TOP 10 Band Sottovalutate

10 band sottovalutate? È una buona idea, ma un momento: sottovalutate da chi? Secondo quali criteri? Sicuri che a questi personaggi in realtà non stia già bene lo status che hanno, e che se volessero cercare rogna, non avrebbero le possibilità per ottenere maggiore esposizione? E perché non sono inclusi nella lista i TOPORAGNO, che l’altro giorno hanno spaccato tutto durante il loro set al centro sociale di Tagliacozzo (AQ)?? Io ho la discografia dei MEN autografata e ho pomiciato con Rachel degli Esben quando nel 2005 venne in vacanza in riviera, come fate a dire che sono poco popolari? Ma non ci vorrete mica insegnare i Silver Mt. Zion? Siete coscienti del fatto che, a loro modo, anche i Coldplay e i Muse sono sottovalutati?

OK, tutte domande legittime,.. a cui però non abbiamo la minima intenzione di rispondere. Quindi vi beccate direttamente questa selezione di 10 gruppi ancora in attività che per un motivo o per l’altro riteniamo sottovalutati o da una fetta di pubblico che invece meriterebbero di raggiungere, o dalla critica generale, visto che tanto i dischi non li vende più nessuno, e l’indice di popolarità si valuta appunto coi punteggi di Pitchfork, e al massimo col numero di visualizzazioni su YouTube, con quello di ascolti su Spotify, e con le dimensioni del nome della band sul cartellone del festival estivo di turno.

ESBEN AND THE WITCH. Magari esagerando, ma un tempo dicevamo: “li abbiamo scoperti noi”. Eppure è vero che siamo stati davvero tra i primissimi, ancor prima dell’uscita del debut album Violet Cries, a puntare forte su di loro. Il loro romanticismo gotico applicato a un rock dai toni dark e sepolcrali, seguendo la lezione di Bauhaus e Siouxsie, ma anche di un dream pop tendente all’incubo (Slowdive più che Cocteau Twins), messo su nastro con una purezza d’intenti al limite del radicalismo, è stato ed è una delle realtà più interessanti provenienti dal vecchio Regno Unito in quest’ultimo lustro. L’impressione è che dopo aver tentato di scendere al compromesso della forma-canzone con Wash the Sins Not Only the Face, i tre abbiano sclerato e detto “basta, adesso facciamo le cose come ci vengono fuori, senza raffinarle”. In un senso o nell’altro, sarà fondamentale mantenere quelle melodie drammatiche che li avevano fatti emergere con pezzi come “Marching Song” o “Corridors”.

THE MEN. Sebbene quello di Open Your Heart fosse uno dei migliori omaggi mai fatti agli Hüsker Dü, la svolta per i Men da Brooklyn c’è stata quando si sono liberati del punk rock rumoroso ed esistenziale degli esordi, in favore di un indie rock che incorporasse approcci più classici e country, senza per questo trascurare la componente noise. Il capolavoro arriva con New Moon, un disco registrato in presa diretta in cui convivono in perfetta armonia le anime di Neil Young, J Mascis e Pavement. Anche il successivo e stilosissimo Tomorrow’s Hits ha i suoi meriti, riuscendo a farti vivere l’esperienza del miglior Springsteen anni Settanta senza le conseguenze indesiderate del caso. Pur senza immagine, stampa e social media a spingerli, i Men sono una delle migliori risposte che si può dare a chi “il rock di una volta è morto”.

MIDLAKE. La formazione texana ha vissuto e superato dolorosi cambi di formazione prima di raggiungere l’agognata maturità… vintage. Nato a seguito della dipartita del vocalist Tim Smith, Antiphon è uno dei migliori album filo-Seventies mai uscito dopo gli stessi anni Settanta, eppure la stampa specializzata non si è spellata le mani per un filotto di canzoni davvero evocative e tutto sommato dalle referenze un po’ meno “già sentite” di questi tempi. Se ci aggiungi anche The Courage of Others e The Trials of Van Occupanther, ti rendi presto conto che i Midlake hanno già una discografia invidiabile. Possibile che non possano ottenere più riscontro, nonostante pezzi come “Roscoe” o “Provider”?

