sinai, per dodici tracce che rendono il lavoro degli Spiritualized ambizioso, poliedrico e al contempo umano, sebbene sì: con questo tablet si fluttua nello spazio come non mai. Nonostante le orgogliose smentite, il disco sembra tutto incentrato sul tema dell’abbandono: Kate Radley, splendida tastierista e voce che recita il verso che dà il titolo all’album, a quattro giorni dell’inizio del tour in cui gli Spiritualized avrebbero fatto da supporter ai Verve, sposa in gran segreto Richard Ashcroft, lasciando per sempre Jason Pierce, con cui ha da poco concluso una relazione. Quest’ultimo, che lo ammetta o meno, le dedica il suo masterpiece assoluto; o forse lo rivolge a se stesso, trattando con la musica il cuore e l’anima. Ora, in casi come questo, è davvero il caso di chiamarlo solo rock n roll? In una ipotetica classifica dei migliori album psichedelici di tutti i tempi, Ladies and Gentlemen We Are Floating in Space comparirebbe molto, molto in alto.

30. R.E.M. – Automatic for the People (1992)

Dopo aver rivoluzionato l’underground rock americano per una buona parte degli anni ’80, la band di Athens si trova a fare i conti con un’epoca nuova. Crescono come persone e come musicisti, e la morte, tanto umana quanto artistica, gli si para davanti. Di fronte ad un album del genere presunte derive sataniche di un metal scandinavo banalmente oscuro svaniscono nel nulla. La strumentazione si fa più ricca, gli arrangiamenti più ricercati. I R.E.M. rinunciano ad una spontaneità che solo in tempi recenti sapranno ritrovare con lo stesso spirito in favore di una forma canzone universale. La morte si scontra con l’arte e la politica, la poesia di Stipe raggiunge alcune delle sue vette più alte. Automatic for the People è il formidabile ritratto dei R.E.M. sulla soglia dei ’90 sovraccarichi di grunge, è anche e soprattutto una collezione di canzoni immortali, tra le loro composizioni più famose in assoluto. Da qui si muoveranno verso soluzioni stilistiche di volta in volta diverse, incomprese ma tutte parte di un percorso artistico coerente e formidabile, invidia di tanto mainstream così come di tanto alternative. Poco male se oggi c’è ancora chi non li ha capiti. “Nightswimming deserves a quiet night“, e a noi non resta che nuotare su queste note, lontano da chi forse non lo capirà mai.

29. Slowdive – Pygmalion (1995)

Dopo Souvlaki il gruppo diviene molto più ricettivo rispetto alla musica elettronica, soprattutto nel caso di Halstead che, trasferitosi a Londra, assorbe la nuova sensatione trasmessa dalle radio pirata della capitale in quegli anni: la techno. In questo ambiente, sperimentano nuova musica e nuove droghe, come ammette la stessa Goswell, la quale ricorda: “We were both on a techno trip, experimenting with stupid drugs, him more than me. […] [Pygmalion] reflected what we were listening to at that time”. Il nuovo album si chiama Pygmalion e dunque ha un suono ambient, in un certo senso minimale, che fa incontrare loop e calore umano, è quanto di più astratto potesse partorire la band, che evidentemente ha deciso di congedarsi secondo la propria vocazione. Pygmalion non è altro che la lettera di dimissioni dalla Sony/Creation. La dilatazione sonora è massima già dalla prima traccia, essenziale, in cui Halstead è accompagnato solo da strumenti a corda e da un’elettronica evanescente, appena accennata. Simon Scott ha già lasciato il gruppo, Ian McCutcheon ne ha preso il posto e anche questo contribuisce a cambiare il suono degli Slowdive. La batteria, quando c’è, risiede senza mai imporsi in uno sfondo dai colori mescolati. La distanza dal rock aumenta e il suono diventa molto più simile al silenzio del post rock dei Bark Psychosis (“Miranda” e “Rutti”) e dei Seefeel (“Crazy for You”) che al muro di suono dei Ride, con campionamenti di voci sovrapposti, loop e droni. Questi artifici, in certi casi ci trasportano in un sogno gotico, come in “Miranda” o in “Visions of LA”, in altri, come in “J’s Heaven”, in uno spazio senza tempo dall’atmosfera simile a quelle create degli Stars of the Lid meno orchestrali. Uno splendido LP dal ruolo decisivo nella musica a seguire: dilatato, etereo più che sognante, segna la fine della storia degli Slowdive. La critica lo tratta come il precedente, presa com’è dagli amplificatori di un rock dall’impatto più canonicamente aggressivo.

