Top 100 Anni 2000 – 2009

100. Death Cab for Cutie – Transatlanticism

transatlanticismPer essere un disco indie rock, Transatlanticism suona al contempo indulgente, poetico e ingenuo sin dal primo ascolto, e anche quel pizzico radiofonico che gli ha permesso di entrare nelle camere di molti adolescenti oltre che post-adolescenti della sua epoca: target colpiti e affondati contemporaneamente. Proprio gli aggettivi che vengono fuori per descrivere la musica dei Death Cab for Cutie si possono ribaltare in accezioni negative del pop rock indipendente, in cui spesso Gibbard è caduto nei capitoli successivi. Ma qualche errore di troppo, che non si perdona visto il talento del protagonista – che non è un Chris Martin qualunque – non deve in alcun modo intaccare il valore di questo piccolo grande successo della musica indie del primo decennio del Duemila. 

99. Black Rebel Motorcycle Club – Black Rebel Motorcycle Club

Il debutto dei B.R.M.C. si potrebbe definire in una riga come l’albo che traspone i Jesus and Mary Chain in America. Ha le chitarre distorte, le melodie pop rock e le voci un po’ strascicate della band scozzese, ma aggiunge quell’immaginario e quell’attitude da motociclisti ribelli che caratterizzerà tutta la produzione del gruppo. Per moltissimi fan e non, infatti, è questo il capolavoro indiscusso della band, forse eguagliato solo dalla svolta folk blues dell’incompreso Howl. Dalla straziante “Love Burns” all’energica “Whatever Happened to My Rock ‘n’ Roll (Punk Song)”, fino ai riff incalzanti e ai giri ipnotici di “Spread Your Love”, i tre ragazzi di San Francisco dimostrano di saperci fare con chitarra e basso, giacche di pelle nera e shoegazing del nuovo millennio. 

98. J Dilla – Donuts

J Dilla è il tipico artista di cui avrete già ascoltato qualcosa pur senza saperlo: A Tribe Called Quest, D’Angelo, Erykah Badu, i Roots sono solo alcuni dei nomi con cui ha collaborato nelle vesti di produttore il taciturno ragazzo di Detroit che non si separava mai dal suo fido campionatore. Donuts rappresenta l’apice della sua carriera: trentuno tracce, tutte rigorosamente sotto i due minuti di durata, straripanti di beat e campionamenti geniali. Chiunque si sarebbe tenuto ben stretto tanta grazia per produrre una manciata di album, ma non Jay Dee. Lui è in un letto di ospedale a combattere una malattia che lo consuma a soli trent’anni e li raccoglie così, in una sorta di testamento spirituale prima della sua precoce scomparsa, a ricordarci ancora una volta del suo talento cristallino. Donuts è uno dei dischi chiave dell’hip hop del nuovo millennio, e la sua eredità artistica è ancora evidente in tutta la scena a distanza di anni.

97. Fleet Foxes – Fleet Foxes

L’album d’esordio del quintetto di Seattle è tutto cori, chitarre acustiche e grande musicalità. Un piccolo paesaggio bucolico ritratto in una fotografia seppiata. Un esordio a tinte fortemente folkeggianti, armonico nel senso più popolare del termine, quasi rurale. “Ragged Wood” con il suo tamburello, “Quiet Houses” con la sua densità vocale e “Meadowlark” voce-arpeggio sono la rappresentazione di piccoli brani acustici che sanno arrivare molto più in profondità grazie a una delicatezza senza tempo e senza luogo. Brani top di uno dei dischi dell’anno 2008 sono certamente la pizzicata “Tiger Mountain Peasant Song” con la sua aurea e “Oliver James”, che oltre a ergersi emblema di uno stile musicale, ne fa propria la descrizione attraverso il testo: “The sound of ancient voices ringing soft upon your ear”. 

96. Primal Scream – XTRMNTR

A quasi dieci anni da Screamadelica, che fondeva il pop dei Sessanta dei primi dischi con pesanti influenze che spaziavano dalla house al dub, dalla jungle alla musica nera, i Primal Scream rivoluzionano ancora una volta il proprio suono. XTRMNTR è un altro straordinario crogiolo di idee, che dimostra l’attenzione di Gillespie e Innes per le (passateci la banalità)nuove tendenze. Abbandonando i toni giocosi dei dischi precedenti, XTRMNTR è un album politico e incazzato, acido e abrasivo, che non risparmia né i residuati hippy degli anni ’60 né il governo, colpisce la polizia e le multinazionali. Dal punto di vista musicale, questo si traduce sia nelle ospitate di Kevin Shields dei My Bloody Valentine con le sue chitarre taglienti (significativa l’inclusione di un pezzo chiamato “MBV Arkestra”), sia soprattutto nell’uso massiccio di un’elettronica martellante e violenta. Il disco si regge su grandi hit (“Swastika Eyes”, non a caso remixata anche dai Chemical Brothers) e su qualche pezzo più sperimentale e d’atmosfera (“Blood Money”). A questo punto è davvero impossibile riconoscere in questi Primal Scream la band degli esordi twee-pop. Definito da molte riviste come“uno dei dischi più pesanti di sempre”, XTRMNTR è la faccia incazzata dei Primal Scream, e uno dei loro migliori lavori. 

95. Massive Attack – 100th Window

Qualunque sia la centesima finestra, sembra comunque essersi infranta per favorire il cambiamento d’aria in casa dei Massive Attack. La domanda d’obbligo spinge a chiedersi se la forza che ha causato questa rottura è stata esercitata dall’esterno verso l’interno o viceversa. Fatto sta che Robert Del Naja è rimasto solo, ma non per questo disperato, visto che porta il glorioso nome del gruppo all’apice del successo, portando a termine il cammino intrapreso nel lontano 1991. 100th Window è un album ancora più oscuro rispetto a Mezzanine, dove sonorità notturne e metropolitane si intrecciano pervadendo le tracce di un pulsante incedere che sa senz’altro di ipnosi. Psichedelica sensualità, ignoto e passione, tutte caratteristiche che annullano la ragione dell’uomo proiettandolo senza reti verso l’inconscio in tutte le sue sfumature, più o meno oscure. E questo lavoro che pare concepito come uno strumento di ipnosi, prende vita per inculcare con la forza, nell’ascoltatore, ideali di pace, amore, giustizia e libertà di sentimenti, temi, non dimentichiamolo, ricorrenti in tutto il percorso di questa band, peraltro attivissima nel sociale fin dagli esordi. 

94. Four Tet – Rounds

Il terzo lavoro di Four Tet traccia un segno indelebile, nel cui solco inciamperanno tanti ascoltatori e tanti musicisti. Rounds è un raggiro fatto a fin di bene. È un disco decisamente complesso, stratificato, ma in cui l’armonia e il ritmo riescono a ridurre l’ascolto distratto alle sue categorie di base di bellezza estetica. Prendiamo “Hands”, la traccia d’apertura ormai divenuta un classico: da una pulsazione cardiaca ad un arpeggio elettronico e da questo alla frammentazione tanto armonica quanto ritmica, come guardando una figura intera di cui solo con il tempo, con i secondi, scorgiamo la discontinuità, il dettaglio arrotondato per difetto oppure raddoppiato, un mosaico sottile di tessere analogiche di una figura elettronica. Ma il gioco sintetico non è finito. Rounds è anche un gioco di parole, un calembour in cui melodie fingono di inseguirsi simili a gocce d’acqua, per poi infrangersi all’ultimo e ricompattarsi al contrario, stonate un po’, con qualche accento diverso, dando all’insieme un’idea IDM che rende estremamente interessante l’ascolto più attento. Anche il ritmo subisce artifici simili: capace di essere difficile da trattare (l’intermezzo “Chia”) non teme affatto di mostrarsi prevedibile, come nell’ r’n’b (genere intensamente presente un po’ in tutto il disco) di “Unspoken” in cui il bel giro di pianoforte, vero protagonista dell’album con tessiture sentimentalmente d’effetto nella loro semplicità quasi infantile, o in quell’ “As Serious as Your Life” che ricorda addirittura il Beck più pazzerello. Comporre bellezza come azione adulta come il jazz di “And They Look Broken Hearted” o come playground in “Slow Jam”, comunque un’azione da riscoprire. Per poi scombinare tutto e ripresentarlo in una forma (quasi) uguale. Un raggiro.

93. Jesu – Conqueror

La forza e la bellezza di Conqueror non risiedono nelle soluzioni strumentali o nella rielaborazione e sviluppo di precedenti correnti musicali, ma semplicemente nella sua stordente espressività e nell’essere tremendamente sincero e viscerale. Queste otto tracce sono un percorso esistenziale, così toccante che tutto il resto passa in secondo piano. Il muro sonoro è sempre presente, la melodia, seppur più curata, deve continuamente fare capolino tra le distorsioni e i ritmi cadenzati. Ciò che cambia è quello che l’uomo vuole comunicare: gli stessi ingredienti quindi, danno un risultato finale completamente diverso. Justin Broadrick si è infatti stancato di dover convivere con le proprie paure e paranoie, e decide che è giunta l’ora di conquistarle: descrivere quindi la fragilità dell’esistenza umana, l’isolamento e la debolezza d’animo, con il fine di elevarsi al di sopra di esse, per trascenderle e quasi arrivare a una sorta di purificazione interiore. Ciò è realizzato attraverso una tendenza innodica e incoraggiante, sebbene ci sia un forte retrogusto malinconico. Il disco è probabilmente meno aggressivo di quanto un fan di Godflesh, God, Napalm Death potesse bramare: le ritmiche (affidate a Diarmuid Dalton al basso e a Ted Parsons alla batteria) e i riff della 7 corde di Broadrick, pur pesanti, vengono rallentati, donando un senso estremamente avvincente, di abbandono e di leggerezza. 

92. The Dead Weather – Horehound

Uno si aspetta il protagonismo assoluto di White, ma è bello essere smentiti. L’interpretazione della Mosshart, vera attrice principale come si deduce dalla copertina di Horehound, è strepitosa, mentre White, Fertita e Lawrence si ritrovano di volta in volta con strumenti diversi e con uguale abilità. Leggermente fuorviante tuttavia il singolo “Hang You from the Heavens”, che scende dai cieli con un suono corposo e un basso pulsante che strappa il cordone ombelicale alla mamma garage dopo pochi secondi. Ci vogliono ancora due ascolti per tendere l’orecchio verso altri aspetti non certo secondari della canzone. La Mosshart, dal canto suo, traccia una linea vocale sinuosa, impavida, sicura più che mai nel suo ruolo, diretta evoluzione dei Kills che appaiono ora quasi un banco di prova. Segue l’anomala “I Cut Like a Buffalo”, opera di Jack White, surreale nelle liriche e marziale nel suo incedere. Un rimando ai White Stripes, certamente, ma senza lo stesso spirito ludico. “So Far from Your Weapon” della Mosshart è anche il suo momento più alto insieme a “Treat Me Like Your Mother”, in cui la chanteuse sprigiona una carica erotica notevole, capace di imbarazzarti, di farti sentire a disagio come quando riconosci una pornostar al ristorante con i tuoi. I Dead Weather affogano in un’atmosfera southern eppure moderna le loro canzoni, ponendosi a piedi ben saldi sulla sottile linea che separa il revival dalla novità. Marcate le influenze, arrivano a rivisitare la dylaniana “New Pony” riallacciandola ai loro intenti, senza sfigurare pur non ottenendo lo stesso risultato di “Forever My Queen” dei Pentagram. 

91. Cat Power – You Are Free

Dopo il successo ottenuto da Moonpix (1998), con You Are Free Chan Marshall giunge alla sua definitiva consacrazione. La ragazza di Atlanta affina ulteriormente lo stile fondendo le sue peculiarità con elementi della migliore tradizione cantautorale americana. Ad arricchire l’opera concorrono illustri collaboratori che, più che comparsate, si rivelano influenze tangibili sul risultato finale, quanto mai vario e sfaccettato: da Eddie Vedder, con cui Chan duetta in “Evolution”, brano di chiusura, a Dave Grohl, dietro alle pelli negli episodi più grintosi e movimentati (come “Speak for Me” e “He War”), senza dimenticare Warren Ellis, violinista dei Dirty Three, che impreziosisce la splendida “Good Woman”. Colpisce la versatilità con la quale l’autrice si destreggia tra pezzi rock e altri più delicati come “Shaking Paper” e “Maybe Not”, accompagnando ora al piano ora alla chitarra la sua voce timida ma suadente. You Are Free raccoglie quattordici canzoni che alternano grinta e malinconia sballottando impietosamente l’ascoltatore per lasciarlo, infine, tanto esausto quanto rapito. 

90. Trentemøller – The Last Resort

La Danimarca trova il suo principino dell’elettronica, l’Amleto anno doppiozero, che si presenta alle scene mondiali con un disco monumentale (doppio se nella versione plus). The Last Resort è la sintesi musicale delle effusioni nordiche con Berlino e il suono che proprio negli stessi anni riscalda più di un produttore, bpitchiani per primi. Come una brioche con il gelato, il caldo e il freddo si mescolano per un sapore musicale mai aspro, ma sempre avvolgente e pieno, capace di soddisfare le esigenze più ricercate e soffuse come quelle meno controllate e più dancefloor-oriented. Canzoni come “Into the Trees” o “Miss You” o “Moan”, splendida nella versione cantata da Ane Trolle, vivono di pulsazioni tutte nordiche, scolpite nelle tonalità più suadenti e sensuali; altri brani come l’opener o “Evil Dub” fanno il resto, a braccetto con il resto dell’album, che conquista trasversalmente, dall’ascoltatore di rock a quello di elettronica pura. Sì, perchè questo capolavoro, come ogni capolavoro, fonda un mondo e detta una legge, una giurisprudenza di battiti e suoni che, prima, solo raramente ci hanno trovato così nudi dinanzi a noi stessi. 

89. Martin Grech – Unholy

Il secondo album del prodigioso Martin Grech è completamente differente dall’esordio di Open Heart Zoo. Si tratta di un disco onirico, sofferto, industriale, sinfonico, malato, misterioso, angosciante in cui per una volta, il paragone con Jeff Buckley è tutto fuorché fuori causa, seppure le sonorità siano evidentemente distanti. Con l’ulteriore differenza che Martin non ha alle spalle un Andy Wallace in sede di produzione, né illustri musicisti ad aiutarlo in studio: fa quasi tutto da solo, come e più di un Trent Reznor, e stupisce per la limpidità della visione artistica oltre che per l’innegabile perizia tecnica. Diremo di più: l’epica “Holy Father Inferior” supera abbondantemente qualsiasi composizione dello sfortunato Buckley, mentre la mistico-gregoriana “Venus” annuncia l’avvicinamento al successivo capitolo March of the Lonely, che poteva essere presente con merito anch’esso in questa classifica. Ma Unholy in fondo ha qualcosa di più, seppure non totalmente omogeneo nella qualità dei suoi nove pezzi. L’industrial rock dei Nine Inch Nails del singolo “Guiltless” e della confusionaria “I Am Chromosome”, il racconto notturno e gotico di “Erosion & Regeneration”, il respiro goyano che impregna il tutto di mistero, sin dalla copertina e dallo splendido artwork di corredo, che non si compiace mai in melodie troppo facili. Peccato che in davvero pochi abbiano compreso la portata artistica di questo ragazzo dalla voce d’angelo e demonio, ma non ci stancheremo di consigliarlo a chi cerca musica suonata da animi puri e intenti solo ad esprimere i loro sentimenti, senza pose che fanno contente le nicchie né pretese di elevare la dignità dell’uomo con la propria arte. Martin Grech non è arrivato a destinazione, ma ancora errando va alla ricerca del suo vero pubblico. Fatevi trovare.

88. Broken Social Scene – You Forgot It in People

Il collettivo noto col nome Broken Social Scene nasce nel 1999 a Toronto, Ontario. Membri fondatori della band sono Kevin Drew (voce, chitarre, tastiere), Brendan Canning (basso, organo, drum-machine) e Justin Peroff (batteria), tutti con alle spalle importanti esperienze in altre band cittadine. Intorno a loro si muove un manipolo di talentuosi musicisti della scena locale, tra cui l’allora sconosciuta Leslie Feist, che contribuiscono a dar vita a quello che a tutti gli effetti può essere considerato un supergruppo. You Forgot It In People, pubblicato nell’ottobre 2002, rappresenta il loro episodio più significativo, nonchè l’autentico manifesto dell’indie rock canadese. Un lavoro che, tra trascinanti melodie pop rock, divagazioni orchestrali, elettronica alla Kid A ed attitudine lo-fi, riunisce le diverse esperienze artistiche dei numerosi partecipanti al progetto, riuscendo, qualità rarissima, a suonare al tempo stesso accessibile e sperimentale. Il punto di partenza per una scena che negli anni a venire si mostrerà estremamente ricca e vitale, grazie a formazioni di culto come Arcade Fire e Wolf Parade.

87. Explosions in the Sky – The Earth Is Not a Cold Dead Place

La cosa che non si poteva prevedere, all’uscita di The Earth Is Not a Cold Dead Place dei texani Explosions in the Sky, è quanto questo disco ha poi concretamente influenzato formazioni rock di diverse astrazioni, più a lungo e con più evidenza di quanto in passato fosse capitato ai gloriosi capostipiti Godspeed You Black Emperor! o agli stessi Do Make Say Think, entrambi figli di mamma Constellation. Il chitarrismo romantico, elegiaco, che gioca a piacimento con l’interruttore per alternare la fase di decollo a quella di atterraggio, l’abbiamo sentito ovunque, perfino nei Dredg e negli Editors, figuriamoci in quante altre realtà post rock e addirittura post metal (i primi che vengono in mente sono ISIS e Pelican). Certo, i crescendo dinamici restano quelli di cui i Mogwai e le band di Efrim mantengono la paternità, ma con questo lavoro gli Explosions in the Sky hanno lasciato ai posteri uno dei momenti più alti di tutto il post rock strumentale che dai primi anni Novanta in poi è maturato non solo in Scozia e Kanada, ma anche e soprattutto negli States. The Earth Is Not a Cold Dead Place è stato capace di dimostrare nel 2003 cosa si può ancora inventare con le chitarre, riuscendo a fomentare non solo gli animi di chi aveva seguito gli sviluppi del genere fino ad allora, ma anche di chi in quel periodo sognava i paesaggi innevati messi in musica dai Sigur Ròs. Impossibile chiedere di più ai texani – gli altri lavori non sono assolutamente paragonabili a questo in termini di intensità ed ingegno – e semmai grave tralasciarli quando si raccontano storie di progressioni di rock strumentale suonate oltre in dodicesimo tasto del manico della chitarra. 

86. Clouddead – Ten

Ultimo, fondamentale, capitolo della storia di una band che, nel corso di pochissimi anni di attività, è stata capace di divenire un autentico punto di riferimento all’interno della scena hip hop underground a stelle e strisce, di cui può esser considerata a tutti gli effetti la principale esponente. I rapper Why? e Doseone, infatti, partendo dalle geniali basi di Odd Nosdam, hanno saputo dar vita ad una commistione di generi unica e personalissima, in grado di lasciare a bocca aperta anche l’ascoltatore meno sprovveduto. Qualcuno ha definito il sound di questa formazione avant-hop e forse non a torto, vista l’attitudine avanguardista del trio di Oakland, per il quale l’hip hop ha sempre rappresentato un mero punto di partenza da cui partire per esplorare nuovi lidi e sonorità: incursioni ambient, filastrocche surreali, psichedelia, beat downtempo, post rock, sonorità lo-fi, melodie gustosamente pop… La musica dei cLOUDDEAD è tutto questo e molto di più. Brani come l’iniziale “Pop Song”, la psichedelica “Dead Dogs Two” o “Rhymer’s Only Room”, stramba filastrocca dall’incedere oscuro e ubriaco, possono essere considerati a tutti gli effetti manifesti di un nuovo genere musicale di difficilissima catalogazione, fondato sull’eclettismo più estremo. L’infinità dei riferimenti che si può rintracciare nella musica dei cLOUDDEAD, d’altra parte, non ne intacca in alcun modo l’originalità di fondo, tanta è la capacità del trio di amalgamare tra loro influssi e influenze tra loro assai diversi. Ten ha rappresentato una scossa profonda per un genere che in precedenza aveva peccato di eccessivo immobilismo, il punto di partenza per un nuovo linguaggio musicale che alcune etichette, Anticon su tutte, stanno tuttora cercando di portare avanti. Dopo questo disco, i tre membri dei cLOUDDEAD, a conferma del loro talento, hanno tutti saputo reinventarsi una apprezzabile carriera solista, ricca di soddisfazioni e collaborazioni di rilievo, in particolare Why?, che negli album realizzati dopo lo scioglimento della formazione ha di fatto portato a termine il cammino intrapreso alcuni anni prima, confermandosi la principale anima pop della band.

