Top 10 Made in Italy 2017

Sono diversi anni che quando arriva il momento di convocare la task force per il Made in Italy della redazione di DYR, per fare il punto della situazione e decidere la selezione da suggerire ai nostri lettori, la sensazione condivisa è “anche quest’anno il capolavoro esce l’anno prossimo”.
O almeno, noi non ne abbiamo ascoltati. Rimaniamo ovviamente aperti alle segnalazioni qualora ci sbagliassimo e siamo pronti a cospargerci il capo di cenere mettendoci in ginocchio sui ceci.
In un anno che anche fuori dai nostri confini non sarà ricordato come memorabile, e in generale, da un paio di lustri a questa parte, i dischi che fanno urlare al capolavoro si contano sulle dita di una mano, il Made in Italy non fa certamente eccezione. Siamo fuori dai mondiali di calcio in Russia, d’altronde, e sulla tragedia calcistica causata da Ventura e dalla sua Nazionale è stato detto di tutto e di più. Se vogliamo inventarci una metafora simile, manca il fantasista, l’uomo che inventa l’ultimo passaggio. Ci sarà un motivo se il 2017 è l’anno in cui si è ritirato Francesco Totti, in fondo.
E la tendenza, lo diciamo senza timore, è quella di cui abbiamo già discusso nell’intro alla Top 30 pop-rock, di una scena musicale perduta nel meccanismo un po’ perverso degli streaming Spotify e del disco in vinile che torna alla ribalta per il collezionismo (ma non si sente meglio da CD?). Forse abbiamo sbagliato qualcosa noi ascoltatori, e se è questo l’andazzo ne siamo tutti un po’ partecipi.
Ma noi su queste pagine comunque ci prepariamo ad una gandhiana resistenza passiva e non violenta, che pur sempre resistenza rimane. D’altronde “È una questione di qualità è una questione di qualità è una questione di qualità O una formalità non ricordo più bene una formalità”.
Dopo questa premessa da malinconoia, per citare un altro maestro, veniamo ai dischi, che nel 2017 appena concluso continuano ad uscire, e lo si evince facilmente dalle newsletter con le quali i promoter continuano imperterriti ad inondare le caselle di posta redazionali, con band neonate o progetti paralleli di nomi che negli anni ’90 forse avevano un qualche appeal, ma che oggi lasciano tutti, nel migliore dei casi, indifferenti.
L’annata non ci avrà regalato il capolavoro, lo abbiamo già detto, ma per fortuna ci lascia un discreto numero di dischi che odorano di artigianato di qualità, fatti con sapienza e pazienza, con mestiere invidiabile. Manca forse lo spunto decisivo, appunto. Tornando alla metafora precendente, alla musica pop-rock alternativa italiana mancano i Baggio, i Del Piero, i Totti.
La brillantezza e il genio che spaccano la scena e mettono d’accordo tutti.
Ma come dicevamo prima, lavori ottimi, come A Casa tutto Bene della Brunori Sas, finiscono fuori dalla nostra selezione perché ormai consolidano una discografia di ottimo livello, e arrivano da soli al grande pubblico italiano a suon di dischi d’oro e targhe Tenco. Sono forse segnali di un’opinione pubblica che sta aprendo le porte a qualcosa di alternativo a J-Ax e Fedez, o ai fenomeni da talent? Noi ci speriamo.
Così come ci auguriamo che prima o poi cantastorie di lunghissimo corso come Umberto Maria Giardini e Stefano “Edda” Rampoldi, di cui abbiamo apprezzato anche le ultime fatiche, possano godere almeno di un quarto d’ora di celebrità, perchè se lo meriterebbero sul serio.
Tenuto conto delle diverse dimensioni di audience e finalità del prodotto, speriamo anche che band come i Fine Before You Came continuino a fare dischi come l’ultimo, Il numero sette, perché dimostrano capacità di innovazione ed evoluzione verso stili e colori diversi e con la forte sterzata verso il post-rock hanno dipinto atmosfere degne dei grandi nomi della scena internazionale.
Speriamo poi che arriverà il momento per Carl Brave x Franco126 di prendersi il posto dei vari pseudo-rapper citati in precedenza, perché Polaroid è un lavoro divertente, sincero e che si fa notare, senza strafare, nella scena romana, con un giusto mix di testi e attitudine post-adolescenziale. I ragazzi hanno tempo, cresceranno. L’effervescente scena musicale della Capitale, dicevamo, che tra il nuovo ruffianissimo singolo di Calcutta e l’altrettanto orecchiabile esordio di Gazzelle ha fatto storcere il naso a più di un purista, ma si è confermata anche questa volta particolarmente vitale e ricca di spunti.
Non possiamo poi non sperare che il misterioso progetto dal sapore partenopeo che prende il nome di Liberato dia un seguito ai tre pezzi usciti finora. Dopo il clamore suscitato fra gli addetti ai lavori, e non solo, dall’immaginario dipinto dal video di “Tu T’è Scurdat’ ’e Me”, dove Napoli e il suo dialetto sembrano diventare un tutt’uno con i ritmi pop-R&B ammiccanti e accattivanti del pezzo, ci sono, infatti, tutte le premesse perché il progetto esploda nel prossimo anno.
La speranza di vedere Max Collini dare seguito al progetto Spartiti, che nella passata Top 10 del 2016 era entrato di diritto in classifica, sta invece diventando realtà. Il recente buon EP Servizio d’Ordine, infatti, ne è prova tangibile: le basi post rock prevalentemente elettroniche create da Jukka Reverberi si sposano alla perfezione con le storie mai banali raccontate dal buon Max, tra lotta partigiana, curiosi episodi di vita vissuta e la consueta ironia.
Speriamo infine che anche artisti da noi supportati sin dagli esordi come Casa del Mirto, si possano riprendere dopo un mezzo passo falso, come appunto il recente Monochrome, titolo profetico, in quanto nasconde il maggior difetto del lavoro, ovvero la piattezza e la mancanza di spunti di interesse, pur rimanendo degnamente prodotti e suonati.