28. Low – I Could Live in Hope (1994)

I Could Live in Hope rientra tra gli album d’esordio migliori di sempre, minimale in tutto, dalle musiche ai testi, persino nei titoli dei brani. Minimale è infatti il termine chiave, quello che gli stessi Low preferiscono utilizzare per descrivere la loro musica. Linee di basso profonde e batteria leggera costruiscono basi eleganti sulle quali posare le parole e le note della chitarra, mai invadente anche nei momenti in cui si mette in evidenza con maggior forza. I testi vivono di pochi versi, a volte ripetuti, che dipingono scene o brevi pensieri strappati ad un flusso mentale più ampio, che resta nascosto all’interno dell’individuo. L’intimità riesce a raggiungere una potenza espressiva enorme, la tensione emotiva non trova sfogo in deflagrazioni e distorsioni, continua a serpeggiare per tutta la durata dei pezzi fino a risolversi, a volte sì calcando la mano sulla chitarra, ma sempre in modo composto e pacato.

27. Nirvana – Nevermind (1991)

Pochi dischi possono dichiararsi capaci di infiammare tutti quei giovani animi che della vita non capivano più che farsene. Quel disagio comune e latente di una generazione vittima di sé stessa, quel malessere quotidiano di difficile spiegazione che silenzioso aspettava di essere risvegliato. Nevermind mise d’accordo tutti, pubblico (tanto, tanto pubblico) e critica. Una vera e propria esplosione nelle classifiche di tutto il mondo come non succedeva da anni. Inni immortali dall’inesauribile fascino in grado di segnare un’epoca. Una voce, quella di Kurt, che è il grido disperato di una ribellione fin troppo a lungo rimandata, le cui parole sono quanto di più vicino un animo introverso e sensibile potesse cercare come fedele compagno. Uno dei punti più alti di un’intera scena, questo è indubbio, ma anche, se non soprattutto, il disco di riferimento per comprendere un intero decennio di musica rock. E’ anche il genere di album che di rado appare nella storia della musica, portatore di cambiamenti radicali e irreversibili. Gli stessi cambiamenti di cui si sente la mancanza adesso, del resto.

26. Soundgarden – Superunknown (1994)

Superunknown immortala i Soundgarden nel loro zenit artistico e commerciale, ma sarebbe banale ricondurre il successo di vendite e di critica all’involontaria complicità del figlio caduto di Seattle, nonché al raggiungimento di una sintesi perfetta fra quelle che sin dagli esordi sono state individuate quali loro principali influenze, vale a dire Black Sabbath e Led Zeppelin. No, in questo penultimo capitolo della loro saga, i Soundgarden si affrancano da alcuni stilemi ormai prevedibili nel loro suono e scelgono di abbracciare due componenti fondamentali prima di allora solo in parte centrate: le nuove parole d’ordine sono melodia e psichedelia. Se proprio si dovesse eleggere un podio dei migliori dischi usciti da Seattle nel quinquennio di massima esposizione del grunge e della scena di Seattle in generale, ovvero dal 1989 al 1994 incluso, Superunknown non potrebbe non essere candidato a salirvi. A distanza di anni, non ha ancora ceduto di un millimetro.

25. Nine Inch Nails – The Fragile (1999)

Se l’abilità di Reznor è sempre stata per alcuni la sua genialità nell’accostare melodie di facile fruizione a suoni di marcata natura industrial, allora The Fragile è il punto di non ritorno di queste sonorità. L’aspetto che balza immediatamente all’occhio ascoltando per la prima volta il doppio album è la sua eleganza. Trent smussa gli angoli, rifinisce il suo tipico suono ruvido e oppressivo, e perfino negli episodi più aspri risulta ben lontano a una “Wish” o da una “Heresy”. Non ha veramente senso definire questa scelta una spudorata manovra commerciale (come alcuni scandalizzati critici si erano dati la pena di fare i giorni immediatamente seguenti l’uscita di The Fragile). Rinunciando (parzialmente, è vero) al dolore, stavolta ci racconta di ipocrisia, delusione, rabbia e rancore. L’intersezione di due volti: uno dal pathos insostenibile e dagli occhi umidi, l’altro accusatore e maligno. L’inconfondibile voce di Reznor si muove con più libertà, oscillando fra isteria e malinconia, mentre la padronanza degli strumenti che anni prima aveva cominciato a studiare durante lunghe nottate solitarie fuoriesce in tutto il suo splendore. I suoni sono precisi, martellanti al punto giusto, delicati dove è così che deve essere. Immensa la quantità di idee e di soluzioni che troviamo sia in “Left” che in “Right”: potremmo parlare per ore della lacerante accoppiata “La Mer/The Great Below”, della bellezza innodica della titletrack o dell’influenza su più di una scena di un pezzo come “Into the Void”. La gamma di sonorità è più ampia rispetto ai lavori precedenti, scelta con cura maniacale, e abbraccia diversi mondi che nella loro unicità vanno a comporre un puzzle infinito.