85. The Field – From Here We Go Sublime

Il capolavoro di Axel Willner su Kompakt del 2007 è uno di quei dischi che hanno fatto della sperimentazione il proprio credo, grazie ad un progetto musicale e poetico deciso, nordico. L’idea artistica di scomporre una realtà per poi ricomporla in un’alterità è una delle intuizioni base della musica contemporanea e l’applicazione elettronica di questo credo ha ormai una storia consolidata; ma è proprio su quest’asse di tradizione che il lavoro di The Field si innesta con perfezione glaciale, creando un dispositivo sonoro tanto freddo quanto magicamente caldo, in una fusione di groove e loop capace di colpire mente e corpo. Ogni traccia è una goccia in un progetto vasto di riscoperta del potere del sample, come in un elenco puntuale di eventi che si susseguono con parvenza di fluida libertà proprio nel momento di massimo controllo da parte dell’artista: estremo artificio, l’alfabeto sonoro si allinea per mano umana su dei binari di suono fortemente schematizzati e strutturati. L’intero LP si incanala su percorsi compositivi rigidi che riescono a dipingere scenari elettronici ai confini della techno e della house: il beat, freddo nella sua solitudine ricompositiva, si riscalda dentro una trama di curate sovrapposizioni e velature, mentre i loop e la ripetizione diventano assi strutturali di tracce mai statiche nonostante la natura ciclica dell”impianto compositivo. From Here We Go Sublime è una progressione spezzata ad arte; è un discorso fortemente innovativo che lascia una traccia nel mondo della musica elettronica; è un album senza testimoni: in fondo, una nuova relazione fra uomo, tecnologia e passione. 

84. Outkast – Speakerboxxx/The Love Below

Con questo doppio album gli Outkast spaziano su tutto il fronte dell’hip hop dei primi anni del nuovo secolo, spruzzandoci sopra influenze che vanno dal jazz al funk, al resto della tradizione della musica black e soul. Di fatto si tratta di due dischi solisti, uno più rivolto al southern hip hop (Speakerboxxx, di Big Boi), e l’altro più variegato al pop funk (The Love Below, di André 3000), che assieme confermano le soluzioni proposte nel precedente Stankonia (2000) aggiungendovi nuove dinamiche e fantasie melodiche, per un risultato finale che, a fronte degli oltre quindici milioni di copie vendute, è sin da subito riverito come opus magnum con cui un intero filone musicale dovrà confrontarsi negli anni a venire. Nella storia del rock alcuni doppi album sono rimasti nell’immaginario collettivo quali momenti topici di talune stagioni. Speakerboxxx/The Love Below, in buona sostanza, rientra in questa categoria, forse non solo per l’hip hop e la black music.

83. The New Pornographers – Twin Cinema

Se la summa delle componenti aveva (ri)lanciato le carriere o quantomeno acceso le attenzioni sui protagonisti con il viscerale Mass Romantic (2000), è al terzo tentativo che il combo di Vancouver trova la sua forma migliore, forte di una squadra che finalmente riesce a esprimersi su un territorio comune e condiviso, quello del pop elettrico dalle variazioni punk e acoustic, seppure già battuto e quindi meno d’impatto rispetto all’esordio. Twin Cinema è ancora puramente indie come produzione, ma la tavolozza di colori, tessuti e sfumature si è fatta molto più articolata, in parte figlia della lezione dei Flaming Lips di The Soft Bulletin, in parte perché la crescita contemporanea delle personalità coinvolte in causa porta a performance cariche di energia per canzoni scritte con ingegno e devozione. Strabordante e rara per un gruppo pop rock la prestazione del batterista Kurt Dahle, invero uno degli elementi più in evidenza in un pugno di brani che spaziano fra più approcci del pop. 

82. Kanye West – 808s & Heartbreak

Da difetto potenziale, l’utilizzo dell’autotune riesce a risaltare le sfumature delle melodie evitando anche l’effetto tamarroide o semplicemente usa e getta: rispetto alla produzione precedente, 808s è più elettronico, tecnologico, futuristico, o forse semplicemente una delle poche cose veramente attuali nel pop moderno. In un’annata come quella del 2008, davvero debole e deludente per il rock, un album come 808s è stata una delle poche vie d’uscita possibili, un modo di aprire una porta e allo stesso tempo protestare. Difficile citare solo un paio di pezzi, perché davvero tutti potevano essere dei singoli portentosi, non solo l’apripista “Love Lockdown” col suo tribalismo da camera, o il successivo “Heartless”, ballato in tutti i dance-club rispettabili del pianeta. C’è “Paranoid” (a tutto volume, rigorosamente), un altro brano enorme che risveglia lo spirito autentico del vecchio Stevie Wonder (quello di “Higher Ground”, per esempio), o “Welcome to Heartbreak”, che con quel middle 8 “I seen it, I seen it before” e il suo ritmo riporta alla mente un vecchio pezzo di Coolio per la colonna sonora di un film con Michelle Pfeiffer di ormai tanti anni fa. West ha fatto un percorso più simile a quello di Obama, if you get what I mean, tanto che le etichette rap non lo volevano scritturare perché non rappresentava e non parlava dei canonici cliché hip hop che andavano e vanno per la maggiore. Come dire che un grande gruppo punk non lo metti sotto contratto perché non ha il taglio e il trucco emo. Se è vero che Burial corre il rischio di restare legato ad una scena che è vivissima ora ma che non lo sarà per sempre, Kanye va oltre i generi e le scene, è un personaggio e un musicista trasversale. Entrambi ad ogni modo riescono ad unire musica bianca a musica nera, in modo diverso. 

81. Franz Ferdinand – Franz Ferdinand

I Franz Ferdinand, con le undici canzoni del loro omonimo debutto, hanno scatenato un putiferio, creando un vero e proprio fenomeno. Come è accaduto anche ai Muse, pur trattandosi di musica che almeno inizialmente aveva intenti completamente differenti, questi ragazzi di Glasgow hanno conquistato sia le classifiche sia il favore dei giovani alternativi (esaltati e forse eccessivamente giubilanti), e di conseguenza sono stati distrutti da un esercito di detrattori schifati. Non avrebbe potuto essere altrimenti, per un gruppo che esordiva con una canzone come “Darts of Pleasure”, primo singolo, lasciando l’apertura del disco d’esordio a “Jacqueline” e diffondendo il verbo con il video retrò di “Take Me Out”, che si faceva notare per l’immaginario ispirato alle avanguardie artistiche russe della prima metà del ‘900. Canzoni semplici ed efficaci, appunto, a volte per certi versi anche abbastanza ingenue. Eppure il tempo, alla fine, potrebbe aver dato loro ragione. I Franz Ferdinand hanno riportato in voga non tanto alcuni stilemi new wave, ma soprattutto uno spirito rock’n’roll spensierato che rischiava di andare irrimediabilmente perso o di restare confinato in schemi ormai vecchi dentro. Appunto per questo dovremmo ringraziarli, anche se è evidente il fatto che fin troppi gruppetti abbiano poi finito per marciarci sopra, portando al limite la pazienza del pubblico meno interessato a questo approccio e, di conseguenza, danneggiando anche chi il proprio mestiere sapeva farlo. 

80. King Midas Sound – Waiting for You

King Midas Sound è un progetto della Hyperdub firmato Roger Robinson e Kevin Martin. Per Waiting For You, i due si sono avvalsi del contributo della cantante e illustratrice Kiki Hitomi (suo infatti l’efficace artwork), giapponese di base a Londra. Senza girarci troppo attorno, visto che ha già fatto abbondantemente discutere i più attenti alla scena, si tratta di un disco sì immerso nel contesto dubstep e certamente parte del filone, ma che si muove di qua e di là del suo confine per abbracciare di volta in volta sensazioni differenti eppure ben amalgamate fra loro. Ergo dentro lo schema e al contempo estraneo ad esso, Waiting For You rilascia fumi di urban soul mentre scorre lungo la trasversale diretta al termine della notte: è dub hop metropolitano, che si avvicina al concetto di esperanto e meltin pot musicale di Dusk & Blackdown. D’altronde si respira Oriente grazie alla Hitomi, ma anche Giamaica, Africa, e certamente la stessa Londra. Nella pratica, è ciò che il Del Naja attuale può solo sognare di ottenere. La partenza con “Cool Out” è vera e propria dichiarazione d’intenti: “bass super heavy and the lyrics well clever”, incedere ipnotico, versi che odorano di strada e musica nera. Avanti con la titletrack e “One Ting”, senza strattoni; melodie vocali efficaci tanto quanto il tappeto sonoro su cui poggiano e dal quale spesso si alza un’avvolgente nebbia di rumore. Ottima “Earth a Kill Ya”, pezzo di denuncia nei confronti dello spregiudicato sfruttamento ambientale e del malato rapporto uomo-natura (“The end is coming but you don’t see the signs”), con ritmo tribaleggiante e slang quasi altrettanto esotico. Si prosegue come da copione con “Darlin’” e “Meltdown”, quest’ultima già apparsa nella compilation celebrativa dei cinque anni di vita dell’etichetta londinese: perfetta la sintesi tra strutture pop con regolare alternanza strofa-ritornello, e un groove tale da non far rimpiangere la mancanza di adrenalina. “I Man” rimarca le radici dub del combo mentre “Goodbye Girl”, tra gli apici dell’album, ammicca al migliore trip-hop, così come “Lost”, il pezzo immediatamente successivo. Non tradisce il finale, segnato dai poco incoraggianti scenari di “Outta Space” e “Miles and Miles”. Non resta che attendere il buio, accendere una candela e inforcare le cuffie. 

79. Daft Punk – Discovery

Basterebbe pronunciare il titolo della prima traccia, “One More Time”, per far capire a tutti di che disco stiamo parlando; per rendere chiaro ed evidente la larghezza planetaria di un successo nato in Francia; per sintetizzare chi sono i Daft Punk. Il duo francese spinge e investe se stesso in questo disco che ha segnato, più o meno consapevolmente, parte della storia musicale; ma attenzione, perché parliamo di un lavoro fine, di quelli che non assurgono alle cronache di prima pagina, perché nascono leggenda e, quindi, già sulla bocca di tutti, ancor prima dei tempi di ricezione istituzionale. Le note dei Daft Punk girano per il mondo e lo vincono, “Harder, better, faster, stronger “, sempre di più, incalzandolo dal dietro di quelle grosse maschere robotiche che parte hanno avuto nella costruzione di un mito e di un immaginario sonoro dell’inizio 2000. I due “Superheroes” si divertono con i campionamenti, con le progressioni, con i break, con un’energia dinamica e inarrestabile, sempre in avanti, “Face to Face”, ma mai “Too Long”. Canzoni come “Digital Love” sono dei veri e propri classici contemporanei, dove il gusto pop e mainstream sposa uno spirito e un progetto veramente originale, anche se derivativo, abilissimo nel formulare una grammatica elettronica da non dimenticare mai, perché i veri sentimenti, nella musica electro, raramente hanno trovato manifestazioni digitali così sinteticamente perfette. 

78. Songs: Ohia – The Magnolia Electric Co.

The Magnolia Electric Co. è uno degli album più profondi e poetici in cui ci si possa imbattere durante il proprio percorso alla (ri)scoperta delle radici del suono più classic rock americano. Resta obbligatorio il passaggio per queste che furono le ultime canzoni del progetto Songs: Ohia, e il manifesto di quello che sarebbero poi stati i Magnolia Electric Co. nel lustro successivo. Anzi, si può davvero dire che sono anche la summa della poetica di Jason Molina, con tutti gli ingredienti quali l’alcol, il folk, l’essenzialità della registrazione di Steve Albini, il viaggio dell’America lungo la Route 66, la spiritualità tetra e i dubbi esistenziali che non lo hanno mai lasciato un attimo in pace. Un album per chi ha venerato la trilogia dark di Neil Young, i Grateful Dead più introspettivi e alla cui ricerca oggi possono tener testa forse solo i Wilco. 

77. Eels – Blinking Lights and Other Revelations

Il disco che, dopo un paio di episodi gradevoli ma tutto sommato minori, segna il ritorno ad altissimi livelli di Mister E, al secolo Mark Oliver Everett. Un doppio che per molti aspetti può esser considerato la summa di tutto quanto pubblicato da questo cantautore (di culto) fino ad oggi. Trentatrè tracce, per circa un’ora e mezza di musica che il Nostro – per sua stessa ammissione – ha iniziato a comporre già nel lontano 1997, nelle pause tra la registrazione di un disco e un tour promozionale in giro per il mondo. Il tema portante, che ricorre più volte all’interno di questo lavoro, è quello delle luci intermittenti, tipiche degli addobbi natalizi. Le blinking lights, infatti, per Everett rappresentano alla perfezione la precarietà della condizione umana, con la vita di ognuno di noi che appare segnata da fugaci momenti di luce, e in cui tutto intorno sembra finalmente assumere un significato, salvo ritrovarsi subito dopo di nuovo avvolti dall’oscurità. In questo album sono rinvenibili tutti i tratti caratteristici da sempre alla base della proposta di Mister E: cristallini fraseggi di chitarra acustica, digressioni pianistiche, ampio utilizzo di archi e fiati, la fallace allegria di tastiere vintage e campanellini assortiti. A livello di songwriting, invece, Everett riesce a mettere una volta di più a nudo la propria anima, mostrando a tutti le proprie psicosi, debolezze e fragilità. D’altra parte, stiamo parlando di un uomo sulla cui famiglia sembra gravare una sorta di terribile maledizione. Padre stroncato da un infarto quando il figlio era ancora adolescente, madre morta nel 1998 dopo una lunga malattia, sorella il cui suicidio è già stato al centro del capolavoro Electro-Shock Blues… Persino una cugina rimasta uccisa sull’aereo che si è abbattuto sul Pentagono l’11 settembre. Abbastanza da uscirne a pezzi.

76. Parts & Labor – Mapmaker

Il primo approccio con Mapmaker, per la maggior parte degli ascoltatori, potrebbe essere quanto di più ingannevole e fuorviante possibile. In realtà, sotto quelle che sembrano banali linee vocali degne di un qualsiasi gruppetto che debutta ad una festa del proprio liceo con il suo punk adolescenziale, si nascondono nobili giganti degli anni ’80, come Michael Stipe e Morrissey. Se non ci vi riesce facile crederci, provate a spogliare certe canzoni dei loro coloratissimi e chiassosi vestiti, e vi sembrerà molto più evidente. Superate le facili apparenze, Mapmaker si svela quindi in tutta la sua energia, erede di Hüsker Dü e Minutemen, e in tutta la gamma cromatica degli 80s. I Parts & Labor scrivono melodie memorabili rette dalla frenesia del batterista, suonano noise con i sintetizzatori, fanno esperimenti senza diventare strambi ad ogni costo, danno uno sguardo nostalgico ad un periodo più e più volte ripreso, ricordando che non esistevano soltanto la new wave ed il synth pop, ma non restano affatto prigionieri del passato e anzi, nella loro proposta non c’è nulla che sappia veramente di vecchio o superato. Quante “Unexplosions” abbiamo avuto in questi dieci anni? Quante “Fractured Skies”? Quante “Long Way Down” e quante “Knives and Pencils”? Edito dalla Jagjaguwar, etichetta americana sempre attiva e ormai affermatissima nel panorama indie, Mapmaker supera qualunque possibile sfumatura per riportare alle orecchie un’essenza rock genuina, in un decennio in cui l’hanno fatta da padrone ibridi e contaminazioni, pur essendo esso stesso un ibrido. 

75. LCD Soundsystem – LCD Soundsystem

La DFA Records è diventata simbolo della New York ballereccia del decennio. I vari Rapture, Juan Maclean, Hercules and Love Affair e Hot Chip sono soltanto alcuni dei nomi pubblicati e sponsorizzati dall’etichetta, ma la svolta è avvenuta con l’apparizione degli LCD Soundsystem, il progetto di uno dei cofondatori dell’etichetta stessa, James Murphy. Non è una follia immaginarselo come un novello Lutero che, stampato il testo di “Losing My Edge” su un bell’A4, va ad attaccarlo sulle porte dei club rock più importanti di New York City, a mo’ di manifesto. In seguito ripubblicato in versione espansa affinché contenesse anche quel singolo e il resto del materiale precedente , l’omonimo album d’esordio dava ampiamente sfogo alla voglia di suonare music rock tenendo presente la disco, il krautrock, la new wave e il post punk, consacrando in maniera definitiva questa tendenza tipica del primo decennio dei Duemila. Se non fosse stato per il suo essere un collage di idee degne di maggiore approfondimento (seppur nobilitate da un’urgenza espressiva sempre più rara da trovare in giro) e non fosse dunque uscito Sound of Silver, il disco fondamentale degli LCD Soundsystem sarebbe rimasto questo. Ma “Too Much Love” e “On Repeat” si proponevano già come la base di partenza scelta per la prossima mossa. Dance-punk, dite? Oh, ancora non avete ascoltato nulla. 

74. Tv on the Radio – Return to Cookie Mountain

Tunde Adebimpe, David Sitek, Kyp Malone, Jaleel Bunton, Gerard Smith. Eccetto Sitek, tutti musicisti di colore, e la loro musica è in gran percentuale bianca. Una band così composta andava ad inserirsi in una scena in cui per anni e anni son sempre stati i bianchi a farla da padrone, suscitando reazioni di curiosità da parte del pubblico e di sorpresa da parte loro, che si meravigliavano di come la gente fosse riuscita a dimenticare dove il rock affondasse le proprie radici. Si trattava dei TV on the Radio: protetti da David Bowie e Trent Reznor, allergici al rock basato sul mito dell’assolo, amici dei colleghi/rivali Liars, creatori di una miscela di noise, industrial, shoegaze, funk, indie e pop che può vantarsi di non avere imitatori. Per quanto il loro primo vero e proprio album (Desperate Youth, Blood Thirsty Babes) potesse essere elogiato per la presenza di grandi pezzi, è con Return to Cookie Mountain che hanno raggiunto il vero punto di equilibrio. Avere a disposizione una sezione ritmica dal volto umano, in questo disco, ha consentito ai TV on the Radio di trovare la propria dimensione in forme più dinamiche, appropriate e consistenti, senza le quali non sarebbero stati concepibili quelli che sono i pezzi portanti dell’album, come “Hours”, “Playhouses”, “Wolf Like Me” o “Blues From Down Here”. Nonostante non suonassero musica immediata e di facile assorbimento, i TV on the Radio sono riusciti a ritagliarsi molto in fretta uno spazio importante nella scena musicale dei loro anni, raggiungendo svariate tipologie di ascoltatore esattamente come speravano di riuscire a fare. 

73. Arctic Monkeys – Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not

Sono già delle celebrità quando debuttano con Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not, uno dei casi discografici più significativi dell’era Internet, visto che grazie al passaparola le sue 13 canzoni erano patrimonio popolare ben prima della pubblicazione da parte della Domino, sempre attenta nella ricerca del meglio dell’underground britannico. Impossibile stare fermi quando “When the Sun Goes Down” decide di farti ballare, spettacolare il riff in duetto di chitarre di “The View from the Afternoon”, che non può non ricordare i Television, incredibile la qualità delle b side sparse in singoli ed EP del periodo. C’è anche quella “I Bet You Look Good on the Dancefloor” – indiscutibilmente uno dei singoli del decennio – che sfida sul loro stesso campo gli Strokes, con la differenza che gli Arctic Monkeys hanno più irruenza, sono più dinamici, divertenti, vivi. E la sensazione, anche alla luce di quanto c’è stato dopo, è che abbiano ancora qualche carta da poggiare sul panno verde, mentre forse gli Strokes e gli stessi compagni di etichetta Franz Ferdinand se le sono giocate già tutte. Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not è un capolavoro popolare, raggiunge il record di vendite in una settimana che resisteva dal 1994 con Definitely Maybe degli Oasis, di cui giusto alla lontananza ricorda l’ingenuità di brani come “Digsy’s Dinner” o “Bring It On Down”. Ma Alex Turner è un personaggio dall’immaginario pop ben più ricco di quello dei fratelli Gallagher, e fra citazioni di Shakespeare, Duran Duran, Police, poeti emergenti dello Yorkshire, riferimenti musicali agli Smiths, ai Pulp che come loro sono di Sheffield, e inevitabilmente a tutta la scena mod, le Scimmie Artiche riescono davvero a stupire per la loro precocità, oltre che per la perizia tecnica delle performance di Matt Helders e per la qualità complessiva del songwriting. Forse il miglior gruppo rock inglese del decennio, sono gli Arctic Monkeys. 