Vi lasciamo, dunque, alla selezione dei dieci dischi scelti dalla redazione, rimandandovi, per gli approfondimenti sui singoli dischi o su altri lavori non citati in questo articolo, ai report sul Made in Italy usciti durante questo 2017 appena concluso.

10. Fitness Forever – Tonight. Il disco perfetto da ballare nella notte di capodanno o alla festa della reunion del liceo, senza troppi pensieri. Il progetto che si cela dietro lo pseudonimo di Carlos Valderrama cavalca le schitarrate degli Chic e le voci dei Phoenix con leggerezza, si arricchisce di featuring notevoli e con un pastiche di stili beat-funk rende il napoletanissimo Andrè degno del newyorkese Studio 54.

09. Colapesce – Infedele. Senza dubbio il disco di Colapesce al tempo stesso più complesso e accessibile, a riprova dello stile unico di questo cantastorie di culto e della sua personale visione della musica pop. Tra i pochi in grado di passare con assoluta naturalezza dalle digressioni elettroniche free form dell’iniziale “Pantalica” – senza dubbio il brano nel quale l’influenza di Incani è più marcata – al perfetto motivetto radiofonico di “Ti Attraverso”.

08. Indian Wells – Where The World Ends. Un lavoro che – tra divagazioni ambient e avvincenti cavalcate techno – rappresenta la summa di quanto fino ad oggi proposto da questo stimato producer, che pare destinato a trovare ampi consensi tra tutti gli estimatori di Nathan Fake e di certa downtempo calda e suggestiva, che non disdegna l’utilizzo dei vecchi synth analogici.

07. Andrea Laszlo De Simone – Uomo Donna. Sorprendente disco che si infarcisce di suoni talmente vintage da sembrare troppo derivativo, ma che invece risulta vincente nelle melodie e negli arrangiamenti mai banali e sempre intelligenti. Testi e melodie à la Battisti che incontrano il Morgan buono dei Bluvertigo, con continui fortunati prelievi dal prog-rock e dal miglior cantautorato italiano anni ’70. Provare per credere.