24. The Jesus Lizard – Goat (1991)

Goat è trenta minuti di follia. Goat è trenta minuti di tormento. Goat è trenta minuti di perversione. Tutto questo racchiuso in un artwork fatto di corpi femminili squartati, con l’occhio spaventosamente puntato sulla ferita. Si capisce ancor prima di mettere il disco nello stereo che i Jesus Lizard hanno in mente idee malsane e sono pronti a sbattercele in faccia senza timore. Ma una volta premuto il tasto play ci accorgiamo che questo è semplicemente l’inizio, una pura e semplice cornice. La musica di Goat è un’esplosione di chitarra impazzita, linee di basso pulsanti, urla strazianti e trascinanti percussioni. Viene definita post hardcore, e di questa scena che trova il suo apice agli inizi degli anni Novanta i Jesus Lizard ne sono il lato sregolato e senza pudore. Per lo Steve Albini discografico e produttore, il più grande vanto l’averli avuti alla Touch & Go e il più grande rammarico l’averli poi persi.

23. Fugazi – Repeater (1990)

I Fugazi sono uno dei classici gruppi che si ama o si odia, nessuna via di mezzo. Perennemente in lotta con le major e portavoce di quella che verrà chiamata scena emo core, termine che vuol dire tutto e niente, la band di Ian McKaye e Guy Picciotto nel corso della propria carriera ha saputo dare nuova vita a punk e hardcore fondendoli con new wave e noise, mix che trova la sua più bella e completa espressione in questo Repeater, probabilmente il capitolo della loro saga che ha ricevuto maggiore riconoscimento di pubblico e di critica. Spesso dimenticata, la band di McKaye e Picciotto ha dimostrato nel corso degli anni una coerenza che farebbe impallidire alcuni nomi di punta del panorama musicale odierno, diventando una delle migliori realtà underground della scorsa decade. Senza di loro, gli At the Drive-In e i Dismemberment Plan non sarebbeo mai esistiti.

22. Modest Mouse – The Lonesome Crowded West (1997)

The Lonesome Crowded West è stato concepito qua e là, tra una ruota bucata e un guasto del motore, da ragazzi che per la prima volta si trovavano a girare gli Stati Uniti su un van acquistato grazie all’aiuto di amici e fan. Niente di nuovo, direte voi, se non fosse che Isaac Brock è una di quelle rare persone che riescono ad esprimersi al massimo solamente tramite la loro musica, e l’enorme repertorio di immagini, luoghi, scene e personaggi raccontati in questo disco è il frutto di un musicista al massimo della sua ispirazione e con tantissimo da dire. È impossibile infatti inquadrare in poche parole cosa rappresenti questo disco di settanta minuti abbondanti, mosaico caotico di tessere disuniformi, documentario di un Nord America intessuto di città in rapida espansione, mentre internet sta diventando un fenomeno di massa. Dio è morto, ma il suo occhio che tutto vede continua a giudicare implacabile. Il giovane Brock riesce ad analizzare quanto vede attorno a lui con una lucidità incredibile per un ragazzo di appena ventidue anni, sviluppando una rabbia nei confronti di un mondo che va avanti senza curarsi di ciò a cui sta passando sopra, e riuscendo a tradurla in uno degli album rock più veri e allo stesso tempo contraddittori della sua generazione, disseminato di momenti di calma ed esplosioni di rabbia, cambiamenti di ritmo e tracce ripetitive come litanie. Per tutti questi motivi e per mille altri The Lonesome Crowded West va considerato uno dei grandi capolavori del rock americano, e da solo basterebbe ad inserire Isaac Brock tra i musicisti più importanti ed influenti della sua generazione.

21. Morphine – Cure for Pain (1993)

Cure for Pain a tutti gli effetti è una delle meraviglie dimenticate degli anni ’90. Tutto nell’album è giocato sull’alchimia delle singole prestazioni. Pur avvicinandosi al jazz e allo swing non c’è spazio per l’improvvisazione, gli arrangiamenti per un palato fino non sono affatto complessi, eppure il fascino che sprigionano è inarrestabile. Colley finisce per coprire il buco lasciato scoperto dalla chitarra, entrando in scena a volumi regolati: si alza e si abbassa di volta in volta in maniera sottile, prima per correggere la melodia e poi per allargarne gli orizzonti, fino a diventare un sussurro in sottofondo. Sandman dal canto suo delinea un flusso di pochissime note trascinate una dietro l’altra, un vero e proprio tappeto sonoro che non abbandona mai la sensuale e ipnotica interpretazione vocale. Si tratta del sacro spirituale del blues.

20. Kyuss – Welcome to Sky Valley (1994)

Coi loro dischi i Kyuss ridefiniscono i canoni di una musica che in quegli anni era appalto di pochi e neanche così ispirati, perché in fondo, quanti grandissimi album ha mai piazzato lo stoner rock? Welcome to Sky Valley è probabilmente il miglior disco mai venuto fuori dalla scena, e viene ovviamente alla luce grazie ai padri-padroni Kyuss di Josh Homme e John Garcia. “Syd Barrett che improvvisamente riarrangia Master of Reality”, “i Melvins spruzzati di LSD”: a voi altre stupefacenti metafore. Il suono di Welcome to Sky Valley (qui al mixing troviamo un certo Joe Barresi, successivamente in studio di registrazione anche coi Tool e i Tomahawk), e più in generale dei Kyuss, è un marchio di fabbrica distintivo, affascinante nel suo valicare confini e diventare luogo d’incontro per contenuti stilistici che solo fino a qualche anno prima sembravano parte ormai della storia della musica. Un colosso che ancora oggi spacca le pietre.