72. The Flaming Lips – Yoshimi Battles the Pink Robots

Yoshimi Battles the Pink Robots è in breve tempo diventato simbolo del nuovo corso della band di Wayne Coyne, iniziato con quel The Soft Bulletin che solo tre anni prima aveva raccolto tanto consenso da essere istantaneamente elevato a capolavoro nel suo settore. Yoshimi è un’opera più velocemente assimilabile ma anche pericolosamente fraintendibile e depistante: non è un concept, non è completamente rappresentativo della carriera dei Flaming Lips – che non esistevano soltanto da Zaireeka come molti credono ancora – non è un disco allegro e spensierato come potrebbe sembrare agli ascoltatori più superficiali, confusi da tutti quei colori e dall’immaginario un po’ infantile e giocoso che si porta dietro. Ascoltando canzoni come “One More Robot” o “In the Morning of the Magicians” viene addirittura da pensare che potrebbero averle scritte i ben più celebrati Radiohead, se solo avessero avuto un approccio più colorato e folle nell’esplicitare la loro arte. Con The Soft Bulletin i Flaming Lips avevano dimostrato di essere in grado di fondere la magniloquenza del rock anni ’70 con lo spirito indie che stava prepotentemente salendo alla ribalta, con Yoshimi invece era arrivato il momento di trasformare delle canzoni giocattolo in grandi, emotivamente sentitissime pop songs. Do you realize? A dispetto dell’eccentricità esteriore, le melodie di Coyne – un personaggio quantomeno bislacco e imprevedibile, anche nei rapporti con i suoi colleghi – sono tutte semplici e profonde, assolutamente naturali. I Flaming Lips non hanno mai avuto bisogno di grandi sforzi per essere tanto stravaganti quanto concreti; lo avevano dimostrato fino a Yoshimi e lo hanno dimostrato anche dopo, con At War with the Mystics (2006) e soprattutto Embryonic (2009). Mr Coyne, are you a hypnotist? 

71. The Microphones – The Glow Pt. 2

Qui si è di fronte ad uno dei manifesti programmatici della filosofia indie alternative degli anni Duemila, uno splendido incantesimo sospeso fra folk sbilenco, digressioni rumoristiche e studiati atteggiamenti svogliati. The Glow Pt.2 non smetterà mai di colpire per la fragilità delle strutture su cui si basano le sue venti tracce. La ricetta è semplice quanto efficace, non serve altro che liberare le immense intuizioni melodiche di cui Elvrum è (stato) capace e sporcarle con criptici quanto fascinosi esperimenti sonori; il risultato è un disco romantico, intimo, vero e molto intelligente. Una miscela ineguagliabile. Già ci aveva provato Elvrum nel 2000, con It Was Hot, We Stayed In The Water, a sfruttare i sopradescritti canoni compositivi, riuscendoci con discreto profitto ma senza mai nemmeno avvicinarsi agli standard di quello che è unanimemente considerato il suo capolavoro. The glow pt. 2 rappresenta uno dei più riusciti lavori ispirati ai principi dell’indie snob; questo è negli anni però degenerato, implodendo e perdendo ogni credibilità. Il finto disimpegno, l’arrogante sottovalutazione della forma in favore di mezzi quasi dadaisti e bohemien, sono elementi che hanno bisogno del sostegno di una sensibilità musicale e di un gusto rari. È sicuramente a questo che si deve l’eterna giovinezza di questo capolavoro. 

70. Gravenhurst – The Western Lands

Il capolavoro di Nick Talbot è un disco pieno di varianti intorno ai sentimenti complicati di un personaggio troppo introverso per il fronte del palco. Stile per stile, ricordo per ricordo, tante piccole gemme indie rock si susseguono in questa collezione di prove d’autore che a fronte della tragedia è divenuta materia di approfondimento per i tanti (in realtà relativamente pochi) che hanno voluto conoscere meglio la storia del protagonista, un po’ come è accaduto per troppi artisti riscoperti dalla critica e dal pubblico solo dopo una morte prematura. A prescindere dal tempismo, pezzi come “Trust”, “She Dances” o “Farewell, Farewell” non si compongono e non si suonano per caso in quel modo. Se ne è accorta perfino la Warp che prima di album come questo pubblicava solo ben altra roba.

69. The Notwist – Neon Golden

La perfezione formale dei suoni, la brillantezza compositiva, la capacità evocativa dei testi, tutto congiura a spingere verso l’ipotesi che questo sia veramente uno dei dischi migliori rock usciti al di fuori del mondo anglosassone in questo primo decennio dei Duemila. Prova decisiva ne è il fatto che per molte delle sue sonorità, Neon Golden può essere definito come rappresentante di uno degli stili più caratteristici sul mercato del nuovo millennio: la cosiddetta folktronica. Se fino a qualche anno prima l’elettronica era limitata nello spettro emotivo dalla sua meccanicità e freddezza che la rendevano o adatta ad esprimere sentimenti di alienazione, o capace di far danzare grazie sfruttando l’effetto ripetitività, grazie al progresso tecnologico è divenuto possibile ottenere suoni digitali sempre più delicati e perfetti, che si integrano magistralmente con la strumentazione classica. I Notwist possono dunque giocare con l’elettronica ed fornire un sound caldo, intimo, sfumato, capace di esprimere immagini vissute negli occhi dell’artista e dell’ascoltatore. In “This Room” l’atmosfera è sospesa su un’impalcatura sonora apparentemente fredda che riesce però a trasferire nell’ascoltatore l’umore dello studio dove è stata immortalata quella musica, rendendolo in qualche modo partecipe. Come se non bastasse la canzone prende fieramente il volo nel finale, in un’esplosione di fiati che pare sospendere l’atmosfera entro una stasi infinita: idealmente un brano così non dovrebbe concludersi mai. E la magia si ripete più volte, da “Trashing Days” a “One Step Inside Doesn’t Mean You Understand”, tutta roba per palati raffinati. La malinconia penetra anche nei ritornelli più pop creando un corto cicuito creativo straordinario. L’unico brano che sembra discostarsi dagli altri per poggiare solo su di un scarna impalcatura folk è la titletrack “Neon Golden”. Qui si ha la dimostrazione che i Notwist fossero davvero in vena durante la registrazione di questo album, perchè anche nella loro versione più minimale mostrano grande efficacia nel trasmettere emozioni con eleganti sfumature di suono. Gran bel gioiello questo, merita di essere ricordato anche nel prossimo decennio. 

68. Dirty Projectors – Bitte Orca

“But I will look wherever I’m told, Bitte orca, orca bitte”. Dave Longstreth voleva che apparisse proprio così il quinto album in studio della sua creatura Dirty Projectors. Sì perché per dare alla luce Bitte Orca, Longstreth ha proprio guardato ovunque. Una vera e propria Babele indie rock costruita su fondamenta art pop messe a dura prova dagli innesti garage rock, elettropop, chamber pop, folk rock e chi più ne ha più ne metta. Non si sta parlando di un guazzabuglio confusionario. Il pregio di Bitte Orca risiede proprio nel equilibrio perfetto di quest’amalgama fatto di sovrapposizioni di stili che distrattamente possono risultare anche dissonanti e risolti spesso dall’uso dei cori di Amber Coffman come vero e proprio strumento musicale oppure dalla sagacia chitarristica dello stesso Longstreth. 

67. At the Drive-In – Relationship of Command

Nel bel mezzo della sfuriata nu-metal che imperversa all’epoca, esce l’ultimo capitolo della band texana. Intento a raccogliere le ceneri del post hardcore di scuola Fugazi per tentarne una resurrezione, Relationship of Command fornisce una miscela esplosiva di riff taglienti e stacchi armonici, urla disperate e spoken word di versi oscuri che spaziano dall’anatema di protesta politica alla denuncia di crimini sociali perpetrati contro le minoranze rimasti insoluti. Relationship of Command arriva nei negozi dopo In Casino/Out, già buon lavoro ma sicuramente acerbo in molte delle sue parti. Con il colpo finale invece arriva la consacrazione definitiva, tanto che la band si guadagna anche un posticino al sole nelle classifiche di vendita, oltre che nelle parole dei critici. Merito sicuramente anche delle mano sapienti di Andy Wallace al mixer e della produzione astuta di Ross Robinson (meglio noto per essere stato il primo produttore dei Korn). Notori sono i concerti della band, carichi di pathos ed alta tensione, e non è un mistero che almeno nei loro intenti, Relationship doveva in qualche modo catturare l’energia delle loro esibizioni dal vivo. Il resto l’hanno fatto il cantato fuori dalle regole di Cedric Bixler-Zavala (ai tempi non era ancora divenuto cartone animato, ma anzi poteva giustamente essere considerato l’erede di Zack De La Rocha) e alle chitarre a volte corpose, a volte taglienti di Jim Ward e Omar Rodriguez-Lopez (prima che quest’ultimo venisse preso dal delirio progressivo). Meglio di così non potevano proprio fare gli At the Drive-In, e questo ultimo episodio della saga spezza definitivamente il sottile equilibrio di una band appena arrivata al successo mondiale e già destinata a scindersi in strade diverse. 

66. Portishead – Third

Quando si è sparsa la voce dell’uscita di un nuovo lavoro a nome Portishead – dopo oltre dieci anni di silenzio – nessuno ci ha realmente creduto. Non solo perché una pausa così lunga, dopo soli due dischi, non è da tutti, ma soprattutto perché il gruppo di Bristol era tra i principali fautori di un genere ormai del tutto morto e sepolto. Nel 2008 i Portishead decidono di correre il rischio di riprovarci, tornando con lo stesso nome e con le stesse intenzioni. La buona notizia è che ne è valsa la pena perché Third si rivelerà essere uno dei ritorni più sbalorditivi di quell’anno. Non avrebbe avuto alcun senso riproporre una stanca rivisitazione di loro stessi ai tempi d’oro del trip hop, Third svela invece una rielaborazione totale del sound Portishead. Atmosfere drammatiche, angoscianti, assolutamente notturne, si alternano a momenti gelidi e asettici, industriali. Il lavoro non solo mette in evidenza una coraggiosa ispirazione e una grande aria di cambiamento che nemmeno si sperava di respirare, ma anche una cura del dettaglio distinguibile solo in un secondo momento. Alcuni suoni infatti sembrano essere quasi ruvidi o sporchi, eppure sempre al posto giusto. La stessa scelta nell’ordine delle tracce è ingannevole, basta inserire “Deep Water” tra due macigni di tensione come “We Carry on” e “Machine Guns” e la sorpresa è servita. Dopo tutti questi anni un ennesimo episodio che sta a dimostrare tutta la classe del trio inglese. 

65. …And You Will Know Us by the Trail of Dead – Source Tags and Codes

Source Tags and Codes è l’album con cui la band di Austin (Texas) esce dall’anonimato per raccogliere applausi oltre il fanbase più affezionato che li aveva incitati fino a quel momento. Anche se di mezzo c’è la major Interscope (succursale della Universal), i Trail of Dead non si lasciano andare a mosse ruffiane volte a strizzare l’occhio alle radio e alle riviste di settore. L’intesa tra i membri del gruppo rasenta la perfezione, mentre le intenzioni artistiche risultano ancor più chiare rispetto al precedente Madonna, già estremamente interessante, ma ancora acerbo dal punto di vista formale. Conrad Keely (chitarra e voce) e Jason Reece (batteria e voce), le due vere anime della band, si muovono in agilità fra melodie pop di ottima fattura ed urgenza hardcore, scambiandosi gli strumenti con indifferente profitto. E tra le referenze sonore che richiamano band come Fugazi, Sonic Youth e Mogwai, prendono campo (per ora abbastanza timidamente, si dovrà aspettare Worlds Apart) strumenti classici come il pianoforte, il violino, la viola, addirittura arrangiamenti di archi (diretti da Conrad) e strumenti a fiato. Ed è con questi ingredienti che nascono canzoni come “It Was There That I Saw You”, “Relative Ways”, o “How Near How Far”, tutte da annoverare tra le più belle canzoni rock del decennio, eccome. Source Tags and Codes è il compimento del percorso dei primi Trail of Dead, forse il loro disco più riuscito, perché ancora molto spontaneo e allo stesso tempo ricercato. Il successivo Worlds Apart (altro indiscutibile capolavoro) va oltre, perfeziona ancora di più il loro stile, mentre Source Tags and Codes rappresenta la vera identità di questo fantastico combo texano molto meglio di tutte le produzione successive, nelle quali la band di Austin – senza aver perso il buon gusto e la capacità di mettere in piedi buone canzoni pop – non possiede più quell’ingenuità che li ha resi capaci di mettere al mondo due degli album più significativi del rock alternativo americano del decennio. 

64. Mastodon – Blood Mountain

Terzo album in studio per i Mastodon, ancora prodotto dal saggio Matt Bayles e come sempre ricco di ospitate eccellenti (Scott Kelly, Josh Homme, Cedric Bixler-Zavala): Blood Mountain rappresenta forse l’epitome della carriera dei Mastodon. Tutti gli elementi della loro crescita musicale sono presenti e dosati alla perfezione: sludge, hardcore, heavy metal classico e progressive, un immaginario fantastico e allucinato, epicità e violenza in egual misura. Una flusso di canzoni inarrestabile, che porta il metal dei Duemila a nuove altezze. Per alcune riviste del settore, è l’album metal del decennio. Rispetto al precedente Leviathan è tutto più curato e dosato, dalle stranezze ritmiche alle clean vocals in primo piano, dalle strutture complesse di pezzi come “Pendulous Skin” alle cavalcate metalliche di “Crystal Skull” e “The Wolf Is Loose”. A fronte di una raggiunta maturità, Blood Mountain manca forse dell’istintività e dell’irruenza di Leviathan, ma è comunque un disco tra i migliori della sua scena, impossibile da ignorare se si ama la nuova ondata di metallo ibridato hardcore. 

63. Arcade Fire – Neon Bible

Difficile ripetersi dopo un esordio del calibro di Funeral, classico istantaneo dei suoi anni, se non amato quantomeno apprezzato da tutti salvo pietre e rampicanti. Neon Bible, sebbene privo di pari urgenza espressiva e accolto da consensi meno trasversali e categorici, centra il bersaglio, non delude e addirittura sorpassa il predecessore in quanto a padronanza dei mezzi espressivi. Annovera tra le sue fila pezzi di varia natura, ciascuno in grado di insidiare per qualità gli artisti che di volta in volta possono essere richiamati alla mente dell’ascoltatore. Dalla briosa “Keep the Car Running”, alla delicatissima title-track, passando per tracce quali “Intervention”, “Ocean of Noise” e “Antichrist Television Blues”, ognuna a suo modo segnata da picchi di intensità emotiva e non solo. Gli Arcade Fire si muovono con invidiabile agio tra pop, rock e folk indifferentemente, fondendo riconoscenza al passato e ricerca di un risultato originale. Arrangiamenti ricchi ma equilibrati, melodie fresche, efficaci che marchiano a fuoco cuore e orecchie. Anche l’occhio vuole la sua parte e Neon Bible non lo delude: curatissimi booklet e artwork in toto. Conferma ai massimi livelli per i ragazzi canadesi capitanati dalla coppia Win Butler-Régine Chassagne, dai quali è doveroso attendersi ulteriori capolavori ma che già con quanto fatto sono destinati a segnare indelebilmente i 2000. 

62. Queens of the Stone Age – Songs for the Deaf

Una corsa a velocità folle su una cadillac cabriolet (magari rossa) lungo una highway nel mezzo del deserto californiano, con un bel paio di occhiali da sole e i capelli rigorosamente al vento. No, non è una descrizione fatta in un racconto di Kerouac, ma la prima immagine che ci viene in mente dopo aver ascoltato dall’inizio alla fine questa epopea rock dei nostri tempi (immagine che ci viene confermata dallo stesso Homme nel maliziosissimo video ufficiale di “Go With the Flow”). Un quasi-concept album fatto di canzoni micidiali, che usa come trait d’union la voce di vari DJ che introducono i pezzi in successione, come a simulare una vera trasmissione radiofonica. Very rock ‘n‘ roll. Per il terzo lavoro in studio l’enfant prodige e fondatore dello stoner accoglie la richiesta dell’amico Dave Grohl che già per Rated R voleva sedersi dietro le pelli. La line up comprende anche le voci dei già rodati Nick Olivieri e dell’ex albero urlante Mark Lanegan. Sembra tutto troppo bello per essere vero, e infatti così è. Quello che ne esce è un disco che è il degno successore del già osannato Rated R, che vede raffinarsi ancora di più le già eccellenti doti di compositore di Homme, accompagnato dal fido (fino a quel momento, poi litigheranno) Olivieri. L’ombra dei Kyuss è sempre più distante. La scelta di scambiarsi così spesso il microfono contribuisce a diversificare le atmosfere del disco, dalle sfuriate quasi hard-core di “Six Shooter” fino al neo-folk di “Mosquito Song”, passando per potenziali hit radiofoniche quali “No One Knows” e “First It Giveth”. La sezione ritmica è solida e propositiva (storico l’intro di “A Song for the Dead”), grazie anche all’esperta mano di Grohl, mai così in forma dai tempi di In Utero, che fa splendidamente il paio con il basso di Olivieri. Insomma, se gli ingredienti per avere uno dei dischi rock del decennio c’erano tutti, così poi è stato. Ciò che è venuto dopo non si è neanche lontanamente avvicinato, purtroppo, ai fasti conosciuti con le prime uscite firmate Queens of the Stone Age. 

61. Patrick Wolf – Wind in the Wires

Le intuizioni presenti su Lycanthropy, primo disco pubblicato da Patrick Wolf, hanno trovato forma compiuta nel successivo album capolavoro, Wind in the Wires, a tutti gli effetti uno dei più significativi di questo decennio. Album caratterizzato da una produzione asciutta e essenziale, in cui il Nostro conferma un’innata capacità di fondere tra loro sonorità diversissime, armonizzando con gusto e giusta misura beat elettronici e una vastissima strumentazione classica. D’altra parte, stiamo parlando di un ragazzo in grado di suonare praticamente qualsiasi cosa: dalla chitarra acustica al pianoforte, dal violino al violoncello, passando per percussioni assortite, tastiere e chissà cos’altro. La sua ricetta, d’altronde, è in apparenza assai semplice: synth-pop di matrice anni ’80 arricchito da abbondanti parentesi acustiche, strabordanti di intuizioni, in cui si sprecano aperture al folk più tradizionale (irlandese, ma non solo) ed alla musica da camera (ampio utilizzo di sezioni d’archi), il tutto accompagnato da una voce potente ed espressiva, che rimanda da vicino a quella di mostri sacri del recente passato come David Bowie e soprattutto Marc Almond. Nel frattempo, con la progressiva presa di coscienza dei propri mezzi, Wolf decideva di mettere da parte ogni residuo pudore e mostrarsi alla gente per ciò che era realmente, con il ragazzino dall’aspetto timido del primo disco che, tra vestiti al limite del kitsch e capigliature dai colori improponibili, lasciava progressivamente spazio ad un artista dalla personalità magnetica e dagli atteggiamenti ambigui, che avrebbe tutto per divenire un idolo delle folle. 

60. The xx – XX

Gli xx sono quattro ragazzi, appena ventenni, ennesimo prodotto notevole della Elliott School di Putney, Londra, che ha già trovato spazio sui rotocalchi del settore musicale per aver ospitato gli studi di gente come Burial e Four Tet. L’omonimo XX è il loro debutto. I nomi di band e album – per non parlare della copertina – ispirano poca fiducia, ma raramente come in questo caso, l’apparenza inganna. Fin dall’“Intro” ci si rende conto di trovarsi di fronte a un lavoro ricco di personalità. Suoni di chitarra carichi di riverbero, basso spesso in primo piano e ritmi dettati dalla drum machine creano un’atmosfera di cui non crederesti capace una band al suo esordio; il merito è anche dell’autoproduzione affidata a Jamie Smith (synth e tastiere) che, sebbene spartana, si adatta perfettamente all’umore intimo delle composizioni del gruppo. Romy Madley Croft (chitarra) e Oliver Sim (basso) intercciano le loro voci dando vita ad un pop soffuso e caldamente sensuale, raccolto in un canzoniere che tratta principalmente di amore e sesso attraverso le liriche quasi mormorate dai due. Una volta presa confidenza con l’albo risulta arduo scegliere una singola canzone da citare, perché il livello compositivo (alto, con un gusto per le melodie che va dal buono all’ottimo), come il mood, si mantiene omogeneo per l’intera durata. 