06. Gomma – Toska. L’esordio al fulmicotone di questo giovanissimo combo proveniente da Caserta è stato uno dei dischi italiani più chiacchierati degli ultimi mesi. A dispetto dell’età e di qualche inevitabile ingenuità di fondo il disco lascia trasparire una personalità fuori dal comune e una invidiabile chiarezza di idee, tra ritmiche dispari, dissonanze tipiche di certo math rock statunitense e giri di basso che non dispiacerebbero a Simon Gallup. Le canzoni sono storie di ordinaria quotidianità raccontate gridando o declamando dall’appena diciottenne frontman Ilaria. Il futuro è qui.

05. Fast Animals Slow Kids – Forse non è la felicità. Sono passati sei anni dal debutto, e il nuovo lavoro si inserisce nella scia dei predecessori, non sfigurando accanto a loro. La band ha acquisito una consapevolezza sempre maggiore nei propri mezzi ed arricchito di volta in volta la propria tavolozza espressiva con colori che un tempo non gli appartenevano, da certe divagazione strumentali quasi progressive, passando per le sonorità maggiormente easy listening di importanti realtà della nostra scena indipendente, fino al recupero di riff che rimandando da vicino all’epopea grunge e post-grunge a stelle e strisce degli anni ’90.

04. Baustelle – L’amore e la violenza. Album che rappresenta una sorta di ritorno alle origini, con le sonorità del fin troppo sottovalutato La moda del lento (2003) che tornano qua e là a fare capolino; ritorno al passato che – come è ovvio e giusto che sia – non è invece possibile rinvenire nei testi, più che mai profondi e attuali: l’adolescenza è passata da un pezzo e con essa le sue inquietudini, Francesco Bianconi è adesso un uomo maturo, che rivolge uno sguardo disincantato alla vita e al mondo che lo circonda.

03. Ufomammut – 8. Un disco che soddisfa i numerosi affezionati sparsi per il globo. C’è tutto ciò che ha reso gli Ufomammut una band di culto in quasi venti anni d’attività: l’incedere ostinato, martellante e asfissiante creato dalla sezione ritmica condito dalle grida malapena intellegibili che Urlo lancia fra gli strati sovraincisi di sintetizzatori, alternato a momenti intrisi di calma inquietante, di chiara ispirazione floydiana. L’aggiunta di voci e suoni effettati aiutano la percezione nel suo intero del mastodontico animale preistorico proveniente da altri mondi evocato dal nome della band, che si avvicina con incedere frenetico e violento.

02. Johann Sebastian Punk – Phoney Music Entertainment. Massimiliano Raffa con questo nuovo lavoro si conferma personaggio assolutamente unico nel panorama indie italiano: acculturato, teatrale, volutamente eccessivo, questo artista di culto – da buon adepto di Sua Maestà David Bowie – senza dubbio non pare destinato a passare inosservato. Un disco fuori dal nostro tempo, dai toni scuri e assai complesso dal punto di vista degli arrangiamenti (l’armamentario musicale utilizzato è vastissimo), che trasuda new wave da ogni poro, quella dei mostri sacri del genere che tanto ci piace.

01. Giorgio Poi – Fa niente. Ultimo nome emerso dal sempre prolifico sottobosco dei cantautori italiani indipendenti, Giorgio Poi, al secolo Giorgio Poti, non è in realtà un esordiente assoluto, visto che cinque anni fa era già riuscito a far parlare di sè come frontman e leader dei Vadoinmessico, quintetto di stanza a Londra capace di coniugare delicate melodie pop ad una certa psichedelia soffusa, di indubbia classe. Con il disco solista fa propria la lezione di Tame Impala e Real Estate, riuscendo – novità assoluta – a coniugarla con testi che lo avvicinano ai mostri sacri della nostra canzone d’autore.

 

Amico fraterno di Cagliostro, dopo anni di ricerca spesi ad indagare il microcosmo e il macrocosmo, trova finalmente la materia prima nel mediocosmo. Gobbo di nascita, yorkiano per passione. Gobba? Quale gobba?

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