19. Aphex Twin – Selected Ambient Works II (1994)

Cosa sarebbe stata la musica elettronica degli ultimi trent’anni senza l’apporto fondamentale di Richard D. James? Aphex Twin è ancora oggi uno degli attori principali di tutto il genere e nel passato il suo estro ha rappresentato la stella polare a cui tutti si sono rivolti, soprattutto negli anni novanta. Se l’esordio con Selected Ambient Works 85-92 ha contribuito in maniera essenziale ad avvicinare due mondi fino ad allora considerati agli antipodi, quello dell’ambient e quello rave della techno, con Selected Ambient Works Vol. II il musicista irlandese si spinge ancora oltre spiazzando tutti ancora una volta. Niente spazio per quelle melodie spigolose dal tratto inconfondibile, qui entrano in scena atmosfere dilatate che creano il setting ideale dove poter dare vita a pattern di stampo ambient ispirata dai sogni lucidi che Richard sostiene di aver avuto: il risultato è un’esperienza extrasensoriale unica e fuori dagli schemi dello spazio tempo, opera superiore di un genio inarrivabile.

18. Sigur Rós – Ágætis Byrjun (1999)

Forse il modo migliore per parlare dei Sigur Rós, e il miglior complimento che si possa fare loro, è raccontare come non si tratti di semplici musicisti, come non scrivano solo canzoni. I Sigur Rós hanno un progetto artistico, un immaginario da raccontare, paesaggi da evocare. Amano la loro terra, e per questo sono stati spesso (erroneamente) accostati a Björk. Amano le sue tradizioni, la sua storia, i suoi laghi, i suoi monti. Suonano musica che racconta di un’innocenza perduta, di sentimenti semplici e puri come il ghiaccio d’inverno. Parlano al cuore prima che alla mente. Toccano corde emotive che appartengono a tutti noi, squarciano l’anima come un lampo durante un temporale estivo. Si affacciano in punta di piedi sulla soglia del cuore, e crescono fino a farlo scoppiare. Sono il suono di tutti quei momenti piccoli e fragili che serbiamo dentro di noi da sempre, che sono quanto abbiamo di più prezioso da ricordare e da raccontare.

17. Nine Inch Nails – The Downward Spiral (1994)

Scritto da Trent Reznor nel 1994, The Downward Spiral, è tra le opere indimenticabili dell’industrial rock, in quanto emblema dell’intero genere musicale. È con quest’album che l’industrial viene definitivamente trasportato nelle classifiche americane, ammorbidito con ritornelli e soluzioni pop, divenendo accessibile anche alle masse. Una spirale verso il basso, con circoli sempre più ravvicinati dove, superato ognuno, ci si separa da tutto. È un album, per stessa ammissione di Trent Reznor, unico vero nome dietro ai Nine Inch Nails, di separazione (neutra), di spogliamento (leggero e doloroso) e di razzia (violenta ed efferata) dal sistema sociale cannibale, che acquisisce potere attraverso la carriera lavorativa, la religione, le relazioni sociali, gli ideali, ma anche da se stessi. Tutto questo è ipocrita. Tutto questo è ripugnante. Tutto questo è da strappare e da straziare. The Downward Spiral subisce, riflette e rielabora le influenze di band industrial seminali di una decina di anni prima, come i Ministry o Foetus, del metal dei Pantera, di autori come David Bowie e Tom Waits o ancora dell’istinto progressive di miscela cosciente di generi e dell’attitudine puramente rock.  È un album molto violento, ma non è la violenza l’unico mezzo artistico con il quale Reznor ha sentito di dover comunicare il messaggio. Sembrano evidenti infatti le influenze nietzschiane o esistenzialiste (si parla di un possibile concept ispirato dalle opere di Camus), e sicuramente, in senso allargato, il nichilismo è presente, anzi prepotente, così come la ricerca di un qualche significato esistenziale.

16. Mark Hollis – Mark Hollis (1998)

A sette anni di distanza dall’ultimo capolavoro di una delle band meno conosciute e assolutamente piu’ importanti degli anni ’80, vale a dire Laughing Stock, il leader dei Talk Talk Mark Hollis torna in scena rompendo il fin troppo prolungato silenzio con un sussurro di inarrivabile eleganza. Memore dell’opera seminale dei Bark Psychosis, Hollis reinventa le coordinate dell’ormai fin troppo blasonato post rock, genere che lui stesso aveva contribuito a formare con netto anticipo sul resto del mondo. Spaziando tra l’acustica del folk, la classica piu’ contemporanea, il jazz e addirittura transizioni ambient, l’album e’ l’indiscutibile conferma del gusto raffinato di Mark Hollis per una concezione di arte cosi’ personale da essere non solo perfettamente riconoscibile, ma al tempo stesso e in misura maggiore di ardua catalogazione. Così come sono stati ripresi e rivalutati gli ultimi episodi della discografia dei suoi Talk Talk, non di meno meriterebbe il suo enorme debutto, vera e propria avanguardia nel senso piu’ puro del termine e tranquillamente considerabile il Rock Bottom degli anni ’90.