59. Kanye West – Late Registration

Mettiamola così: se volete introdurre qualche amico alla black music, regalategli Late Registration. Il secondo lavoro di Kanye West non è solo un lavoro perfetto (grazie a Jon Brion il suono è svecchiato, quasi di un’altra era rispetto a The College Dropout dell’anno prima), ma è anche quanto di più bello si possa desiderare dall’hip hop. Gil Scott Heron, Ray Charles, Otis Redding, Bill Withers, Shirley Bassey sono solo alcuni dei mostri sacri presenti nei samples. Late Registration è divertente, politico, spirituale, elegante, commovente. Che si tratti della hit “Touch The Sky” o degli archi di “Gone”, delle dediche alla madre e alla nonna rispettivamente in “Hey Mama” e “Roses”, della strofa di Common in “My Way Home” o di quella di Jay-Z in “Diamonds From Sierra Leone”: i motivi per esaltare questo LP sono infiniti. Potremmo chiamarlo “disco della vita”, se solo Kanye West non ne avesse fatto altri.

58. Grandaddy – The Sophtware Slump

A cavallo tra i due secoli, il successo e l’influenza di OK Computer e dei Mercury Rev, quindi del pop rock d’atmosfera, stava facendo i danni. Se ne erano lasciati condizionare perfino i californiani Grandaddy, un gruppo di appena discreti musicisti che al massimo avevano l’ambizione di essere i nuovi Weezer. Il risultato, nel loro caso concreto, è tuttavia meritevole e in qualche modo differente dal mero cliché di poetica radioheadiana che invece spopolava. Senza strafare e con una dose di tecnologia già abbondantemente superata al momento dell’uscita, The Sophtware Slump riesce a suonare ragionevolmente fresco, e a presentare un continuum tutto sommato divertente e maturo, come fosse il prodotto di una band di tutt’altra estrazione socio-musicale rivisitato alla grande da un produttore tipo Nigel Godrich o William Orbit. Il fatto che non abbiano sfondato all’epoca rende in qualche modo più sfizioso il recupero di questo disco anche da parte di chi ha vissuto quel periodo. 

57. Deerhunter – Microcastle/Weird Era Continued

Non erano bastati l’incredibile hype da subito sollevato né tantomeno il torpore dell’annata 2008 in ambito rock per soffocare Microcastle, secondo full-length della band di Atlanta. A due anni dall’esordio i Deerhunter avevano confezionato dodici pezzi maturi e definiti in un sound che se in un primo momento, a ragione, balza all’orecchio soprattutto per le sue diffuse sfumature retrò (bastano “Agoraphobia” o la titletrack per sapere di cosa si parla), si lascia scoprire ed apprezzare poco alla volta, di strato in strato. Prima ancora che sul suono e sull’ottimo lavoro in produzione di Nicolas Vernhes, è su fulminanti riff e melodie che l’album basa la sua forza magnetica, esemplificata da “Nothing Ever Happened”, singolo di lancio ed inevitabilmente pezzo simbolo, tanto per i suoi ritornello e strofa quanto per le ruvide chitarre di Lockett Pundt che divagano nella seconda parte, affogate nel rumore. Il Bowie berlinese, Echo & the Bunnymen, My Bloody Valentine (a vegliare sullo sfondo) fino ai contemporanei Liars, non sarebbe nemmeno servita la conferma di Cox per individuare tra le righe questi ed altri riferimenti, che tali però rimangono senza invadere il campo e contaminare più del dovuto un raffinato concentrato di rock e pop in salsa shoegaze, fresco ed attuale. Si conclude con i riverberi di “Neither of Us, Uncertainly” e “Twilight at Carbon Lake”, vagamente malinconiche e sospese tra ieri e domani come Microcastle tutto, trait d’union eppure già solida certezza dell’oggi. 

56. Madvillain – Madvillainy

Quando uno degli MC più creativi di tutti i tempi si trova insieme a uno dei producer più strabilianti del mondo black nello stesso studio di registrazione e all’apice delle rispettive carriere non può che uscirne un capolavoro. Il risultato è difatti un monolito senza tempo con un piede nel passato e uno proiettato nel futuro, capace di imporsi immediatamente come un culto pure fuori dai confini della scena hip hop. Con Madlib in grado di forgiare un beat vincente dopo l’altro e MF Doom abilissimo nel destreggiarsi su alcune delle basi più inerpicate mai viste, l’ascolto è pura libidine dal primo all’ultimo minuto. E fosse solo questione di sostanza sarebbe già abbastanza per parlare di un capolavoro in grado di giocarsela con i grandi dischi rap degli anni ’90, ma in Madvillainy c’è pure tanto altro. Da contorno alle grandissime hit si trovano infatti sparsi una serie di aneddoti e racconti goliardici in grado di creare un immaginario unico e vivido, coronato dall’iconografica maschera oscura della copertina.

55. The Shins – Chutes Too Narrow

L’album che anticipò il successo su larga scala di James Mercer e soci è lo spaccato di un momento determinante nella carriera del gruppo: il debutto Oh, Inverted World aveva portato attenzioni e riconoscimenti ma poteva essere ancora migliorato, perfezionato con canzoni più a fuoco e una generale propensione all’episodio singolo più che al risultato complessivo. Sono queste le carte giocate da Chutes Too Narrow, trainato a posteriori dal capolavoro sotto i tre minuti di “So Says I” ma dimora di una grande melodia dopo l’altra, stavolta non vaganti e d’effetto ma concise ed emozionanti, a loro agio in saliscendi ora enfatizzati da una chitarra elettrica, ora da un coro o un’armonia vocale come in “Saint Simon”. Il suono compresso intende lasciare spazio alla scrittura, vero punto forte dell’album e dell’intera carriera targata Shins: basta davvero poco per far entrare questo gruppo di canzoni e ricordarsene per sempre. 

54. Okkervil River – Black Sheep Boy

Due anni dopo Down the River of Golden Dreams, gli Okkervil River hanno riscosso ancor più successo grazie a Black Sheep Boy. La meritatissima visibilità, dato un disco di questo livello, è stata garantita anche grazie al momento boom che webzine specializzate e community online stavano vivendo. Black Sheep Boy è molto meno leggero del suo predecessore, a partire da quanto si potrebbe dedurre dall’artwork ad opera di William Schaff, ma allo stesso tempo in grado di colpire più facilmente l’ascoltatore, anche se lo stesso Will Sheff probabilmente sosterrebbe il contrario. Pesante, perché l’immagine della forza vitale dell’acqua è stata sostituita con quella della notte e dallo scintillio dei coltelli; elettrico, perché l’apporto delle tastiere, rispetto a Down the River, risulta molto ridotto a favore, appunto, delle chitarre elettriche. E poi c’è questo Black Sheep Boy, personaggio ispirato all’omonima canzone di Tim Hardin, che spesso fa capolino tra le canzoni per renderci partecipi dei suoi pensieri. Ogni passaggio del disco è da ricordare, da “For Real” a “Black”, a “A Stone”, a “Song of Our So-Called Friend”, fino ad arrivare a “No Key, No Plan” e a “Another Radio Song” sul seguente EP di appendice (Black Sheep Boy Appendix). Sheff si riconferma compositore dal grande talento (tutte le canzoni portano la sua firma), e i suoi Okkervil River una realtà capace di portare le proprie radici americane ad un livello superiore, più elegante e meno volgare rispetto a molti loro testardissimi conterranei, al pari dei loro ancor più duttili ed eclettici colleghi, i Wilco. 

53. Avey Tare and Panda Bear – Spirit They’re Gone, Spirit They’ve Vanished

Dai puristi considerato il vero capolavoro assoluto della produzione del Collettivo Animale, Spirit They’re Gone, Spirit They’ve Vanished è un LP originariamente pubblicato nell’estate del 2000, e poi ristampato a nome Animal Collective nel 2003. Obiettivamente include alcuni dei momenti più ispirati dei protagonisti principali della vicenda, vale a dire Avey Tare – che in questo episodio suona di tutto e di più – e certamente Panda Bear, di fatto il volto più noto, o quantomeno quello più chiacchierato grazie alle celebrazioni del suo Person Pitch (2007) da parte di Pitchfork, per altro pressoché tutte meritate. Piacerà anche ai fan dei primi Sigur Ròs, quelli più sinceri e fuori dal mondo quindi, per pezzi come “Untitled” (ma va?), la splendida e romantica “Penny Dreadfuls”, la curiosa “Chocolate Girl” e un po’ tutta la seconda parte del disco, che via via si fa sempre più trasognato e, sì, in qualche modo incantato, come un paese delle meraviglie in cui non è piombata un’Alice in miniatura, ma chi ha spinto il tasto play. Intendiamoci, niente a che vedere con la pomposità a tratti barocca di certe produzioni degli islandesi. Anzi, come sempre con i personaggi in questione, la musica non va presa per le sole note trascrivibili sul pentagramma, ma soprattutto per lo spirito indipendente che queste riescono ad esprimere. Gli Animal Collective in fondo rappresentano un modo di essere o di porsi rispetto al loro contesto, che si può di colpo trasformare anche in quello dell’ascoltatore. Non soltanto degli sperimentatori intorno e al di fuori della canzone pop, quindi; sono dischi di concetto quelli del Panda e di Avey Tare, e se non avete voglia di sognare ad occhi aperti, lasciate perdere in partenza: questa è musica per indie-sognatori. 

52. PJ Harvey – White Chalk

Le esperienze e il corso degli eventi influiscono sempre la vita e la maturità di una persona. Chi si ricorda ancora la Polly Jean rock, scostumata e aggressiva è rimasto un po’ indietro nel tempo: è già da qualche anno che PJ Harvey ha abbandonato quei panni indossati a partire da Dry e Rid of Me per prendere quelli della signora adulta, magari ancora un po’ polemica e scostante, ma tutto sommato felice. White Chalk chiude un altro capitolo della storia personale della ragazza del Dorset, ormai quarantenne, per aprirne un altro. È una nuova donna messa a nudo, in tutta la sua quieta sofferenza, una donna rimasta di nuovo sola dopo anni di affetto, una donna ritrasportata nella propria inquietudine. Polly canta il dolore dell’abbandono, e lo fa in una maniera che nei suoi lavori precedenti non sarebbe stato neanche concepibile. Un pianoforte, una chitarra senza presa elettrica, una voce straordinariamente nuova e possibilmente ancora più intensa. Si potrebbe solamente dire che White Chalk è il lavoro più maturo della Harvey, che ha degli arrangiamenti minimali ma con degli intrecci anche più elaborati, che il suo minutaggio non fa in tempo a stancare e che presenta un’importante innovazione più cantautorale rispetto all’usuale repertorio di PJ. Ma, semplicemente parlando, White Chalk è bello perché punta dritto al cuore. 

 

51. Brand New – The Devil and God Are Raging Inside Me

Ecco come dovrebbe essere un disco emo. Il terzo LP di Jesse Lacey e compagni rappresenta il vertice più alto che la generazione 2000 ha saputo raggiungere, e l’esempio perfetto per chi si vuole avvicinare allo stile. Forte di un canovaccio di stilemi e umori che raccoglie tutto quanto il genere ha saputo esprimere dai Sunny Day Real Estate in poi, l’album dei Brand New riesce con un songwriting pure sempliciotto fatto di power chords e arpeggi super basici a esprimere un sentimentalismo molto complesso, in cui intervengono toni dark se non addirittura gotici. C’è sfogo appassionato e c’è riflessione introspettiva, c’è ansia e melanconia. Il tutto in uno sfondo indie folk che mette d’accordo anche chi altrimenti non si lascia coinvolgere da screamo e post hardcore.

50. Bon Iver – For Emma, Forever Ago

Una storia d’amore finita male, la vita che gira per il verso sbagliato, l’isolamento forzato in una casupola dispersa fra i boschi del Wisconsin con la sola compagnia di una chitarra: presupposti perfetti per una sceneggiatura di serie B, nella peggiore tradizione hollywoodiana. Chi l’avrebbe detto, invece, che tra quelle quattro mura di legno Justin Vernon aka Bon Iver avrebbe partorito uno dei massimi episodi folk del decennio. Basta il primo ascolto per farsi rapire e travolgere dall’intensità dei nove brani, impatto acuito da una disarmante semplicità. Protagonisti la voce di Justin, spesso sdoppiata in cori e controvoci abilmente sfruttati, e la sua chitarra. Sebbene l’impianto ritmico sia pressochè azzerato i pezzi risultano dinamici e mai piatti: dai più intimi, come “Flume”, “The Wolves” e “Blindsided” ai più vivaci, ad esempio “Lump Sum” e “Skinny Love”, fino alla splendida chiusura con “re: Stacks”. Perfetta l’armonia tra musica, arrangiamenti snelli ed efficaci, e parole. Difficile trovare un momento debole e l’attenzione non cala per l’intera durata, grazie anche al breve minutaggio complessivo. For Emma, Forever Ago è una perla rara che si distingue dalla gran parte degli album partoriti dalla stessa, affollatissima scena; un lavoro sincero e toccante senza scadere nel melodrammatico, un esordio che lascia già un’eredità pesante nell’attesa, fervente, del suo seguito. 

49. Vampire Weekend – Vampire Weekend

L’esordio di Ezra Koenig e compagni mette già completamente in mostra la fantasia di una delle band più chiacchierate a cavallo fra i cosiddetti anni zero e i nuovi anni Dieci. Il loro è un art pop che diverte grazie a melodie sempre catchy eppure mai banali, ad arrangiamenti barocchi che riescono a non essere sovrabbondanti, al sottile equilibrio fra l’elettronica e la base analogica, con le indiscutibili e sorprendenti doti tecniche dei quattro sempre ben in evidenza, senza che queste diventino la ragione a muovere i fili del progetto. Preceduto da un cortometraggio amatoriale e prodotto dal chitarrista/polistrumentista Rostam Batmanglij, l’omonimo debutto dei Vampire Weekend è ambientato in un campus universitario nella penisola di Cape Cod, dove i protagonisti delle undici canzoni vivono le loro avventure. Siamo nel gelido Massachusetts, ma ecco che percussioni congolesi (“Cape Cod Kwassa Kwassa”), ritmi al rallenty reggae (“The Kids Don’t Stand a Chance”) e acrobazie punk (“A-Punk”) irrompono sulla sceneggiatura di un finesettimana gotico. La capacità di divincolarsi bene fra arrangiamenti scarni e più sofisticati – si noti l’elisabettiana “M79″ – è il vero punto di forza di una formazione mostruosamente originale e vera. La poetica dei Vampire Weekend infatti può sembrare edonistica e fin troppo upper class, ma proprio per questo riesce a distinguersi fra mille e soprattutto a veicolare sentimenti che sembrano sinceri, molto più di quelli di cantastorie ormai divenuti nababbi che cantano i problemi delle periferie di tutto il mondo. Ezra Koenig non mente, racconta con spirito da puro intellettuale del pop le esperienze che lo circondano e che sogna ambientate nel suo contesto, che poi, in fin dei conti è quello di molti – compreso chi non se ne renderà mai conto – a cui arriveranno le sue canzoni. 

48. Franz Ferdinand – Tonight

I Franz Ferdinand sono riusciti a dimostrare a tutti di essere perfettamente in grado di andare avanti avendo ancora qualcosa da dire, tanto da aver convito appieno persino molti tra i loro detrattori. Il loro secondo album, il più rock You Could Have It So Much Better, si chiudeva con il timido sintetizzatore di Outsiders, che a posteriori potremmo interpretare come un’ottima intuizione. Ispirati dall’energetico approccio dei Late of the Pier, hanno intrapreso una strada che li ha portati a pubblicare il loro lavoro più riuscito: Tonight: Franz Ferdinand. Con la solita sfacciataggine che li ha sempre contraddistinti, gli scozzesi si sono presentati sul palco del 2009 per dire “fermate tutto, lasciate fuori tutti i pensieri, stasera suoniamo noi”. Tonight non ha la pretesa di essere intellettuale e profondo, non vuole generare una particolare emotività nell’ascoltatore, vuole solo far divertire con il suo pop/rock fresco e ritmato, nel quale l’elettronica trova ampi spazi e la fa spesso da padrona. I Franz Ferdinand sono qui a ricordarci che il rock non deve sempre e per forza essere serioso cantore di elevati sentimenti, ma anche intrattenimento, e che ogni tanto bisogna lasciare il giusto spazio anche a musica come questa. 

47. Modest Mouse – The Moon and Antarctica

Dopo due buoni dischi incisi per label indipendenti, per i Modest Mouse arriva il momento di passare a una major. E quello che ne viene fuori è sicuramente il loro disco di maggiore successo. Isaac Brock, mente e motore del gruppo, dimostra di essere in formissima per l’occasione, nonostante si dica che durante le sessioni di registrazione avesse la mascella rotta! E proprio questo fatto, apparentemente insignificante, potrebbe aver avuto una parte nelle cause che hanno portato alla stesura di pezzi dove la componente strumentale spesso prevale su quella vocale, con una cura molto maggiore per gli arrangiamenti, decisamente più stratificati rispetto al passato. Quello che nei lavori precedenti era il maggior difetto, ovvero un’eccessiva prolissità, qui sembra essere diventata un’arma efficacissima, perché le divagazioni non sono mai sterili, ma anzi, sanno essere perfettamente utili all’economia del pezzo, conferendo un sapore nuovo alla musica dei Modest Mouse, un tocco di etereo e psichedelico (un ottimo esempio è l’epica “The Stars Are Projectors”). Si respira un’atmosfera malinconica e disillusa nei confronti della realtà che circonda l’autore, spesso tradotta in versi così sinceri da risultare naïf e che rispondono alle questioni più semplici che ognuno di noi si pone prima o poi durante la propria esistenza (“I don’t know, but I’ve been told you never die and you never grow old”). Le tracce sono tenute assieme da un’efficace coesione data dai suoni di una chitarra perfettamente riconoscibile, che alterna momenti riflessivi e acustici con altri più elettrici e prettamente rock. Già dalla splendida apertura con “3rd Planet” si intuiscono perfettamente le possibilità di Moon & Antarctica, un lavoro in grado di rivelarsi pieno di grandi episodi, come l’affascinante e misteriosa “The Cold Part”, oppure “Dark Center of the Universe” e “Gravity Rides of Everything”, in cui le chitarre si intrecciano con eleganza, o ancora l‘originale e riflessiva ballata “Lives”. Dopo questa prova i Modest Mouse limeranno sempre più alcune primordiali caratteristiche, perdendo un po’ di quel fascino grezzo e allo stesso tempo raffinato; diveranno più noti al grande pubblico, che però non verrà ricambiato con album ai livelli di The Moon & Antarctica. 

46. Deftones – White Pony

White Pony è probabilmente il punto ad oggi definitivo proposto dal genere nu-metal, uno dei più grandi dischi della sua scena, o a seconda dei casi, uno dei pochissimi lavori degni di nota a qualche anno di distanza. Si differenzia dalla classica ibridazione funk/metal definita nu-metal per l’ingente addizione di rumore bianco a puntellare melodie e strutture delle sue undici canzoni, che c’è da dirlo, tranne che per un paio di casi risultano a tutt’oggi inappuntabili, soprattutto dal punto di vista della scelta dei suoni e dell’interpretazione emotivamente hardcore di Camillone Moreno, vocalist e vera mente dietro al progetto di rinnovamento del suono della band che già con Around the Fur (1997) sembrava altrimenti aver detto tutto ciò che c’era da dire in quello stile. Ne è nato un album tinto di toni dark e campionamenti digitali abili a conferire al solito songwriting dei quattro californiani un umore romantico e trasognato, incline al ricordo infantile-adolescenziale come da copione nel Nu-Metal tutto. White Pony risulta però il disco della maggiore età per tutto il carrozzone, l’opera in cui dalle felpe Adidas e le scarpe Puma si passa alla camicia di seta nera e alle Tods. Ai fondamentalisti del genere – sempre meno via via che crescono – va dunque chiarito che questo è uno dei pochi lavori degni di essere ricordati della stagione nu-metal, mentre ai fieri profani è bene segnalare White Pony come miglior episodio di tutta una scena, attiva dal 1994 e artisticamente morta proprio con l’uscita di questo album. 

45. Burial – Burial

Burial può essere considerato il definitivo passo per la completa legittimazione di un campo, la dubstep, fino a quel momento mai capace di inserirsi definitivamente fra i generi più considerati nell’elettronica. Decisiva, oltre all’impressionante ondata di interpreti del genere (su tutti Kode9), è stata la sensibilità di Burial, capace di farcire ritmiche spezzate e sincopate con suoni metallici, freddamente emozionali, uscendo dai canoni classici della dubstep in genere più vicini alla musica da club, smorzando le basi in favore della cura del suono e delle atmosfere, raggiungendo una suggestiva coerenza compositiva in grado di far della sua musica un mezzo espressivo completo e in quanto tale capace di avvolgere magicamente e totalmente. Questo omonimo è il suo fenomenale esordio, prima importante impronta della sua ancor giovane, ma già invidiabile, carriera. Aperta è la questione riguardante quale fra questo e il successivo Untrue debba essere considerato il capolavoro dell’autore; considerato il livello delle opere in parola e i difficili parametri da considerare per risolvere la questione, è meglio fermarsi a dire che qualunque sia il verdetto, siamo di fronte ad uno di quei miracoli artistici che segnano indelebilmente e profondamente le ere musicali a venire. 