15. Afghan Whigs – Gentlemen (1993)

Morpheus, nel celeberrimo Matrix, avrebbe detto di Gentlemen: “tu sei l’eletto, è una vita intera che cerco te”. Gentlemen è l’album più amato dal pubblico Afghan, seppur molti fan siano più legati al viscerale Congregation. Brusco, armonico, patito e pensato in ogni dettaglio. Arrangiato perfettamente tra lo Yin della voce di Dulli (drammatica, raschiata, sanguinante) e lo Yang della chitarra di McCollum (estroversa, infuocata, agitata). Il risultato è un concentrato di dolore espresso in un pianto straziante che i singhiozzi del basso di John Curley tormentano come un’ossessione. Alternativi e grunge, ma anche soul e poetici nel senso passionale del termine. La title track à la Dinosaur Jr. o The Replacements si contrappone perfettamente alla delicata “My Curse”, passando per una delle hit più indimenticabili: “Debonair”. Un album a tratti intimista, colto ed equilibrato, a tratti aggressivo, nel quale Greg Dulli è l’apostolo eletto e il testo di “When We Two Parted” il suo Vangelo: “Baby, i see you’ve made yourself all sick again / Baby you can open your eyes now / Then baby only i can comfort you”.

14. Slowdive – Just for a Day (1991)

In una sola sessione di registrazione, folle e disperatissima, la band, entrata in studio senza aver ancora composto una sola canzone, ne esce con un album emozionante e magnetico. Le distorsioni sembrano non trovare più nella costruzione di un valico sonoro insormontabile la loro ragion d’essere ma diventano funzionali alla sensazione del fluttuare sospesi, anche quando sono più graffianti, come in “Catch the Breeze”, proveniente dall’EP Holding Our Breath e che costituisce, assieme a “Brighter”, il punto più alto dell’opera. L’essere giovane e leggermente acerbo, in questo caso, diventa una qualità raffinata che ben si sposa con il suono vellutato ed etereo della band. I testi vanno di pari passo con l’estetica del suono, complice anche la voce sottile e soffice della Goswell, e già introducono, restando in bilico perenne tra l’allegoria e il senso compiuto, le tematiche principali dell’idea artistica della band, la vita, il sogno e l’effimero, in una sorta di emozione distorta dal dormiveglia che, a volte, tocca uno stato di quiete quasi trascendentale. Un sentimento e una bellezza melodica che porteranno l’album e gli Slowdive ad una popolarità da un certo punto di vista inaspettata, vista la reazione della critica. Poche opere sanno creare un ambiente e riempirlo di suono fluido come Just for a Day, formalmente l’autentico vertice di una stagione del rock e di una poetica tutta, un album in grado di presentarsi al nuovo decennio senza rinnegare l’esperienza di quello precedente, diventando, così, uno dei capisaldi sia di quella irripetibile annata che è il 1991, sia del rock degli anni ’90.

13. The Smashing Pumpkins – Mellon Collie and the Infinite Sadness (1995)

Un lavoro immenso, ripensandoci oggi fa quasi paura sapere della giovane età del Billy Corgan di allora. In effetti, la scrittura dei pezzi va attribuita praticamente tutta a lui, e all’epoca di autori come lui non ce ne erano molti. Diciamolo pure: l’unico vero altro autore capace di muoversi in questo rock era morto da poco. E mentre il grunge subiva l’involuzione di band testardamente legate ad un suono che ormai aveva poco o nulla da dire, Corgan trovò il coraggio di osare ed arrivare laddove nemmeno i Nirvana si erano spinti. Si dimostrò, come accadde altre volte in futuro, un musicista colto e meticoloso, magari ambizioso, ma sicuramente di valore artistico superiore a tanti suoi contemporanei. Mellon Collie and the Infinite Sadness contiene alcuni dei pezzi più famosi degli Smashing Pumpkins, ma non è al potere commerciale dell’opera che si deve limitare lo sguardo. La presunta facilità di canzoni come ‘Zero’ e ‘Bullet With Butterfly Wings’ non è che un biglietto di sola andata tra le note di questo capolavoro della musica contemporanea, attuale come pochi altri dischi degli anni ’90.

12. Red House Painters – Down Colourful Hill (1992)

Ciò che sorprende in queste canzoni è la ricerca continua di un senso della misura, un ordine di fondo che prescinde dalle qualità tecniche dei musicisti o dalla possibile ricerca sonora. Tutto suona semplice, privo di virtuosismi strumentali, eppure i brani (un paio anche di durata elevata) suonano come un flusso continuo, senza risultare ripetitivi o noiosi. Diciamolo subito: i suoni sono essenziali, asciutti, cristallini. Il basso sornione è supportato da una base ritmica precisa e mai eccessiva; la chitarra languida e sofferente accompagna nel migliore dei modi un cantato commovente e intenso come pochi altri. Down Colorful Hill rappresenta un’esperienza difficile per lo stesso autore prima che per il suo fruitore, essendo, oltre che un pugno di canzoni dal tono dimesso, anche un testamento spirituale, e soprattutto il risultato del dolore.

11. Pulp – Different Class (1995)

Different Class ha qualcosa in più. È un melodramma pop di rara maturità, da parte di una formazione che ha saputo tenersi il grande colpo per il momento giusto, con pazienza e crescita intellettuale, liberando dodici canzoni tra cui si fatica a trovarne una non adatta ad essere pubblicata anche separatamente. È un lavoro carico di sottilissimo british humour, destinato alla sensibilità di ascoltatori raffinati e pronti a recepirlo, e perché no, nei casi dei due maggiori singoli “Common People” e “Disco 2000″, ad una massa che non per forza deve riflettervi sopra, sebbene anche quelle due canzoni ormai parte della coscienza popolare inglese e mitteleuropea fossero più che canzoncine pop usa & getta. Il disco brit pop per eccellenza, quello definitivo, che ha saputo oscurare gli stupendi LP che l’hanno preceduto e succeduto (His & Hers del 1994 e This Is Hardcore del 1998), il classico dei classici di un’intera stagione del rock britannico, è dunque Different Class. Il resto segue a distanza ragguardevole.

10. The Flaming Lips – The Soft Bulletin (1999)

Sono almeno altri tre i dischi dei Flaming Lips che potrebbero figurare in questa classifica, e sono In a Priest-Driven Ambulance (del 1990), Transmissions From the Satellite Heart (1993, che conteneva il celeberrimo singolo “She Don’t Use Jelly”, vale a dire il loro primo vero successo), e soprattutto Clouds Taste Metallic (1995), album imprescindibile per chiunque poi si sia confrontato sul tema “come creare del sano noise pop psichedelico”. Nell’ultimo dicembre del secolo, mentre il Times si limita a includere i Flips tra le migliori band del pianeta, l’NME elegge The Soft Bulletin album dell’anno 1999, definendolo come il caso discografico più sbalorditivo di quell’annata, e Uncut spara un ancor più evocativo “unlike anything, ever”. Memorabile anche la performance da Jools Holland, che certifica – assieme a tutto l’entusiasmo della critica – il fatto che il nuovo corso di Wayne Coyne e amici non passa esattamente inosservato, perlomeno a chi il rock lo segue con attenzione. Impossibile dare torto alla stampa britannica d’altronde: The Soft Bulletin è un clamoroso esempio di pop indipendente, laccato e come si suol dire bombastico, cioé pomposo e artefatto come un disco dei primi Queen (“The Gash”), ma che non perde mai quello spirito indie che lo distingue dalla psichedelia forzata di Porcupine Tree o Marillion qualunque. Le melodie sono pazzesche, a tratti commoventi per interpretazione e abbellimenti di corredo (“A Spoonful Weighs a Ton”), e le immagini che le parti strumentali evocano sono irregolari come le ombre della copertina. “Race for the Prize” e “Waitin’ for a Superman” sono i due pezzi che verranno più facilmente ricordati, ma sarebbe gravissimo tralasciare la brillantezza di molti altri momenti di un lavoro superlativo nel suo insieme, così visionario, colorato e melanconico al contempo. Assieme a Ágætis Byrjun dei Sigur Ròs, risulta come l’ultimo capolavoro assoluto del decennio.

09. Autechre – Incunabula (1993)

Lo spocchioso termine IDM – Intelligent Dance Music – solitamente utilizzato per identificare un’enorme fetta di musica elettronica contrapposta a quella volgarmente ballabile, non piace a nessuno degli artisti chiamati in causa, quindi forse sarebbe meglio far riferimento a un più neutro e preciso, in questo caso, ambient techno. Okay, se le cose stanno così allora Incunabula è a pieno titolo uno dei vertici, se non il capolavoro assoluto, di quel qualcosa definibile come ambient techno. Settimo episodio della serie Artificial Intelligence della Warp, Incunabula portava negli anni ’90 il sogno (o l’incubo) dei Kraftwerk di The Man-Machine, le visioni robotiche di Asimov, i viaggi spaziali di Tangerine Dream e 2001: A Space Odissey. Ogni traccia cattura la mente dell’ascoltatore, la ingabbia per portarla fino alla conclusione dei sei, otto, dieci minuti di turno, totalmente arresa alla volontà delle macchine.