44. Elliott Smith – From a Basement on the Hill

L’acuirsi della forte depressione di cui Elliott Smith era spesso preda coincide paradossalmente con la firma del contratto con la sua prima major, in seguito al grande successo riscosso dal capolavoro Either/Or. Era convinto che la DreamWorks lo pedinasse e volesse rubargli le sue canzoni, sosteneva che un furgoncino bianco seguisse ogni suo spostamento. Nei rari momenti di lucidità riesce ancora a registrare qualche pezzo per il doppio che il suo contratto gli imponeva di scrivere, con l’aiuto dei musicisti David McConnell e Robert Schnapf e della sua ragazza storica Joanna Bolme. Ritrovato finalmente uno stile di vita equilibrato, cerca di raccogliere i pezzi della sua vita ricostruendosi daccapo una credibilità come musicista live e al contempo lavora sul futuro From a Basement on a Hill, con l’obiettivo di sviluppare la sua vena beatlesiana dando vita a un nuovo White Album. Finchè il 21 ottobre del 2003, in seguito ad un violento litigio con la sua attuale ragazza Jennifer Chiba, Smith muore in seguito alle conseguenze di due coltellate al petto in circostanze mai del tutto chiarite. From a Basement on a Hill esce postumo e incompiuto, figlio di una biografia fortemente travagliata, e viene accolto inequivocabilmente come uno dei migliori pezzi di cantautorato della storia recente. Una inquieta chitarra acustica accompagna le liriche malinconiche di inconfondibile matrice autobiografica, in cui ritroviamo il meglio della tradizione del cantautorato folk americano, con riferimenti diretti che vanno dai migliori Wilco al più ispirato Cat Stevens. 

43. The Roots – Game Theory

È impossibile far finta di niente davanti al grido di rabbia che i Roots lanciano con Game Theory. Nel mezzo dell’amministrazione Bush Jr., con la società americana spaccata in due e la questione razziale sempre in primo piano, il gruppo di Filadelfia pubblica quello che è destinato a rimanere il loro album iconico degli anni duemila. Un Black Thought in stato di grazia non concede sconti a nessuno e sputa rime infuocate, confermandosi uno dei migliori MC della sua generazione: nei suoi versi si respira tutto il disagio della società afroamericana, troppo spesso ancora ai margini nonostante le lotte che Martin Luther King e Malcolm X hanno combattuto nel secolo scorso. In cabina di regia come sempre l’impeccabile Questlove: la sua produzione tratteggia tinte fosche con dei beat frenetici che sono la colonna portante di tutta l’opera, accompagnato dalla performance corale del resto del gruppo. I Roots non sono mai stati così diretti e incisivi.

42. Piano Magic – Disaffected

Ecco una band che non ha mai raccolto quanto meritato. In altri tempi e con maggiore fortuna, un disco come Disaffected sarebbe diventato un classico in grado di unire non solo la critica e gli ascoltatori più raffinati, ma anche un pubblico piuttosto vasto grazie a momenti di sicuro impatto – anche radiofonico – come “Night of the Hunter” o “Love & Music”, per non parlare della stessa titletrack cantata da Angéle David-Guillou, un po’ la musa dei Piano Magic in questo splendido episodio della loro saga: “everything can happen in life, expecially nothing”, recita il primo verso della canzone, e uno dei più incisivi di una poetica radicata nella musica dark and dream wave di scuola Cocteau Twins. Cosa colpisce di più è come Glen Johnson e compagni riescono a ricavare suoni bilanciatissimi da una strumentazione che alterna l’elettronica e quindi il digitale, ad altri tirati fuori da strumenti acustici e dalle percussioni. Un equilibrio perfetto che nobilita melodie eteree degne dei migliori Slowdive, e rimanda addirittura agli Swans di Children of God nella spettrale – sin dal titolo – “Theory of Ghosts”. Ancora fantasmi nella successiva “Your Ghost”, che vede la presenza di John Grant degli Czars dietro all’asta del microfono, per un’interpretazione ancora in linea con l’atmosfera buia di Disaffected. Citando tutti questi nomi pare quasi che i Piano Magic non brillino di luce propria, invece è l’esatto contrario: Glen Johnson dimostra sì di sapere di musica, ma è nella fase di composizione che riesce a raccogliere le sue conoscenze per metterle al servizio di arrangiamenti sempre evocativi e mai forzati. I Piano Magic hanno davvero nell’animo la musica che producono, non fingono.

41. Throbbing Gristle – Part Two: The Endless Not

Cosa aspettarsi da un gruppo che non dava notizie di sé da circa un quarto di secolo? E cosa aspettarsi, soprattutto, quando il gruppo in questione è annoverato tra i più avanguardistici e sperimentali di sempre? Qualcosa di simile era già successo con i Kraftwerk, in un certo senso, ma il caso dei Throbbing Gristle è decisamente più estremo, sia per intervallo temporale che per proposta artistica. Lo spazio musicalmente esplorabile è già stato sondato in miriadi di differenti sfumature, da quelle più pop al rumorismo più estremo, per cui un disco come Part Two: The Endless Not, nel 2007, non rappresenta una novità in questo senso. Eppure le manipolazioni sonore dei redivivi padri dell’industrial continuano ad emanare un fascino profondo, simile a quello che da sempre esercita il monte Kailash, che troneggia in copertina. Ogni singola esperienza accumulata durante gli anni di assenza da parte di ogni membro del gruppo è significativa in rapporto al risultato, in particolare – ma non solo, ovviamente – quella di Peter Christopherson con i Coil. Quattro delle tracce sono state composte singolarmente dai quattro, mettendo in mostra le tendenze musicali di ognuno (“Separated” di Chris Carter, “Above the Below” di Cosey, “The Worm Waits Its Turn” di Genesis e “After the Fall” di Peter), ma è l’alchimia dell’insieme a produrre risultati spettacolari, e sì, ancora oggi sorprendenti. Come se non bastasse già il contrasto tra il delirio distorto di “Vow of Silence” e il jazz soffuso di “Rabbit Snare”, arriva la melodia calda ed intensa di “Almost a Kiss” (già “Almost Like This” nel live del ritorno ufficiale, TG Now, nonché la più facilmente fruibile assieme alla titletrack) a combattere contro i suoni alieni di “Greasy Spoon” e “Lyre Liar”. La musica industrial, quella originale, torna a vivere in una grandiosa esperienza sonora, degna del nome che Part Two reca al di sopra del simbolo dell’endless knot, posto a sigillo della confezione. I maestri sono tornati a dare una lezione di stile a tutti gli impostori che hanno affollato il panorama sperimentale degli ultimi vent’anni, e sembrano intenzionati ad andare, ancora una volta, oltre. 

40. A Perfect Circle – Mer de Noms

L’esperienza A Perfect Circle si è rivelata molto più di un progetto parallelo per il frontman dei Tool, Maynard James Keenan. Sostituendo per concetto ed iconografia i Pumpkins della seconda metà dei Novanta, gli A Perfect Circle sono riusciti a vendere milioni di copie grazie ad un fattore principale: la voce di Keenan, probabilmente al suo apice assoluto in termini di fantasia interpretativa e sviluppo delle melodie all’interno delle singole canzoni. Pur a tratti violento e bramoso, Mer de Noms sfoggia una sensibilità femminile fino a quel momento del tutto imprevista da parte sua, che nascosto tra le storie dei personaggi delle canzoni, si espone in prima persona come solo in qualche raro episodio era capitato con i Tool. Senza mai scadere nello scialbo rock da arena, gli A Perfect Circle fanno propria l’immediatezza di un rock orecchiabile e spontaneo e la impreziosiscono con tocchi di genio, come accade in “Rose”, forse l’arrangiamento più clamoroso dell’intero disco, oppure in “3 Libras”, invero il pezzo che li ha fatti conoscere al di qua dell’Atlantico. L’equilibro tra le parti rende la band – fondata assieme a Billy Howerdel – ben più di un anonimo supergruppo intento a mostrare le performance dei singoli e la difficoltà di esecuzione delle loro parti; non si tratta di un combo nato per stupire con gli effetti speciali: qui sono sin da subito le canzoni al centro dell’obiettivo. È da Mer de Noms che inevitabilmente riparte certo rock tendente al metal dei Duemila, ed è anche ad esso che tremendi depressoni gotici (non solo americani!) si rifaranno, ovviamente senza successo. Perché non è dato a tutti scrivere ballate potenti ed evocative come “Orestes” o “Breña”, per non parlare dei due singoli “3 Libras” e “Judith”. È chiaro che sono anche qui alcuni dei vertici assoluti di uno dei personaggi più discussi, mitizzati, amati e temuti degli ultimi anni. Per chi ha rimpianto la fine di quel poco grunge che c’è da salvare e per chi ha presto capito che Reznor stava imboccando un vicolo cieco, fondamentalmente per chi c’era e sapeva, Mer de Noms è stato molto più di una variante dalle influenze dark-wave e dai sentimentalismi inattesi. Anzi, ad avercene oggi di dischi di rock hi-fi americano di questo valore. 

39. Ben Frost – By the Throat

Le saghe nordiche hanno sempre affascinato orde di metallari, bambini mai cresciuti e anche qualche esploratore protagonista di qualche serie televisiva di secondo livello. Capita a volte, però, che la musica possa collegare mondi realmente opposti, come l’Australia e l’Islanda, per fare un esempio. E mai esempio fu calzante, poiché Ben Frost altro non è che un aussie trasferitosi in terra sigurrosiana: dai canguri ai geyser, sempre di esplosioni e salti si tratta. La magia scatta nel momento in cui il disco inizia, perché nasce semplicemente come un foglio bianco nasce: ruvido, pieno di scorie, malforme, rumoroso insomma, cosí tanto piendo di caos da somigliare ad un piccolo Big Bang incipitale, dove tutta la materia si rimescola pronta per la grande esplosione: “Killshot”, bang bang. A prescindere dai generi musicali che si possono incontrare per strada, il disco si impone come un’entità mutevole e viva, sempre dinamicamente cangiante e anche un po’ azzardata, nel proprio esporsi alle più diverse forme sonore, anche se il mood gelido e a volte cinematografico spinge l’ascoltatore verso un consenso che prima o poi arriva, forse più poi che prima. Non è un disco pop, sicuramente, ma ci sono anche momenti più umani e caldi, come la breve “O God Protect Me”, diritta e basta, mentre subito dopo i mostri si scatenano, digrignando i denti come in “Híbakúsja”. Un’opera che non merita vivisezione, perché guardare sotto il pelo di un tale organismo, sezionare ogni tentacolo di questo magmatico essere poliforme, e polipoforme pure, non ha veramente senso: guardare in bocca al mostro, mettere la testa nelle mani di due fila di denti accuminati come una motosega, quasi come il piccolo protagonista di Where The Wild Things Are di Jonze. Si possono scoprire tante cose nella bocca del lupo, anche la magia di un fiore di musica. 

38. …And You Will Know Us by the Trail of Dead – Worlds Apart

In meno di quarantacinque minuti i Trail Of Dead mettono a nostra disposizione un continuo ed instancabile susseguirsi di gioiellini pop freschi e divertenti. In Worlds Apart la band si concentra maggiormente sulla melodia, sempre più in bilico tra l’urgenza punk – ormai quasi sacrificata a semplice elemento di contorno – e il tocco pop, presentissimo nella loro nuova musica, tanto che brani in apparenza sempliciotti e vendibili a un uditorio ben più vasto del loro, come il singolo “Worlds Apart”, oppure “Let It Dive” o ancora “The Rest Will Follow”, non rovinano assolutamente lo spleen dell’album. Il risultato è infatti un disco colorato, divertente e leggero, ma non per questo adatto ad ascoltatori distratti o troppo inesperti, vista la sua profondità; non è di certo nei primi approcci che si farà apprezzare a pieno; non si capirà realmente un album come questo nelle prime dieci sedute. Worlds Apart per essere assorbito completamente merita ripetuti ascolti nonostante l’apparente facilità d’assimilazione. Scavando a fondo ci accorgeremo di avere tra le mani uno dei migliori album degli ultimi anni e il migliore – per adesso – della formazione texana. 

37. The National – Boxer

Dopo quella splendida raccolta di pezzi rappresentata da Alligator (2005), che anno dopo anno ancora non si finisce di riscoprire, con il senno di poi la popolarità dei National era paragonabile ad una molla pronta ad essere rilasciata e scattare. Il valore non è certo valutabile con le sole vendite, ma con l’album successivo la band raggiunge un superiore livello di consapevolezza e, con esso, l’unanime apprezzamento da parte di un fronte ben più ampio dei soli indie e addetti ai lavori. Boxer è un album da abito da sera portato con un’eleganza semplice, cravatta rigorosamente slacciata; un lavoro non meno sincero del suo predecessore e da cui traspare la stessa vaga timidezza che, sul palco in copertina, intuiamo nei volti dei cinque ragazzi dell’Ohio. A questo si aggiunge, senza entrarne in contraddizione, uno stile fieramente americano che a tratti non ha paura di sembrare retro. Chitarre e pianoforte (che in due episodi è quello di Sufjan Stevens) accompagnano dall’inizio alla fine, dal magnetico incipit di “Fake Empire” a “Gospel”, contribuendo a dipingere un’ovattata coltre sonora che nemmeno brani più spigliati, come “Mistaken for Strangers” o “Apartment Story” riescono ad infrangere del tutto. L’inconfondibile timbrica di Matt Berninger vi si fonde, in perfetta armonia. Oltre a dodici melodie di cui abusare, rimane un’idea canzone e, perché no, di rock, in grado di spazzare via facilmente qualsiasi fantasma di revivalismo evocato dai diffidenti. 

36. Tool – 10,000 Days

Chi ha seguito i Tool nel corso degli anni, sa bene che 10,000 Days scopre qualcosa di nuovo o che si era appena intravisto precedentemente, offrendo diverse nuove soluzioni stilistiche e allo stesso tempo ripescando il passato più remoto della band. Si tratta di un disco pensato più col cuore che col cervello, sicuramente non rivolto a un pubblico immaturo a caccia di spiriti, extraterrestri e rivelazioni sull’aldilà. Assieme ai due che lo precedono, per usare un termine di cui forse abusano in troppi, forma una vera triade. Presi singolarmente, dal momento che conosci l’esistenza degli altri, ti mancherebbe il resto: è un lato che prima era rimasto coperto e che solo in parte la band aveva affrontato nella discografia dei Novanta. L’album si rivela, dopo i primi contraddittori giudizi, un ampio passo avanti nella storia dei Tool: ognuno dei quattro elementi del gruppo integra in misura ingente il proprio bagaglio tecnico-strumentale: da questo punto di vista infatti 10,000 Days è assolutamente il lavoro più complesso e dalle partiture meno facilmente riproducibili dei Tool. Non che la band di Keenan abbia mai prodotto musica destinata al fan del progressive rock più riccioluto e traboccante; anzi, 10,000 Days è riuscito nell’impresa di allontanare ancor più il fan dei Dream Theater dalla musica dei tre californiani più uno: fosse solo per questo, andrebbe calorosamente lodato. Se è vero che manca la continuità di suono e l’effetto sorpresa di Lateralus, l’album offre all’ascoltatore nuove sfaccettature mai mostrate precedentemente, rinunciando alle esplicite rivelazioni esoteriche che nel 2006 sarebbero risultate di certo meno originali rispetto a quanto lo erano nel 1996 e nel 2001. 10,000 Days ti lascia guardare attorno con gli stessi occhi su cui prima avevi posto delle lenti lungimiranti, che però non ti hanno portato così lontano come speravi. Andavano tolte per ricominciare a guardare in faccia la realtà. Nella mente dei quattro, 10,000 Days canta il doloroso fallimento degli ideali di Lateralus. Proprio così. Sarebbe stato facile assimilare un Lateralus II nel 2006, in tutto e per tutto. E presto avremmo tutti cominciato a dire “bello sì, ma l’originale è Lateralus”. Invece le strutture di “Vicarious”, “Jambi” e “Rosetta Stoned” particolarmente, risultano quanto di più intricato e malato abbia mai concepito la mente di Adam Jones, mentre le due Wings riescono ad andare oltre gli stessi Tool, ad essere qualcosa a parte, un’unica pastorale che nella ripetitività quasi ipnotica riesce a liberarsi al cielo, ricordando nella struttura più un canto di Garcia Lorca che gli stilemi e le metriche del progressive, per fortuna. C’è poi “The Pot”, il brano apparentemente più facile perché colpisce a primo ascolto, ma che integra, supera, rinnova i Tool di Undertow, spostando gli accenti della batteria da una parte all’altra, sconvolgendo le tonalità canoniche di Keenan, recuperando il vecchio riffing hendrixiano per circondare un basso inarrestabile e fantasioso come mai prima. Una canzoncina di 6 minuti e rotti in cui è compresso davvero tanto di quello che sono sempre stati i Tool che nel 2006 vogliono tornare a suonare ruvidi, imprecisi, umani. Forse una fortuna che non tutti lo abbiano capito.

35. Radiohead – In Rainbows

Si è fatto attendere, ha fatto discutere e dato una scossa al mercato. Il ritorno dei Radiohead dopo quattro anni di annunci e smentite, attese e dischi solisti inaspettati, ha però messo d’accordo tutti (oddio, quasi tutti), a partire dall’apparente rivoluzione che la band ha messo in atto per mettere in commercio il disco. Infatti la decisione di allontanarsi da qualsiasi casa discografica è stata accolta come una dichiarazione d’indipendenza, nell’intento e nelle azioni. L’annuncio dell’imminente uscita del disco nuovo sotto forma di download con costo a completa discrezione dell’utente (anche gratis) che appare sul sito ufficiale i primi di Ottobre del 2007 lascia tutti, fan e non, più o meno basiti. Quello che si può scaricare è un disco di sole belle canzoni, probabilmente non un capolavoro al pari di OK Computer o Kid A, ma anche questa volta un centro pieno. Melodie e strutture tutto sommato semplici, senza tanti fronzoli, ma allo stesso tempo piene di poesia e oniriche grazie ai raffinatissimi versi scritti da Yorke. Thom sembra essersi fermato a guardarsi dentro, in un’introspezione goethiana particolarmente evidente in “Faust Arp” o in “Videotape”. Come spesso citato dagli stessi musicisti, Robert Wyatt e un certo suono a cavallo fra i Sessanta e i Settanta (niente a che vedere con l’hard rock, tranquilli) aleggia sopra In Rainbows. La musica è un ritorno al passato, alla forma canzone strutturata e suonata con la più classica delle formazioni rock. Vengono messe da parte le mille diavolerie elettroniche, che occupavano un posto prominente nel passato più e meno recente, per far posto all’analogico (almeno apparentemente) e all’acustico. E’ forse il lavoro dove troviamo il miglior Phil Selway, mentre le chitarre tornano ad essere preponderanti, come in “Bodysnatchers”, senza dimenticare la lezione di Johnny Marr (“Jigsaw Falling into Place”). Gli arrangiamenti orchestrali curati dal Millenia Ensemble diretto da Sally Herbert accompagnano e circondano le melodie conferendo un senso di sospensione e linearità, anche grazie alla solita sapiente produzione di Nigel Godrich, con canzoni ben scelte fra una rosa più ampia, come testimonia il più debole disco supplementare che correda l’edizione limitata di In Rainbows, fino ad oggi reperibile solo in rete. Di certo c’è che i dieci pezzi della scaletta di In Rainbows, fra cui ricordiamo con piacere anche i ritmi di “Reckoner” e “House of Cards”, magari non avranno stupito tutti, ma si sono rivelati altrettanti nuovi inni della band. E a quindici anni dagli esordi, non è davvero cosa da tutti mettere al mondo canzoni di questo livello in grado di coinvolgere ancora così tanta e nuova gente. Insomma, l’ennesimo centro degli infallibili. 