08. Blur – Blur (1997)

Immaginiamo i quattro protagonisti seduti ad un tavolo nella loro sala prove (ammesso che ve ne sia uno), quella raffigurata all’interno dello scarno libretto di accompagnamento al disco, riflettendo sulla strada da prendere, in quanto stanchi di suonare brit pop e soprattutto consapevoli di aver scritto le pagine forse più importanti della scena, lasciando ai posteri l’album simbolo di quella stagione, Parklife. Si può fiutare nell’aria che il vento sta cambiando, e piuttosto che emulare loro stessi all’infinito, Albarn e soci decidono di rischiare tutto. Blur rappresenta il tentato e riuscito passaggio a nuova vita del gruppo, che con questo album riesce non solo a divincolarsi da una scena ormai in debito d’ossigeno, ma anche e soprattutto a compiere uno dei maggiori e più coraggiosi passi artistici di una band mainstream degli ultimi venti anni, andando oltre l’asettico sperimentalismo, anzi facendo proprie delle sonorità fino ad allora a loro sconosciute, per condire delle umili e allo stesso tempo ambiziose canzoni pop.

07. Slint – Spiderland (1991)

Il fascino della copertina è immenso. Quattro ragazzi ci fissano sorridenti nel bel mezzo di una nuotata, immortalati in una foto in bianco e nero. Il paesaggio sullo sfondo è vacuo, tenebroso, tagliente. Spiderland è un capolavoro totale, un disco imprescindibile per ogni amante del rock. È innovazione, anticipazione di tutta la scena post-rock, opera matura e totale che ha avuto sulla musica a venire un’influenza incalcolabile. Spiderland è incertezza post-adolescenziale di fronte a scelte che recano responsabilità troppo alte. È la constatazione rassegnata che i nostri desideri e i nostri sogni si sono rivelati fallimentari. È il nostro scheletro nell’armadio che cominciamo a mostrare e ad accettare nella più totale indifferenza. Spiderland ossessiona. Alimenta l’angoscia interiore non stemperandola mai. È come il nostro incubo preferito. L’atmosfera perennemente cupa e raggelante provoca l’ascoltatore che vorrebbe ricercarvi risposte consolatorie. Attesa inutile: restano lacrime sublimate e profondo senso di incertezza, freddo epitaffio della nostra condizione esistenziale. I miss you.

06. Nirvana – In Utero (1993)

È l’intreccio dei sentimenti contrapposti quali l’amore per la musica e il ripudio di ciò che è diventato, che porta Cobain a partorire le canzoni di In Utero. E dal disagio emerge un album grandissimo, un mix di noise sporco e punk rock dosati in maniera originale ed efficace. Quello che ne emerge è un album difficile, caratterizzato da scelte fatte l’ultimo minuto prese di fretta all’interno dello studio di registrazione, sempre in bilico tra le richieste della casa discografica per la quale l’album sarebbe dovuto essere la gallina dalle uova d’oro, e le scelte personali di Cobain. Ma il risultato lascia Kurt ancora parzialmente insoddisfatto, con ancora più la sensazione di non essere libero di scrivere musica come vorrebbe. Il risultato di questa scontro tra artista e sfruttamento dell’immagine è, comunque, In Utero.

05. Pavement – Crooked Rain, Crooked Rain (1994)

Se Slanted & Enchanted era prodotto e registrato in lo-fi, Crooked Rain lo è solo in parte ma per volontaria scelta: entra in gioco ormai la ragion d’essere del gruppo, che per altro collide con le vivaci soniche distorsioni delle chitarre e col nuovo invadente drumming di West. Il suono di questo è album brilla ancora oggi di luce propria, e lo rende Capolavoro. Lo stile di Malkmus, voce e principale compositore, è seminale: melodie rovinate da interpretazioni sghembe e stridenti, quasi a volersi prendere gioco dell’elevato potenziale commerciale delle sue canzo.ni I Pavement cercano – chissà, forse consapevolmente – di significare per i Novanta ciò che i R.E.M o i Fugazi hanno rappresentato per l’alternative americano in tempi di street rock e hair metal all’ossesso. La loro lezione è rimasta il modello da seguire anche nel decennio successivo.

04. Radiohead – OK Computer (1997)

Come i Talk Talk anni prima, la formazione capeggiata da Yorke e i fratelli Greenwood si apre ad un’evoluzione tra le più clamorose nella storia della musica pop. Uno dei rarissimi casi di estrema popolarità unita a una qualità di molto superiore alla media. OK Computer è d’altronde uno degli album non solo più rappresentativi, ma anche più belli degli anni Novanta, dove l’aggettivo “bello” raggiunge come in rari altri casi un forte quoziente di oggettività. OK Computer è la fotografia più nitida dei suoi tempi, superando qualsiasi altro disco del suo decennio grazie a una poetica giunta dopo qualche anno di assestamento al vertice della sua peculiarità: quello di Yorke è un atteggiamento critico che sa di voluta modalità d’esistenza più o oltre che arrendevole nichilismo. Oltre non può esserci che l’azzeramento e la rinascita. Yorke lo capisce in tempo e i Radiohead mettono al mondo dopo un capolavoro un altro capolavoro, il primo del nuovo decennio: Kid A.

03. Tool – Ænima (1996)

Ænima è l’immagine che rappresenta ancora oggi ogni momento dei Tool, ovvero quel che erano e quel che sono diventati. Il grande salto nell’olimpo dei più grandi. Avessero inciso tutti dischi del valore di Undertow, meriterebbero comunque un posto rilevante quando si raccontano storie di alternative rock americano dei Novanta, ma da qui in poi la band di Adam Jones prende il largo sugli inseguitori, divenendo negli anni un marchio garante di eccellenza, ammirato e temuto ovunque, fra eccessi di interpretazioni dei novizi e furbesco snobismo che nasconde paura. I Tool riescono nell’impresa di rendere intellettuale ed emotivo il metal, per primi ed in modo superiore, grazie alla figura ironica e tormentata di Maynard James Keenan, il miglior cantante e paroliere americano della sua categoria. L’ingresso in formazione dell’inglese Justin Chancellor aggiunge alla band la gradazione di colore mancante, formando con il Gran Maestro delle percussioni Danny Carey la sezione aurea-ritmica definitiva. Ænima – come ogni album dei Tool – si lascia scoprire lentamente per regalare sensazioni (nonché dettagli sonori) differenti in ogni periodo d’ascolto del fruitore. E’ il primo compimento della loro Grande Opera, ed esulerebbe da classifiche e tornaconti, facendo categoria a parte. Il genere dei Tool, una volta per tutte, è il genere Tool.

02. Neutral Milk Hotel – In the Aeroplane Over the Sea (1998)

Una voce stonata al limite del sopportabile, una chitarra suonata alla bell’e meglio, suoni appiccicosi, sporchi e a tratti psichedelici. In the Aeroplane Over the Sea risponde ai canoni essenziali del lo-fi, genere di cui è di certo uno dei riferimenti essenziali. Chiedersi il motivo per cui un disco così possa avere compiutezza, vuol dire non aver colto la poetica sottesa a opere di questo tipo, quelle che elemosinano e ottengono attenzione proprio per il loro essere splendidamente imprecise, e, attenzione, non imperfette. Il risultato è qualcosa di vero, nudo, viscerale, capace, se compreso e assimilato veramente, di sedurre totalmente e incondizionatamente l’ascoltatore. In the Aeroplane Over the Sea è un omaggio ad Anna Frank, alla sua memoria (“Anna’s ghost all around, hear her voice as it’s rolling and ringing through me”, canta Mangum nella titletrack) e all’universalità della sua storia. Ma è un omaggio quasi indiretto, sporcato dalle visioni di Mangum, che come in un sogno miscela episodi tratti dal Diario con i suoi ricordi d’infanzia, momenti di intensa spiritualità con la carica erotica che solo un adolescente in crescita può avere. Le storie raccontate da In The Aeroplane Over the Sea sono in egual modo europee e americane, storie di guerra e storie di pace, fuga dalla realtà e scoperta di essa. C’è un’urgenza nel modo di suonare e di cantare di Mangum che deriva dal suo entusiasmo quasi fanciullesco, dalla sua necessità di comunicare, di cantare ad alta voce le sue gioie e le sue tristezze. Se potessimo azzardare un paragone alto e quasi blasfemo, il secondo disco dei Neutral Milk Hotel ha la stessa carica espressiva di una poesia di Pascoli, un misto di sesso e sudore, travolgente come crescere e intimo come un sussurro.

01. My Bloody Valentine – Loveless (1991)

Concetti come “stratificazione” e “muro di suono” non possono che ambire a significare musica come quella prodotta da Kevin Shields, artista che merita il rispetto dei giganti del rock, ma che può tranquillamente passeggiare indisturbato per le vie principali delle sue città (Dublino e Londra), perché nessuno lo riconoscerebbe, o quasi… Loveless rappresenta la sublimazione di una scena e il momento forse definitivo del rock tutto, almeno quello legato alla forma canzone, uccisa non da involuti e pedanti sogni di progressive, ma dalla devianza sonora eretta con riverberi, feedback, nastri fatti girare al contrario ed altri espedienti tecnici che fanno di Shields un guitar hero nel senso più autentico del termine. La sua ricerca del suono è pura tecnica, ingegno, sebbene non abbia nulla a che fare con la velocità di esecuzione. Si tratta semmai di una questione di pazienza e meticolosità, la stessa che ad oggi ci fa attendere con un minuscolo barlume di speranza il giorno della pubblicazione di un seguito di questo capolavoro, ormai prossimo alla maggiore età. Loveless vola etereo lassù dove nessuno può osare oltre, sebbene di shoegaze, la divertente parola che etichetta questo genere, ormai si sentano citazioni ovunque, anche dove non c’entra niente: in tanti anni non si è più ascoltato qualcosa di altrettanto avvolgente.


Una playlist di 100 canzoni

Hanno contribuito alla redazione della classifica: Daniele Sassi, Pierluigi Ruffolo, Alessio Dainelli, Umberto Nuovavia, Paolo Busetto, Domingo Forte, Matteo Ragnedda, Matteo Furcas, Denis Bosonetto, Cristiano Marinelli, Valerio Pampanoni, Gabriele Ferrari, Sandy Pierpaoli, Ferdinando De Vita, Samuele Venturi, Eugenio Giannetta, Angelo Barattani, Manuel Uberti.

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