34. ISIS – Oceanic

Il tema dell’acqua come elemento purificatore era già stato trattato in The Red Sea, come d’altra parte Celestial poneva la figura femminile al centro del concept. Oceanic fonde questi due approcci, li approfondisce e, sì, li attualizza. Non più acque pulite e salvifiche, ma sporche, dense, bituminose, portatrici di morte. Non più la donna-angelo (“The Beginning And The End”), ma una donna che inganna e tradisce. Una donna protagonista di una storia incestuosa (“Weight”) che uccide le speranze del nostro cantore, portandolo al suicidio. L’acqua entra nei polmoni, “his body burst wide open, sucking in the air…”. Anche il mare, la culla della nostra vita, può uccidere. Oceanic racconta tutto questo, e lo fa mostrandoci le nostre azioni in tutta la loro squallida crudezza. Siamo stati noi ad avvelenare il mare, siamo stati noi ad avvelenare le nostre relazioni, la nostra stessa vita. Non c’è speranza né limpidezza né trasparenza né futuro in questo oceano. Chiunque voglia ascoltare musica pesante al giorno d’oggi non può prescindere da questo disco, da questo gruppo, dal genio di Aaron Turner. Oceanic è da avere rigorosamente originale (le foto del booklet sono parte integrante del concept del disco), da ascoltare allo sfinimento, da consumare. Sarà una frase fatta, ma il futuro della musica pesante passa (anche) da qui, da un disco che, come le grandi opere d’arte fanno, ci sbatte in faccia quel che siamo diventati.

33. Joanna Newsom – Ys.

La celestiale arpa di Joanna Newsom è lo strumento che ha conquistato il cuore degli indieboys degli anni 2000. Quando esce, nel mese di Novembre del 2006, Ys è già un caso. Lo è diventato per il gran parlare che ne fanno intorno i critici di mezzo mondo ancor prima che si trovi nei negozi (il disco gira per la rete due mesi prima della sua uscita…) e per i nomi che girano intorno alla produzione e al missaggio, da Steve Albini, passando per Jim O’Rourke fino ad arrivare a Van Dike Parks. Viene acclamato quasi universalmente come album di svolta nel movimento indie-freak-folk a cui viene spesso accostata la musica della Newsom. Il secondo full lenght della giovane e prodigiosa californiana è infatti una raccolta di piccoli poemi pastorali dal sapore arcaico, che sfiorano anche i venti minuti in lunghezza e con testi senza ritornello che la particolarissima voce di Joanna decanta sopra uno strato di arpe e orchestra meravigliosamente arrangiato. Sicuramente quanto di più distante ci si possa aspettare da un disco di successo nel decennio dell’elettronica ipnagogica. Le incantevoli storie che Joanna racconta parlano di misteriosi personaggi alle prese con meteoriti (che poi è Emily, la sorella della Newsom, astrofisica), costellazioni e amanti in lotta per l’eternità, alternando umori di felicità e solitudine, che trasportano con grazia ed eleganza uniche l’ascoltatore nel favoloso mondo di Joanna, dal quale è difficile uscire senza stropicciarsi gli occhi. 

32. Tim Hecker – Harmony in Ultraviolet

Il profilo più interessante sul fronte ambient drone del decennio è sicuramente quello del canadese Tim Hecker, autore di una serie di long playing apparentemente tutti simili fra loro, ma che in realtà se ascoltati con attenzione rivelano tutto lo studio sulla materia sonora svolto dall’artista negli anni. Harmony in Ultraviolet è quello che scegliamo per questa classifica perché è il disco con cui emerge definitivamente – quantomeno a livello di popolarità indie e underground – il talento di Tim. Abrasivo, prosciugante e panoramico, lo stile Hecker riesce a dare un nuovo significato al concetto di industrial nel mondo della musica. Ascoltarlo dal vivo poi è un’esperienza che trascina il pubblico in uno stato di catarsi nuovo e trasognato, come se ci si ritrovasse all’interno di un film proiettato nella nostra mente. Ovvero, l’ambient del Duemila.

31. Fugazi – The Argument

Il settimo album dei Fugazi supera ancora una volta le aspettative. Per approcciarsi a questo lavoro è importante capire che prima dell’etichetta viene il sound, e in questo i Fugazi sono maestri indiscussi, soprattutto grazie alla grande capacità di spingersi in direzioni nuove e inesplorate. Un lavoro melodico, armonico, schitarrato con grande pulizia di suoni e ritmato con grande efficacia percussiva sincopata. Frasi di violoncello, di pianoforte, di punk à la Fugazi vecchia maniera, di chitarroni acustici; il tutto utilizzato con grande compattezza tecnica e devota alternanza tra il piano e il forte dei volumi. Poliedrici, creativi, suggestivi e frenetici, i quattro di Washington si districano perfettamente tra stop and go a tempo e riff senza sbavature. Emergono due brani sugli altri: “The Argument” e “Full Disclosure”. Un crescendo di strutture musicali potenti e lontane anni luce dalla più bieca logica del business. 

30. White Stripes – White Blood Cells

Una sorte infelice in Italia quella dei White Stripes. Spesso legati all’odioso po-po-pocalcistico, o relegati dai più come la solita band mainstream da MTV nemmeno degna di un ascolto, solo nel tempo sono riusciti a vedere riconosciuto il loro valore artistico e la loro importanza nella scena garage tanto di moda nei 2000, forse complici anche le collaborazioni di White con i Dead Weather. White Blood Cells appare come un disco spontaneo e diretto, quasi bambinesco come si diverte a definirlo White stesso: chitarra, batteria e voce bastano ai due musicisti per creare le melodie e i riff che si stampano in testa e che contribuiscono a dare al duo fama internazionale. Sempre in puro stile garage è la breve durata delle tracce, mai di tanto superiori ai 3 minuti, in cui le melodie passano da brevi pezzi tirati (“Fell in Love with a Girl”) a strane ballate dal testo criptico come “The Union Forever”, o semplici filastrocche infantili di voce e chitarra come “Little Room” o “We’re Going to Be Friends”. Eppure, dietro tanta presunta spontaneità, Jack White è attento a riprendere i grandissimi classici del rock e del blues in modo del tutto originale, reinventandoli e modernizzandoli al punto da suonare nuovo e vecchio allo stesso tempo, con stile e attenzione al dettaglio che rendono White Blood Cells uno dei dischi chiave della scena garage dei Duemila. 

29. Neon Indian – Psychic Chasms

Neon Indian è Alan Palomo, figlio d’arte (se così si può dire) e già protagonista (no, così non si può dire) con il progetto Vega. Più che firmata Kandinskij, la copertina sembre essere a metà tra l’altro blaue reiter Franz Marc e il raggismo di casa Larionov, per un impasto di colori che tutto sommato risulta icastico della musica contenuta in Psychic Chasms, il disco che apre la via al filone glo fi, poi portato avanti da Toro Y Moi, Baths, e numerosi altri attori. Di fatto, si tratta della tendenza più genuina in ballo tra il primo e il secondo decennio del nuovo secolo. Unito alla videografa americana Alicia Scardetta, Palomo riesce a creare un immaginario sonoro in cui il protagonista assoluto è il colore, in costante trasformazione a seconda dei suoni tirati fuori da sintetizzatori ormai vintage, eppure sempre capaci di architettare buone melodie dance pop. Non è certo la prima opera ad esprimere una simmetria fra colori e note musicali. Si pensi al Prometeo di Aleksandr Skrjabin che riusciva a combinare sinesteticamente le diverse arti mediante l’utilizzo di un clavier à lumiere, un embrionale strumento multimediale attraverso il quale, digitando un tasto ed emettendo un determinato suono ad esso relativo, veniva contemporaneamente proiettata una luce colorata. Allo stesso modo però, quello di Psychic Chasms pare come un altro esperimento di udito colorato, dominato da un’atmosfera che solo vagamente dovrebbe ricordare la neo-psichedelia di Animal Collective e compagnia bella e meno bella: una non-rivoluzione concepita nel nome dell’astrattismo, o una gran farsa messa in scena per stupire con finta nostalgia il sempre più abboccone pubblico indie? Forse nessuna delle due cose. Si può scegliere di rimanere impassibili al retroguardismo che punta dritto agli Eighties, o di lasciarsi trasportare dagli fx da Sega Master System II di pezzi come “Should Have Taken an Acid With You”, disdegnare o perdersi tra le forme che via via queste canzoncine lo-fi portano alla ribalta, in un flusso sempre in evoluzione, il cui significato pare dipendere dalla tonalità e dall’accostamento dell’ultimo suono a quello precedente, per una presunta rinascita della canzone con il solo mezzo delle sue leggi esclusive. Allora provi a ballare “Ephemeral Artery” e “6669 (I Don’t Know If You Know)”, fischietti al ritmo irresistibile della titletrack, ordini un caiprioska in “Deadbeat Summer”, mentre continui a fare cenno di sì con il capo. Ma alla fine, cos’è che ha combinato questo Palomo? Niente, al mercatino dell’usato ha trovato un paio di vecchi sintetizzatori, ci ha rovesciato sopra un arcobaleno in vernice liquida e ha iniziato a suonarci, imbrattandosi, mentre la compare riprendeva il tutto, spargendo per la sala prove tante bolle di sapone. Loro si sono divertiti, voi potete fare lo stesso. 

28. Queens of the Stone Age – Rated R

Il secondo album dei Queens of the Stone Age sbanca nel Regno Unito – anche grazie alla pubblicità del New Musical Express che lo elegge disco dell’anno 2000 prima, e del decennio poi – ovvero laddove tutti avevano appena rimosso l’ondata grunge che li aveva invasi fino a qualche tempo prima. Eppure, nonostante qualche riferimento evidente come la presenza di Mark Lanegan e Barrett Martin degli Screaming Trees, Rated R conquista il popolo del rock alternativo con armi ben differenti da quelle dei campioni d’incassi americani dei primi anni Novanta (cosa che per altro gli Screaming Trees non sono mai stati): ci sono ironia pulp e spirito rock ‘n’ roll nelle sue undici tracce, spesso condite in salsa psichedelica e capaci di grandi e stonati motivetti pop, come nel caso della leggendaria canzone d’apertura “Feel Good Hit of the Summer”. Lo stoner è ormai morto e sepolto: gli ultimi fumi si alzano dalla tomba dei Kyuss durante il viaggio di “Better Living Through Chemistry”. Semmai è proprio grazie al successo di queste canzoni che molti si ritrovano fra le sabbie del deserto californiano a ricercare i resti di quel che fu. Osservandolo con nuova attenzione oggi, Rated R recupera sempre più terreno nei confronti di Songs for the Deaf nella discografia dei Queens of the Stone Age. Non c’è Dave Grohl e non ha il suono ultra-potente del suo successore, ma ha pezzi di pari livello che scelgono di insinuarsi nella memoria con altre strategie, diverse ma ugualmente efficaci. In particolare, oltre al singolo “The Lost Art of Keeping a Secret” e al pop psichedelico di “Auto Pilot”, fra le tante, “In the Fade” si segnala una delle più grandi canzoni mai interpretate dalla voce di Lanegan. Al contrario dei Novanta, non ci sono stati molti grandi gruppi di rock hi-fi nei Duemila: perdersi pure i Queens of the Stone Age avrebbe del criminoso. 

27. 16 Horsepower – Secret South

Se Sackcloth ‘n’ Ashes aveva fatto conoscere la band di Denver per le sue atmosfere visionarie, Secret South sa come rincarare la dose. A partire da “Clogger”, cupa e pesante apertura del disco, passando per la teatralità di “Splinters” e “Cinder Alley” o la tradizionale “Wayfaring Stranger”, i 16 Horsepower sanno come attraversare vasti territori senza disperdersi. David Eugene Edwards poi non si accontenta solamente di raffinare il suono distintivo del gruppo, ma si preoccupa soprattutto di aumentare l’intensità dei suoi messaggi, “Give my conscience a pounding, come and shake my ground Lord, with the sound of Heaven’s hounding”. I temi principali riguardano le ossessioni e la disperazione degli uomini, la dannazione, la spiritualità ed il nichilismo, ma anche l’amore. David riesce comunque a decantare e profetizzare tutto questo con i suoi gesti teatrali, senza mai ricadere nello scontato o nel ridicolo, servendosi di un sapiente utilizzo di tutti i suoi strumenti nella ricostruzione del suo immaginario gotico-americano. Secret South è comunemente definito il lavoro più importante e conosciuto dei 16 Horsepower, un lavoro noir in tutti i sensi a partire dalle sue radici. 

26. Unwound – Leaves Turn Inside You

Ultimo lavoro Unwound basato sulla ripetizione, su una voce strisciata “One Lick Legs” e su cori lontani, giunti da luoghi perduti nello spazio-tempo “We Invent You”. Seguono riff curati e batterie a ritmi elevatissimi “Look a Ghost”, fino a prove di arrangiamenti senza sbavature “Terminus”. Un lavoro completo, semplice all’ascolto disinteressato e sottile al collaudo degli strumentali grazie a riverberi, pianoforti e sussurri a volontà. Delicatezza e intensità alternate perfettamente tra momenti più punk “Scarlette”, post hardcore e momenti più orchestrali, intimi, riflessivi. Unwound sanno essere sofisticati, tentacolari, articolati; possono piacere o no, ma uno dei loro punti di forza è proprio questo confine sottile, in limine, tra la visceralità e il rifiuto, proprio come quello che loro portano in seno per la civiltà moderna. Tanti i rimandi: Sonic Youth, My Bloody Valentine, old noise, tutti ripresi e tutti mollati in virtù di suoni nuovi, estatici e stregati. Un tappeto di foglie e di suoni si impossessa dell’ascoltatore. Lentamente, ma inesorabilmente. 

25. The Horrors – Primary Colours

Sul finire di un decennio che ha ridato vita, nelle forme più diverse, alle correnti new wave, post punk, darkwave, shoegaze, synth pop, garage e psichedeliche, compare un gruppo in grado di realizzare quella che può essere definita a pieno titolo la summa di tutte le loro migliori caratteristiche. Nessuno aveva ancora osato tanto, e l’ibrido Primary Colours, pur pescando a piene mani dagli anni ‘80 e dal Krautrock, risulta inaspettatamente fresco ed assume un’originalità tutta sua, andando ben oltre la wave e lo shoegaze comunemente intesi. Il talento e la padronanza di generi dimostrata dagli Horrors, qui prodotti dal Portishead Geoff Barrow, non dovrebbero far parte del DNA di un gruppo mantenuto in vita soltanto dall’hype, come si sarebbe potuto pensare ai tempi del loro esordio Strange House. Sarebbe significato sottovalutare questi ragazzi dell’Essex, non fosse altro che per il vistoso modo in cui avevano deciso di conciarsi. Anzi, fosse stato davvero così, oggi non potremmo godere di “Scarlet Fields”, “Do You Remember”, “Three Decades” o del coraggioso singolo “Sea Within a Sea”, tutte canzoni che di certo non avremmo mai visto scrivere a dei personaggi creati a tavolino per adescare i fedelissimi di ogni puntuale next big thing britannica. Gli Horrors sono riusciti a superare tutti i loro contemporanei colleghi, anche quelli più affermati, per aver dimostrato in modo tangibile che si può fare di più, si può dare nuova linfa alle correnti musicali, si può creare qualcosa di originale a partire da quanto già esiste. La differenza, come sempre in questi casi, risiede nel talento compositivo; in Primary Colours gli Horrors ne hanno fatto ampio sfoggio, diventando un nuovo punto di riferimento e lasciando un album con il quale dovranno necessariamente confrontarsi, nel decennio che verrà, gruppi emergenti e non. 

24. The Strokes – Is This It

Mentre la confusione regnava sovrana nella testa di chi trattava con sufficienza la nascita di nuove band, troppo giovani e troppo debitrici nei confronti dei grandi del passato (a onor del vero non più derivative degli stessi esaltatissimi miti dei loro detrattori) per essere prese sul serio da chi ingenuamente cercava il profondo senso della vita in una canzone o in un concept album, gli Strokes ottenevano un enorme successo di critica e di pubblico, diventando la rock band più chiacchierata di inizio millennio. Quando succede questo ci si fanno inevitabilmente tanti nemici, ma non sarà certo il loro parere prevenuto a cambiare i fatti, che oltretutto finiscono tutti per confermare una cosa: Is This It? è un gran disco rock, né più né meno. Certo, non c’era da esagerare al punto di ricevere in visione le immagini della resurrezione di certe figure mitologiche del rock (teschi, tatuaggi, Iguane & Banane), ma comunque si trattava di undici canzoni cui non si poteva dir nulla; direttamente discendenti dalla tradizione garage americana e da quella punk e post punk della loro New York, sì, ma comunque moderne, veloci, piene di energia, dirette, furbe e ricche del sapore che la vita può avere per i giovani in una grande città come quella. Purtroppo per loro, la formula non avrebbe potuto funzionare in eterno, tanto che avremmo già potuto fare a meno di circa metà delle canzoni che sarebbero state presenti sul successivo Room on Fire. Tuttavia, non è detto che Julian Casablancas, dalle vedute più ampie di quanto si possa credere, non abbia ancora qualche asso nella manica. Comunque vada, Is This It? è rimasto simbolo e apice del nuovo movimento garage, nella sua variante cittadina. Semplice e diretto rock’n’roll, non c’è da intenderlo in modo diverso. 

23. D’Angelo – Voodoo

Come lo racconti un disco così? Sicuramente non si può parlare di Voodoo con chi non l’ha mai ascoltato, se non altro perché come la spieghi la voce di D’Angelo? Come spieghi che, in confronto al suo, il falsetto di Justin Timberlake, per dirne uno a caso, è una roba inascoltabile? Come lo spieghi che dopo aver sentito “Send It On” pensi che meglio di così non possa andare, e invece poi arriva anche “The Roots” e più in là ancora c’è “Feel Like Makin’ Love”? Semplicemente non puoi. Quello che si può fare però è dire che Voodoo è sicuramente l’album soul/r&b più bello degli anni ’00, ma anche dei dieci precedenti e di quelli successivi. Perché è vero che Frank Ocean è un grande artista e finora ha fatto due dischi bellissimi, però una canzone come “Untitled (How Does It Feel)” viene fuori una volta nella storia.

22. Wilco – A Ghost Is Born

Col tour di Yankee Hotel Foxtrot vengono a galla i problemi. Tweedy entra in clinica di disintossicazione e sembra che i Wilco siano destinati a finire sul più bello. Quando viene annunciata l’uscita di A Ghost Is Born, in pochi credono che il buon Jeff sia ancora in grado di scrivere grandi canzoni. Inevitabilmente, i primi giri del nuovo disco tradiscono un umore diverso, ancora più intimo e riflessivo, se possibile. All’interno della discografia dei Wilco, A Ghost Is Born ha un posto ben preciso: è il momento del dolore e della solitudine; nato il fantasma e superato il buio, tornerà la luce. Per certi versi può essere considerato un album stretto parente di Above dei Mad Season, che giustamente trova ancora un posto nel cuore degli appassionati di storie grunge. Gli ingredienti musicali sono diversi, ma corrisponde ciò da cui i due dischi muovono e anche il significato che vogliono esprimere. Non è certo un reato arrivare a considerarlo anche superiore al più riconosciuto Yankee, al quale paga appunto l’essere venuto dopo: a volte per la critica è difficile accettare che dopo un capolavoro o un grande disco, ce ne sia un altro uguale e contrario. È proprio il caso di A Ghost Is Born, le cui canzoni sono di nuovo affidate alle cure di Jim O’Rourke. Ancora una volta Tweedy piazza un colpo ad effetto col brano iniziale: “At Least That’s What You Said” sembra desolata e priva di possibili soluzioni, cantata sottovoce e con rassegnazione. Poi la musica si ferma e la ribalta è tutta per la chitarra solista, per un assolo liberatorio tirato fuori proprio dal manico di Jeff, che si lascia andare per molte battute senza il minimo controllo. Magnifico. L’artista è vivo e l’album parte dunque annichilendo quelli che erano già pronti a stroncarlo. Si intravedevano influenze kraut nel passato recente: ecco allora il rilancio di quelle sensazioni con gli undici minuti ipnotici di “Spiders (Kidsmoke)”, in cui vengono addirittura fuori i Neu! Clamorosamente piacevoli poi le chitarre ritmiche “Muzzle of Bees” e “Company in My Back”, brani che non hanno nulla da invidiare a quelli del precedente Yankee. C’è “Hell Is Chrome”, in cui Tweedy racconta di aver visto il diavolo che lo invitava a seguirlo: si stenta a non credergli. E c’è “Wishful Thinking”, episodio che potrebbe essere un incrocio tra i Radiohead di Ok Computer e i Beatles di “A Day in the Life”. Peccato invece per quella “I’m a Wheel”, così reminiscente degli Who da risultare decisamente fuori posto nella tracklist del disco. Ma non sono i primi ad avere, all’interno di un capolavoro, un brano minore che stona. Tornano alla mente “Ignoreland” in Automatic for the People, o “Electioneering” in Ok Computer. Ma sono altre storie. È il 2004 comunque, e in Italia A Ghost Is Born è uno dei dischi più discussi dalla critica e apprezzati dal pubblico indie. Per una volta non arriviamo dopo i fuochi. 

21. Flying Lotus – Los Angeles

Il senso di beato stordimento che generalmente segue il primo ascolto di Los Angeles è uno dei più importanti fattori che contribuiscono a fare di questo disco un pezzo già imprescindibile della storia della musica elettronica. Tantissime le novità, le piccole rivoluzioni concepite da Steven Ellison. Fra queste, la più importante è sicuramente la strepitosa rielaborazione di suoni e schemi ritmici da sempre appartenuti a certi ambienti della black music, compreso l’hip hop. Ma Flying Lotus deve il suo successo anche al suo aver saputo concepire melodie e arrangiamenti poliedrici quanto accattivanti, ben saldi sulle ipnotiche linee di basso, che sono ormai suo marchio di fabbrica, e sviluppati in maniera personalissima, attingendo a piene mani all’insegnamento di Dabrye e compagni. “Camel”, “GNG BNG”, “Parisian Goldfish” sono autentiche gemme che strabordano di intuizioni di altissimo livello. Los Angeles rappresenta quindi un passaggio pressoché obbligato per chiunque volesse misurarsi nel genere nei prossimi anni; sicuro faro e classico istantaneo, tanto profonda e fresca è la mini-rivoluzione che porta. 

20. Liars – Drum’s Not Dead

Dopo un secondo LP che aveva attirato le attenzioni del pubblico indie, i Liars da New York City scelgono di rischiare tutto. E non si tratta solo del distacco dalla scena natale di cui sono ormai tra i nomi di riferimento. Per poter fare di testa loro, i Liars investono i loro guadagni nella fuga e rinascita – a costo di rimanere poi al verde e di dover andare costantemente in tour negli anni a seguire per ripianare i conti (come di fatto è accaduto) – e abbandonano le cure del più che mai emergente Dave Sitek (forte del successo di critica dei suoi Tv on the Radio), autoproducendosi. Destinazione Berlino, simbolo per eccellenza del cambiamento, ormai non solo a livello sociopolitico ed iconografico. Lontano dal nuovo costruito sul nuovo, tre americani viaggiano verso un ideale mitteleuropeo e atterrano nella città che rappresenta più di qualsiasi altra la seconda vita, perché dopotutto, c’è sempre una nuova vita. Solo Varsavia può ambire a significare anch’essa questa essenza, ma per il progetto dei Liars, non ci può essere niente di meglio che Berlino: il luogo perfetto per realizzare la loro poetica, e dunque loro stessi. Non si tratta solo di un pellegrinaggio nei luoghi dove miti di diverse generazioni hanno prodotto delle opere rimaste nell’immaginario del rock, come si possono considerare David Bowie e U2. Anzi, proprio come questi ingombranti precedenti, i Liars giungono a Berlino per fondere il proprio suono con quello tipicamente tedesco, fatto di rumore bianco, industriale, civile e allo stesso tempo marziano. Ricordi di kraut rock aggiungono il resto dei colori a disposizione dei tre newyorkesi nello studio di registrazione Planet Roc, che fornisce assieme ai mercati della città buona parte della strumentazione non convenzionale con cui sono interpretate le canzoni. Drum’s Not Dead sembra un album intorno alla percussione come concetto et musicale et espressivo dei sentimenti. Non si evocano più le streghe, ma si rincorrono le vicende di un personaggio icasticamente chiamato “Drum”. E allora percussioni su percussioni trattate creano dei paesaggi sonori così distanti dal rock anglosassone moderno quanto lo erano i classici kraut rock rispetto a tutto ciò che andava per la maggiore al di fuori dei confini tedeschi all’epoca: un suono e un mondo a parte. Apparentemente giocoso, Drum’s Not Dead è un disco pieno di disillusione che affonda la lama in profondità con trovate improbabili quanto geniali. 

19. Godspeed You! Black Emperor – Lift Your Skinny Fists Like Antennas to Heaven

Il rigetto nei confronti di parte del rock di metà decennio, quello insipido e dissimulatore, è tappa cruciale per comprendere e condividere eventualmente la visione dolorosa e trascinante che Efrim e soci propongono del “cadente o caduto mondo”. Sforzandosi di assegnare un concept ad una musica che avrebbe potuto esprimere chissà quanti altri individuali sentimenti astratti, i Godspeed You! Black Emperor, così come gli stessi Silver Mt. Zion, scelgono – forse egoisticamente – di limitare il campo alla loro propria visione di un periodo storico, quello attuale, che vedono diretto verso la distruzione e la decadenza, indotte da un sistema – capitalistico – destinato al collasso che illude i deboli per arricchire i pochi grandi manovratori. I desolati cortei dei canadesi, costruiti per non essere l’immagine di alcun formato pop convenzionalmente riconosciuto, sembrano piuttosto rappresentare un nuovo modello di orchestra, improntata a disegnare paesaggi lungo lo sviluppo delle sue progressioni soniche, ai bordi del noise e al limite del progressive, ma ad ogni modo cariche di moduli di pathòs non inferiori alle più riuscite performance vocali del rock. Dedicato a tutti i prigionieri del mondo, e alle strade deserte di ogni alba, Lift Yr. Skinny Fists Like Antennas to Heaven sembra volersi più volte protendere verso l’alto, senza mai tuttavia potervisi distendere definitivamente, come richiamato a terra da incombenze o catene troppo gravi e dolorose. E che si tratti di un lavoro da annoverare assolutamente tra le migliori proposte del rock degli anni Duemila, è forse l’ultimo dei propositi cui mirava un gruppo che ha piuttosto preferito badare alla trasposizione in musica delle proprie suggestioni, fino a che queste hanno portato a qualcosa di creativo, anziché adagiarsi su di una formula che probabilmente oggi li vedrebbe padroni e punto di riferimento di un genere. 

18. Aphex Twin – Drukqs

Quello che è certamente l’album più sottovalutato del buon Riccardo Davide Giacomo, è anche la collezione di tracce più ingegnose del suo ormai lungo e intricato percorso artistico. Nelle trenta canzoni di questo doppio quasi passato inosservato all’epoca, come se dopo i Selected Ambient Works e tutto il resto dei successi, Aphex non potesse incidere materiale di altrettanto valore nel nuovo decennio, si spazia fra momenti di isterismo radical techno ad eleganti e necessari intermezzi di pianoforte, senza dimenticare la musica ambient, ça va sans dire. Il linguaggio dei titoli, a partire dal nome della raccolta, è programmatico del contenuto musicale: non siamo in Gran Bretagna, ma da qualche parte, lassù, su Marte. Quindi non può mica trattarsi di un disco facile, da usarsi come mero sottofondo da camera mentre si sorseggia rilassati del buon tè verde: Drukqs esige partecipazione, perché il suo obiettivo è quello di straniare e stravolgere l’ascoltatore innocente, prima carezzandolo con gentili note di pianoforte, a tratti anche orientaleggianti, poi strapazzandolo da una parte all’altra con beat violenti e frustate techno-hardcore. Impossibile restare indifferenti: o si alza bandiera bianca senza terminare l’ascolto, o si sopravvive a caro prezzo. Il tutto accade mentre si è consapevoli di essere in balìa di uno dei geni assoluti della musica contemporanea, perché così non fosse, a metà della seconda traccia “Vordhosbn”, in molti si sarebbero subito chiamati fuori. Invece scegliamo di assistere ai paesaggi extraterrestri che Aphex Twin disegna per noi, convinti che prima o poi torneremo sulla Terra. Drukqs è la collezione più geniale di Richard D. James, è questa la scomoda verità. 

17. Björk – Vespertine

Con Vespertine (il cui titolo provvisorio era Domestika), Björk pone l’accento sull’intimità e l’introspezione, realizzando un disco che si contrappone alla potenza di Homogenic. Suoni tiny(minuscoli), come da lei dichiarato, e melodie dolci e soffuse. L’elettronica e gli archi diventano sempre meno preponderanti, lasciando spazio alla voce che solo in alcuni episodi isolati raggiunge le note dei lavori precedenti (“Pagan Poetry”, “Aurora”, “Unison”), mentre solo nella chiusura del disco troviamo un crescendo musicale che richiama il passato. Sospiri e beat ci lasciano immaginare il ritmo del battito cardiaco di una donna affacciata alla finestra ad osservare una nevicata sul calar della sera, evocando in silenzio paure e gioie di un recente passato, lontana da metropolitane oppressioni. La bellezza di Vespertine non risiede solo nella precisione sonora apparentemente nascosta. Ogni pezzo di Vespertine è a modo suo la sintesi perfetta tra scelte melodiche e liriche, e i veri capovalori dell’artista islandese si trovano fra le note di questo disco dove, senza eccedere in esperimenti vocali, trova la strada migliore per dare un suono alla sua poetica. Björk guarda al suo ego memore dell’interpretazione in Dancer in the Dark e dello sforzo resosi necessario per uscire dal ruolo di Selma. Ha bisogno di quiete e di silenzio, gli unici suoni devono essere le sue emozioni. Riparte da zero e senza tutti quei colori che popolavano il suo mondo (il bianco è il non-colore su cui si basa l’artwork del disco). Vespertine, con la sua poetica freddezza, rappresenta la svolta più drastica nella carriera di Björk ed è in realtà il vero apice della sua carriera. 

16. Interpol – Turn on the Bright Lights

Agli Interpol va riconosciuto l’indubbio merito di aver saputo contestualizzare il lavoro dei già citati Joy Division con modestia, senza bisogno di ricorrere a facili soluzioni stilistiche ed evitando di scadere in un’opera di mera copia. Hanno adattato, se così si può dire, il post-punk al nuovo millennio, alle metropoli che ci circondano tutti i giorni, estrapolando il suono oscuro di quella scena illuminandola con quel tanto di luce che basta per continuare a vivere. Turn On the Bright Lights è un’elegante commistione di new wave, post-punk e un pizzico di shoegaze. Si tendono a fare mille nomi e paragoni quando si descrive la musica degli Interpol, quindi proviamoci anche noi: immaginate gli Smiths impossessati dallo spirito dei Joy Division, gli U2 che suonano i Television dopo aver ascoltato i My Bloody Valentine, e vi sarete forse fatti un’idea di questa musica. Come si suol dire altrove. Niente di nuovo quindi? Eppure questo album suona fresco, coinvolge e paradossalmente non fa rimpiangere la scena musicale che richiama. È vero, ovunque si è gridato al plagio quando Paul Banks ha intonato le prime parole con la sua cupa voce fin troppo simile al Curtis di Unknown Pleasures. Ma si tratta di un rimando, che ricorda al mondo che gli anni ’80 meritano l’attenzione che sembrava scomparsa il decennio scorso. Le tematiche trattate dagli Interpol sono comunque di tutt’altro stampo, quasi all’opposto dei suoni cui si rifanno. Il disagio e l’angoscia che permeavano il post-punk qui non attaccano. C’è voglia di vivere nelle liriche e nella musica, e tutto il disco è un altalena fra un sogno ed una speranza. Gli Interpol ci regalano un album metropolitano teso, a tratti minimale, ma con riff semplici e diretti che s’impongono alle orecchie dell’ascoltatore. 

15. Coil – The Ape of Naples

The Ape of Naples è il sigillo apposto alla ventennale carriera dei Coil, l’ultimo viaggio di Jhonn organizzato dal suo amico Sleazy e guidato dalla sua stessa voce dai toni sciamanici. I brani hanno origini diverse: vecchie sessioni di registrazione, pezzi originalmente rilasciati tramite web e riviste e che avevano solo bisogno di esser rimaneggiati, performance live, abbozzi più o meno avanzati che attendevano solo di essere portati a conclusione. Sleazy si era fatto carico del compito di selezionare, riassemblare e perfezionare il materiale che aveva a disposizione, contando sull’aiuto dei suoi fidi collaboratori e di altri strumentisti in grado di arricchire la gamma di suoni con l’esoticità di duduk, hurdy gurdy, marimba e altro ancora. Il risultato è vario e presenta molteplici sfaccettature, ma la sua essenza è sorprendentemente coerente, a dispetto dell’eterogeneità delle tracce. L’album usciva quindi nel 2005, in piena era Internet; il passaparola ha fatto il resto, e così i Coil hanno trovato un pubblico sempre più vasto. Il punto di forza di un lavoro del genere consiste nell’esser vicino ai gusti di diverse categorie di ascoltatori. The Ape of Naples è quindi in grado di coinvolgere in egual misura e per motivazioni diverse gli ammiratori di Kid A, gli appassionati di musica elettronica, gli ascoltatori rock più attenti e mentalmente aperti, oppure semplicemente gli amanti delle cose belle, aprendo loro una nuova prospettiva su un intero universo musicale sotterraneo. Da “Fire of the Mind” a “Going Up”, The Ape of Naples resta sospeso tra la modernità degli ingredienti elettronici e i richiami ad un passato remotissimo, lasciando l’ascoltatore libero di percepire archetipi da plasmare secondo la propria sensibilità in forme non ben definite, eppure estremamente chiare su un altro livello di coscienza. 

14. Okkervill River – Down the River of Golden Dreams

Protagonista della scena folk rock degli anni 2000, il gruppo di Will Sheff si dichiara più vicino all’approccio degli R.E.M., rock-oriented, piuttosto che a quello del folk vero e proprio. Don’t Fall in Love With Everyone You See aveva richiesto un anno di registrazioni e la band non era intenzionata a ripetere l’esperienza; si sentiva il bisogno di qualcosa di più spontaneo, diretto,sporco. Gli elementi della formula risolutiva furono questi: fuga a San Francisco, Scott Solter dietro il mixer, tempi di registrazione molto più contenuti. “Sailing away never to return, washing clean to start over, fishing and swimming and drowning and all that stuff is floating around in there somewhere”, sono le intenzioni di Down the River of Golden Dreams, così emerso nel 2003. Gli Okkervil River compongono il loro nuovo lavoro strizzando l’occhio anche a John Vanderslice, con un gusto anni ’60 nella scelta di strumentazioni e suoni, ma soprattutto riescono a scrivere un album senza un momento che possa definirsi basso o scarsamente ispirato. Il disco è pieno di gemme che spiccano nella semplicità – a volte assolutamente disarmante – e nella loro spontaneità, da “It Ends With a Fall” a “The Velocity of Saul at the Time of His Conversion”. Gli arrangiamenti di archi, hammond, mellotron e tastiere varie non sono mai fuori luogo né eccessivi, mentre Sheff, colto eppure mai presuntuoso, sembra raccontare stralci di storie tratte da vecchi libri, mentre spezza le frasi distribuendole con eleganza tra i versi, creando melodie estremamente efficaci, di quelle che una volta assimilate difficilmente ti lasceranno. 

13. Sufjan Stevens – Illinois

A prescindere dai suoi contenuti lirici e musicali, Illinois è un disco paradigmatico e di riferimento per tutto il folk americano con ambizioni pop degli anni Duemila. Aggiunge alla formula già vincente di Michigan (splendido, più essenziale, sempre su Asthmatic Kitty, 2003) una coralità spirituale capace di raggiungere anche l’ascoltatore non radical indie. Non che ciò debba per forza essere un pregio, ma di fronte a canzoni innodiche come “Chicago” e “Come On! Feel the Illinoise!” appare clamorosa l’abilità di Stevens nel creare melodie in grado di restare impresse nella memoria. Il banjo, i campanelli, i fiati e tutto il corredo di strumenti creano uno sfondo vivace, invernale se non proprio natalizio, che identifica Illinois – così come buona parte della sua discografia – con un preciso periodo dell’anno. Finisce in vetta a molte classifiche di fine 2005 e ad osservarlo bene oggi, possiede davvero tutti i crismi e la profondità dei dischi chiave. Un vero classico. 

12. LCD Soundsystem – Sound of Silver

Dopo l’elettronica così sbilanciata verso il rock dell’omonimo esordio degli LCD Soundsystem, il nuovo pargolo di Murphy, con i suoi sintetizzatori stavolta predominanti sulle chitarre e i suoi pezzi formato club, era convincente per davvero. Ciò risultava chiaro già dai primissimi secondi di drum machine di “Get Innocuos”, che dava il la al disco scandendo inesorabile l’avvenuto cambiamento sostanziale: tutto diverso, ma secondo un piano ben congegnato. L’ironia a doppio taglio di “North American Scum” colpiva sia gli americani sia gli antiamericani a tutti i costi, e mentre “All My Friends” diventava a tutti gli effetti la nostra “Heroes”, Sound of Silver nella sua interezza elevava gli LCD Soundsystem allo status di nostri Talking Heads: non si parlava più agli yuppies degli anni ’80 sull’orlo di una crisi di nervi, ma ai nuovi giovani adulti dei Duemila, quelli che sentivano avvicinarsi il momento di dover cedere il passo alle nuove generazioni, che sentivano il costante bisogno di scappare da qualcuno o qualcosa (“Time to Get Away”) e sprofondavano in una profonda malinconia nel momento in cui “Someone Great” sarebbe in qualche modo sparito dalle loro vite. Sound of Silver è un passaggio imprescindibile sia per la comprensione delle dinamiche musicali ad alta velocità post anni ’90, sia del pubblico stesso. È da qui che passano e si incrociano, in qualche modo, tutte le tendenze dei Duemila. Ed è qui che possiamo osservare il nostro riflesso, amanti di musica un po’ di nicchia, un po’ incompresi, un po’ schiaffeggiati, un po’ in crisi pensando agli anni che passano e alle persone che vanno e che vengono nelle nostre vite. Non abbiamo ancora ascoltato qualcosa di più brutalmente onesto e allo stesso tempo tanto divertente. 

11. Mastodon – Leviathan

Difetti? No grazie. Questo disco rappresenta innanzitutto un universo musicale e concettuale tra i più affascinanti usciti dalla musica metal negli ultimi anni. È epico senza essere di cattivo gusto. È cervellotico senza essere freddo. Riesce a travolgere ma anche a coinvolgere e (perché no?) a commuovere. È un’opera completa, di quelle che si gustano meglio con la copertina davanti e i testi sott’occhio. Completa e monolitica. S’è notato che nella recensione ci sono pochi o nessun riferimento alle singole canzoni? Ciascuno ha la sua preferita, e generalmente è valida la teoria secondo cui “la canzone più bella di Leviathan è tutto il disco”. Il secondo lavoro dei Mastodon è un’opera di cui capire il mood e gli intenti, più che le singole canzoni. Ed è forse per questo che, pur avendo una compattezza che nel metal non si sentiva da tempo, non è stato ancora recepito/capito/apprezzato quanto meriterebbe. Noi per conto nostro vi consigliamo di gettarvi tra le fauci della bestia, perché Leviathan è il metal negli anni ’00. Ecco, forse il grande segreto dei Mastodon è un po’ un uovo di Colombo: non un batterista un chitarrista un bassista un chitarrista, ma un’unica creatura che suona all’unisono. 

10. Animal Collective – Merriweather Post Pavilion

Il traguardo maggiore di Merriweather Post Pavilion risiede nel fatto che tutti quelli che parlano di musica rock ci si sono dovuti confrontare, soprattutto in Rete. Chi ha seguito con attenzione le uscite del 2009, con ottima probabilità si è imbattuto in quella copertina. Ovvio, non chiedete degli Animal Collective al pubblico di riviste secondo cui il rock è morto vent’anni fa o anche prima. Piuttosto, è anche vero che troppo presto ci si è lasciati persuadere che fosse un album epocale, un capolavoro istantaneo, il disco dell’anno e di fine decennio. Probabilmente in fin dei conti è anche stato un po’ così, soprattutto perché il combo di Baltimora si è rivelato non solo pioniere, ma anche capobanda di una schiera di formazioni americane di alterno gusto (come sempre all’interno di una stessa scena!), rivelatasi moda e corrente artistica con caratteristiche ben definite. La nuova psichedelia ha abbracciato principalmente la East Coast e ha già piazzato un pugno di album di ottima fattura: negare che sia, assieme alla dubstep, la vera novità dell’ultimo lustro, significherebbe non esserci con la capa. In questo contesto, gli Animal Collective sono il modello e la sua variante, il prototipo e la replica canonizzata, in una parola il manifesto concreto di un movimento tanto attuale quanto retrò e dunque chiacchierato. Noah, David, Brian e Josh disegnano la vera arte del sogno con un pastrocchio di colori che sa di infiorata primaverile e di vita nei paesaggi fauvisti: una vera rinascita del colore in musica, senza prospettiva e senza chiaroscuri. Sintetizzatori, cori alla Beach Boys, percussioni improbabili, gingilli e bassi pulsanti… tutto concorre alla messa in opera di un disegno dai molteplici possibili significati che spetta sempre al fruitore – vero proprietario della musica – discernere, in cui però vi è un senso di serenità finale, anche nelle situazioni critiche… “are you / also / frightened?”. Non è una visione per forza allucinata e spinta, anzi si respira a pieni polmoni un romanticismo kitsch che trova nei battimano di “My Girls” come nel fluttuare trasognato di “Bluish” e “No More Runnin” l’immagine migliore di quel paese delle meraviglie di cui fantasticava un uomo chiamato Charles Lutwidge Dodgson. Non è troppo tardi per tuffarsi e nuotare sospinti dalla calda corrente neopsichedelica. I benefici si vedono sulla pelle. 

9. The Knife – Silent Shout

Silent Shout è il terzo album di The Knife, duo svedese formato da Olof Dreijer e Karin Dreijer Andersson, fratello e sorella. Più a fuoco e compatto negli intenti rispetto all’omonimo esordio e al pur significativo Deep Cuts, esso rappresenta senz’altro il picco artistico nella produzione del gruppo. Con il suo electro pop oscuro e angosciante, si colloca, per originalità, a distanza di sicurezza da qualsiasi altra proposta del genere. L’arma per distinguersi dalla massa è l’uso particolare della voce di Karin, che suona finalmente personale, non confondibile, vero e proprio strumento arrangiato, manipolato, stratificato, effettato perfettamente a seconda delle esigenze comunicative di ogni pezzo, come non sempre era riuscito al duo in passato. L’altro elemento di discontinuità con gli altri episodi della loro discografia è l’atmosfera, qui per la prima volta unitaria e capace di contenere la sorprendente inventiva dei fratelli Dreijer, facendo sì che la varietà compositiva e strutturale dei pezzi non intacchi la coerenza dell’insieme. Il resto dei pregi è da dividersi tra il talento melodico dei Knife e la loro abilità tecnica nel plasmare la musica elettronica a piacere; ma queste non sono novità per il gruppo di Stoccolma. L’ambiente algido e inquietante richiamato dalla musica trova complemento nei testi: fortemente allusivi, ma raramente chiari, evocano quadretti surreali e abbozzano storie di personaggi vagamente grotteschi che soffrono disturbi psicosomatici (“Like a Pen”, “From off to On”) e disagio sociale (“Neverland”, “Forset Families”). 

8. Sigur Rós – ( )

Anche la rugiada può parlare. Anche un fiocco di neve può piangere mentre si scioglie. Anche un ramo secco e coperto di brina può prenderti per mano e condurti verso l’alba. ( ). Niente parole superflue, niente scritte, niente colori. Solo il bianco accecante del cielo, il grigio del ghiaccio e il suono che fa il silenzio. Una lingua inventata, l’incantesimo di una fata, della nebbia, di un sogno. Nessun significato marchiato a forza nel canto celestiale che accompagna questi settanta minuti di purezza, solo uno spartito bianco che ciascuno può macchiare con le sue lacrime. Pianoforte, chitarra, batteria, strutture, crescendo, pulsazioni… ( ) è più di tutto questo. si distacca da quell’Islanda concreta, fatta di vulcani e distese di ghiaccio, in cui i Sigur Rós ci avevano accompagnato con Ágætis Byrjun, per regalarci un viaggio in una terra altra, un luogo dell’anima prima che geografico. È un flusso di emozioni, concretizzato in otto movimenti (perché limitarsi a chiamarle canzoni?) di una bellezza e di una purezza celestiali eppur tangibili. Con ( ) i Sigur Rós rinunciano parzialmente alla ricerca musicale per dedicarsi alla ricerca della radice di ogni palpito del cuore. Non crediate per questo che ( ) sia un disco accessibile, non è più facilmente comprensibile di quanto lo sia ciò che proviamo quando ammiriamo un’alba o quando, da dietro una finestra decorata di ghiaccioli, osserviamo un paesaggio coperto di neve. È un paziente lavoro di sottrazione ed essenzializzazione, un ritorno al significato di una nota solitaria o di un canto senza reali parole. Non è corretto chiamarlo disco, piuttosto chiamatela esperienza. 

7. Wilco – Yankee Hotel Foxtrot

Summerteeth era un grande album: avessero mantenuto quel livello compositivo, i Wilco si sarebbero comunque meritati un posto di tutto rispetto nella storia del rock di questi anni. Non tutti possono scrivere dei capolavori dopo altri capolavori, ma la band di Chicago alza il tiro, osa e ci riesce. Per i più infatti il vertice della loro discografia è Yankee Hotel Foxtrot (2002), all’epoca della sua uscita un vero e proprio caso discografico. Si apre coi sette minuti di “I Am Trying to Break Your Heart”, che ripete sempre gli stessi quattro accordi, intorno ai quali però la melodia viene gravemente sporcata da percussioni, riverberi, fruscii.. Il tono della voce è dimesso e costante, non leggero come in buona parte di Summerteeth. Un singolo decisamente atipico che però convince tutti. Il lavoro in collaborazione con O’Rourke porta frutti prelibati, e Yankee Hotel Foxtrot si rivela come l’album cui dovrebbero mirare band che non hanno più nulla da dire con gli alti volumi, senza fare nomi, che pure sono evidenti se si guarda dalle parti di Seattle. Tweedy porta la bandiera dell’indie tipicamente americano: l’avete visto anche con il film dei fratelli Coen No Country for Old Men, che ha fatto raccolta di premi e riconoscimenti: quando l’America si trova di fronte a qualcosa di alta qualità che abbia le accezioni di tipico, tradizionale, country, e quant’altro che le ricordi le proprie radici, applaude in modo convinto e anche fenomeni che nel vecchio continente non riscuoterebbero grandi consensi, diventano dei classici. Si potrebbero far rientrare in questo filone anche i successi della colonna sonora di O Brother Where Art Thou? e perché no, anche i primi due album di Norah Jones. E la musica dei Wilco, appunto, è di alta qualità. Anzi ottima in casi come Yankee. Per questo riscuote il riconoscimento di critica e pubblico. Ma non c’è solo l’America nella musica di Tweedy. Ecco allora i Beatles, che certo sono vivi nelle loro melodie. Per non parlare di alcuni suoni di condimento alle canzoni che arrivano ai confini del kraut rock. In più a fare la differenza in positivo ci sono alcuni brani sensazionali: in questo senso il capolavoro nel capolavoro è “Jesus, Etc.” (“Gesù non piangere, puoi contare su di me tesoro”). Piacciano o non facciano impazzire, questo è un album da conoscere, perché massima espressione di un certo modo di intendere la musica da parte di tante, tante realtà del nuovo continente che pure non riescono ad emergere come è capitato ai costanti Wilco. Ad un paio di mesi dalla sua uscita, è già un classico. 

6. Arcade Fire – Funeral

I canadesi Arcade Fire, capitanati da marito e moglie Win Butler & Régine Chassagne, con il loro approccio bambinesco e dal sapore retrò, con la loro musica bislacca ma dal sopraffino gusto melodico, sono la ventata di aria fresca di cui abbisognava il panorama musicale dei 2000. La personalità di Funeral è il marchio degli Arcade Fire, un ensemble di musicisti che emoziona e si emoziona nel comporre alcune delle più belle canzoni degli ultimi anni, tremendamente originali ed affascinanti nella loro unicità. Canzoni che, ad un primo ascolto, rifuggono la loro intrinseca qualità, se la tengono stretta per orecchie attente: fin troppo facile peccare di incomprensione. Funeral fa della musica il suo strumento di incanto, e arreca una piacevole sensazione di trasporto e libertà che trova espressione e forza nell’esecuzione dal vivo, ma che non manca di emozionare anche su disco. Un’energia sprigionata non dall’originalità della strumentazione (gli Arcade Fire non sono certo i primi ad inserire in un contesto pop l’organo, i fiati o gli archi), ma dall’originalità dell’approccio: vivido, intenso e sentito. Ad ogni nota traspare un amore per ciò che stiamo sentendo, un amore che si mantiene costante dall’inizio alla fine. Il pathos non è mai banale, i sentimenti in gioco vengono comunicati con un’attenzione particolare, voluta sì, ma mai fine a sè stessa. Prende vita, quasi rinascendo per l’ennesima volta, una musica che è un grido spontaneo. Un grido che diventa immediatamente poesia, perché mentre le note ci guidano verso la fiaba, le parole ci prendono per mano, e senza di loro non la vivremmo mai. 

5. Radiohead – Kid A

Non deve essere stato semplice per i Radiohead decidere quale strada intraprendere dopo il successo planetario di Ok Computer, album della definitiva consacrazione innanzi al grande pubblico. La scelta più logica sarebbe stata quella di consolidare la propria posizione proponendo dei gradevoli cloni delle varie “Karma Police” e “No Surprises”. Chiunque al posto loro si sarebbe comportato in questo modo, ma non Thom Yorke e compagnia. Artisti veri, sempre pronti a sperimentare soluzioni diverse e desiderosi di mettersi in gioco e di stupire ancora una volta. Kid A, al pari dell’album gemello Amnesiac, uscito ad appena otto mesi di distanza, è quindi il frutto di tre anni di duro lavoro in studio da parte di una band intenzionata a cambiare totalmente registro e spiazzare nuovamente critica e appassionati. Se non corrisponde sicuramente a verità che i Radiohead siano stati i primi artisti in assoluto a cercare di coniugare musica rock e elettronica, è indubbio che le soluzioni adottate in questo disco, ispirate alla proposta di Aphex Twin e di altri nomi illustri del catalogo Warp, risultino il più delle volte del tutto originali e siano state il pretesto che ha consentito a molti ascoltatori di musica rock di avvicinarsi ad una scena per loro del tutto nuova. Kid A è un disco che parla di alienazione, in cui viene descritta la tragica condizione di un’umanità sempre più disumanizzata e inevitabilmente destinata all’autodistruzione. Il senso di vuoto e perdita di valori è reso in primo luogo attraverso gli spettrali brandelli di melodia e le gelide ritmiche elettroniche che caratterizzano tutte e dieci le tracce che compongono questo lavoro, in cui i Nostri si dimostrano capaci di andare nettamente oltre quello che è il classico formato canzone. L’approccio minimale alla base delle singole composizioni, d’altra parte, coinvolge anche i testi, volutamente oscuri e ermetici. Brani come l’iniziale “Eveything in Its Right Place”, l’arcinota “Idioteque” o “The National Anthem”, col suo incedere terrificante che sfocia in un convulso baccanale di percussioni e fiati, sono oramai a tutti gli effetti dei grandi classici che vantano innumerevoli tentativi di imitazione. Kid A non è affatto un album di elettronica tour court, ma è la porta che dal mainstream dà direttamente accesso ad essa: scusate se è poco. 

4. Tool – Lateralus

Dopo i fasti raggiunti con Ænima nel 1996, bisogna attendere il 2001 prima che i Tool diano alla luce, è proprio il caso di dirlo, Lateralus. Accese questioni legali e dispute con la casa discografica, la Volcano Records, ritardano l’uscita del disco (dispute che sembra siano l’argomento principale in “Ticks & Leeches”, ottava traccia del disco). Nonostante le voci di scioglimento dovute anche al side-project di Keenan, gli A Perfect Circle, il materiale che ne esce fuori è qualcosa di completamente diverso da tutto ciò che i Tool avevano inciso precedentemente: quasi ottanta minuti di musica, con tracce che superano spesso abbondantemente i sei minuti. Si è parlato a lungo di concept album, erroneamente. L’unico filo conduttore che unisce le 13 canzoni è a detta dello stesso Keenan la comunicazione, in tutte le sue sfaccettature. Il rancore, la pazienza, la separazione e più in generale le relazioni tra gli individui sono tutti concetti sviscerati con versi che sfociano spesso nella poesia più che nello shamanesimo, come invece crede qualcuno, magari plagiato da un simbolismo che trae ispirazione dalla mistica orientale, dalle discipline alchemiche e dalla geometria sacra. Il rischio che si corre con una band come i Tool è di prendere tutto troppo seriamente, atteggiamento dal quale i membri del gruppo prendono le distanze, come si deduce dalle dichiarazioni che provengono dalle rare interviste rilasciate. La chiave di lettura è forse contenuta proprio nella canzone “Lateralus”, nel cui noto verso“overthinking, overanalyzing separates the body from the mind, withering my intuition, leaving opportunities behind”, Keenan invita a non prendere tutto alla lettera, ma lasciando sempre aperta la reazione personale alla sensazione istintiva (magari in riferimento proprio all’ascolto della loro musica). E’ anche vero però che leggendo il testo di canzoni quali “Reflection”, seconda parte di una solo presunta triade di oltre 25 minuti composta anche di “Disposition” e “Triad”, è difficile non rimanere affascinati. Quale altro gruppo utilizza metafore quali le fasi lunari per esprimere concetti come l’essere parte di una collettività intrinseca nell’uomo? Se poi questi concetti sono sostenuti da una base musicale senza eguali nella musica moderna, composta di basi ritmiche di tecnica sopraffina – eppure mai auto-celebrative – sempre funzionali al pezzo, un basso che porta riff semplici e ipnotici, con un suono curato nei minimi particolari, e una chitarra che firma il marchio TOOL senza produrre raffiche di note inutili, diventa impossibile non porre questo disco fra i vertici della musica degli ultimi 20 anni. 

3. Panda Bear – Person Pitch

C’è un qualcosa di spirituale nei dischi di Noah Lennox, ed è quella sensazione di panta rei e di resa spontanea alla Natura che le sovraincisioni vocali e un po’ tutto il corredo strumentale che le accompagnano sembrano voler rappresentare. Quella del Panda è una psichedelia distesa e dedicata al sogno quotidiano, ottenuta con un folk strambo e spaziale in grado di riportare direttamente alla dimensione anni Sessanta senza suonare come triste revival. Sebbene la tracklist indichi 7 brani, in realtà ci si accorge presto che “Take Pills”, “Bros” e “Good Girl / Carrots” contengono altre canzoni – tutte clamorose e tutte da intonare in coro – al loro interno. Musica colonna sonora di un modo di intendere la vita, più che per mero intrattenimento pop e men che meno per sfoggio di tecnica o buon mestiere. Realizzato a Lisbona dove l’artista si è ritirato con compagna e prole, Person Pitch riesce ad ipnotizzare con un linguaggio che solo nei migliori Animal Collective è possibile rintracciare, rivelandosi come uno degli album più caratteristici della sua generazione, perlomeno fra quelli riusciti a ricevere riscontro unanime di critica e pubblico indie. A prescindere dall’estasi di Pitchfork che lo elegge disco dell’anno 2007, Person Pitch è una prova cui nessun ascoltatore – hipster, indie-snob, alternativo, modaiolo o semplicemente al passo con quei tempi che sia – si può sottrarre. 

2. ISIS – Panopticon

Alla luce dei più recenti In the Absence of Truth e Wavering Radiant, e del suono che Turner e soci sembrano aver trovato, Panopticon risulta quasi un episodio isolato nella loro carriera. Eppure, l’importanza di quest’opera è invidiabile, tanto all’interno della loro discografia, quanto a confronto con il restante metal e post-metal contemporaneo. Panopticon scivola nel profondo del nostro cuore come un fluido rigenerante, sciogliendosi come un denso liquido di cui non potremo più fare a meno. E’ la riconferma che gli ISIS sono decisamente tra gli artisti più importanti del panorama metal odierno, artisti consapevoli del proprio percorso evolutivo pronti a rinnovarsi ancora. Colorando il post rock di gruppi come gli Explosions in the Sky con sfumature metal, gli ISIS costruiscono ogni pezzo come parte di un viaggio nella paranoia di fine millennio, raffinando la loro tipica distorsione per donare al proprio sound una scorrevolezza micidiale. Con una semplicità non indifferente, lontana da puri virtuosismi tecnici, le chitarre si muovono su note che s’imprimono nella mente, indimenticabili nella loro furia e geniali laddove sono indispensabili pochi ed emozionanti accordi. All’interno di una sola canzone capiterà di perdersi, di ritrovarsi e di smarrire nuovamente la strada, per poi riprendere il nostro percorso al pezzo successivo. La musica ci trascina senza soluzione di continuità, e in lontananza ci accompagnano riferimenti letterari di ogni genere (da George Orwell a Michel Foucault), sempre a sottolineare l’incessante senso di oppressione e le manie di controllo della società odierna. Un concept paranoico, che nulla ha da invidiare allo splendido tema portante di Oceanic, narrato attraverso soluzioni chitarristiche intelligenti e originali, supportate da una sezione ritmica da premiare con lode. È uno dei dischi più rappresentativi del decennio, forse perché va ben oltre il genere metal. 

1. Burial – Untrue

Untrue nasce in un periodo imprecisato, così come imprecisate sono non solo le sue coordinate, ma la sua stessa essenza e struttura: sicura è la data di uscita, anno 2007. Tredici tracce, tutte dai lineamenti scomodi, poco identificabili, eppure, sorprendentemente caratterizzate da una pluri-identità; i solchi su vinile scavati da Burial trovano un’identità forte nella coralità di elementi chiamati a costituire le sue differenti tracks: il campionamento, il cutting, l’upload di frammenti distanti anni luce da un discorso-del-buio vivono armonicamente in un tutt’uno spalmato su beats pieni, tondi, storti: vivi. La scelta o la necessità stilistica di questo DJ-non-DJ fa sì che le note non si stabilizzino su binari ritmici rigidi, arrugginiti, ma, piuttosto, che esse aleggino dinamiche ed errate in combinazioni piene di forza umana, di passione, di calore; la temperatura, appunto, sale nell’oscurità della notte: dalla dubstep fredda, metallica, fatta di pezzi di ferro, di tutto il ferro, anzi, delle ferrovie di Bristol, ad una musica diversa, aliena ma amica, mai così distante da diventare pezzo da dancefloor. Le atmosfere richiamano al fango urbano in cui siamo immersi, incastrati in spazi sociali soffocanti, dove a barriere fisicamente più rigide si sostituiscono note capaci di darci un senso del limite e dell’aperto al contempo: “In MacDonald’s” ci restituisce tutta l’esperienza, dall’estrema chiusura alla paradossale dilatazione del tempo attraverso la leggerezza dell’essere pronunciata dalla musica a prodromo della seguente titletrack, subito ricascante sullo spirito emotivo del brano precedente con il suo incedere compatto. La compattezza e la tenuta dei legami, quasi come una marcia rivoluzionaria, una strada con dei giovani, in rivolta, contro l’amore negato, contro un imprecisato tutto che soffoca l’esistenza; i beats accompagnano l’attacco, con una suadente sensualità, dove il background leggero e quasi onirico definisce lo scontro contro il Falso in termini di lamento: in Untrue-canzone e in Untrue-disco, la marcia di protesta, lungi dall’accollarsi simboli ingombranti, avanza lenta dentro ognuno di noi e si dà come moto interno, nella dialettica fra spazi sociali sempre più agglomerativo-costrittivi e slancio interiore. Non è un caso che ad aprire l’album ci sia una canzone come “Archangel”, un manifesto di struggente bellezza, un incipitale lamento, quasi rilkiano nella frattura fra gli spazi dell’Io e dell’Altro, con la musica che si stratifica costantemente e spesso si inceppa nelle ritmiche, andando a sottolineare uno scratch che dal piatto passa allo spirito: la mano di Burial ci guida ancora, sul nero di un vinile così comune da non diventare mai un’esperienza rara, un vinil bianco, ben confezionato. Quel che appare sintomatico, ad un ascolto vero di Untrue, è l’attenzione sul passo, quello step che non finiremo mai di apprezzare e che fa di Burial il campione incontrastato, il nostro paladino prediletto sui campi di battaglia della musica più smaccatamente rivoluzionaria, nelle scelte stilistiche quanto nei temi sonori e non. Il passo sbilenco e storto, ubriaco e malmesso, infangato: Burial ci consegna una dubstep nuova. Una dubstep che ha scoperto, nei suoi passi, la coscienza. 


Una Playlist di 100 canzoni

Hanno contribuito alla redazione della classifica: Daniele Sassi, Pierluigi Ruffolo, Alessio Dainelli, Umberto Nuovavia, Thomas Borgogni, Giacomo Colombo, Paolo Busetto, Matteo Ragnedda, Denis Bosonetto, Cristiano Marinelli, Antonio Pagano, Valerio Pampanoni, Guido Caputo, Gabriele Ferrari, Sandy Pierpaoli, Ferdinando De Vita, Jacopo Mele, Samuele Venturi, Francesca Scozzarro, Eugenio Giannetta, Manuel Uberti, Giulia Brazzale, Michele Sabbadin, Alessandro Magioncalda, Angelo Barattani, Louis Panetto.

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