MONO. Se il vero senso del concetto di “progressive” nel rock è il voler esplorare percorsi sempre nuovi, e non ancorarsi a schemi preconfezionati, sia del formato canzone che del progressive rock stesso, allora i nipponici Mono sono senz’ombra di dubbio una delle formazioni più interessanti del panorama mondiale dal 2001, anno del loro esordio, ad oggi. Lo stesso post rock acquista un significato diverso e ulteriore se applicato alla loro musica, così atmosferica e ricercata negli spartiti e nella strumentazione, disco dopo disco, tappa dopo tappa della loro storia. Possono risultare un po’ scarichi in alcune fasi, ma se Steve Albini e John Zorn se li sono portati dentro casa, evidentemente la loro musica riesce a destare anche chi come loro non va cercando il già sentito.

OM. Sperare in maggiore popolarità per musica del genere sarebbe utopico, ma quello di Al Cisneros è un progetto talmente a fuoco sotto ogni suo profilo che stupisce sia stato sottovalutato anche dalla critica indie. Basso distorto, batteria e voce – ultimamente anche la chitarra – gli ingredienti fondamentali del suono stoner doom degli OM, che già dal nome tradiscono ascendenti magari confusionari per culti e canti dal sapore (medio)orientale. Anche l’iconografia ortodossa degli ultimi dischi rimanda a fascinazioni esotiche non per forza mature, ma efficaci nel contesto mistico e in ogni caso disturbato delle tracce che compongono album intriganti come Pilgrimage o Advaitic Songs.

PRAWN. Spazio anche per un po’ di sano emo rock con i Prawn da Ridgewood, New Jersey. Quintetto che non ha ancora esplorato tutte le sue potenzialità, ci ha stupito con il debutto You Can Just Leave It All, e si è tutto sommato confermato con il seguente Kingfisher, che pure ampliava lo spettro sonoro e gli espedienti a disposizione. Fanno musica che sconfina nel post rock quando vuole suonare un filo più nostalgica, e post hardcore di fine anni Novanta quando ci vuole dare dentro. La sensazione è che debbano ancora sganciare il grande colpo, o che forse non lo sganceranno mai, ma continueranno, finché riescono a camparci, a fare buoni dischi destinati a chi può in qualche modo arrivare a scoprirli.

SILVER MT. ZION. OK, non siamo qui a spiegarvi chi sono. Ma pensateci: se si parla di band sottovalutate, quale miglior esempio attuale che l’altra band di Efrim Menuck, Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra? Nati come una sorta di spin off dei GY!BE, dopo una prima fase di transizione nella quale la critica ha affibbiato loro un’etichetta di progetto minore e una descrizione che non ha più aggiornato, il combo di Montréal si è poi evoluto in una delle realtà post rock più rilevanti e varie di sempre, grazie all’aggiunta di una prima voce stramba il giusto, cori da community sight-singing, e tessuti folk americani spesso inattesi nel genere. Dove i Godspeed sembravano ancorarsi, i Silver Mt. Zion sono ripartiti, per esplorare rotte che forse nessuno negli anni d’oro del post rock aveva osato navigare. Quando recentemente sono tornati assieme i Godspeed, c’è stato grande clamore, come se tutto il percorso dei Silver Mt. Zion fosse stato di poco conto. Meritavano e meritano ben altro riscontro.

TRUE WIDOW. Trio texano dedito a un rock definibile “stonegaze”, ovvero un ibrido tra lo stoner rallentato e non esageratamente distorto da coprire le melodie vocali di Nicole Estill, e la sensazione shoegaze che viene fuori quando il suono vibra e si stratifica maggiormente. Attendendo il quarto LP Avvolgere previsto per l’autunno, ci godiamo una triade di dischi sensazionali a cui tristemente davvero in pochi hanno prestato ascolto. Negli anni Novanta avrebbero spopolato, oggi faticano ad emergere. State certi però che quando faremo la chart dei migliori 100 album del decennio in corso, un posticino per As High As the Highest Heavens and From the Center to the Circumference of the Earth lo lasceremo di certo.

THE WARLOCKS. Non hanno mai sbagliato un disco, sono spesso stati apprezzati dalla critica (ricordiamo il caso di Heavy Deavy Skull Lover album dell’anno 2007 per varie riviste specializzate, anche italiane), eppure se vai sulla loro pagina Facebook ufficiale trovi appena diecimila persone iscritte. Bobby Hecksher è di Los Angeles e assieme alle varie line up che si sono susseguite ha sempre prodotto un rock acido, drenato, abbondantemente rumoroso e scientemente psichedelico, mantenendo un songwriting sempre ispirato anche dal punto di vista melodico. È chiaro che c’è qualcosa che non va anche nel pubblico indie se non tira neppure una band come i Warlocks.

WOVENHAND. Ovvero l’altra creatura di David Eugene Edwards, ovvero uno dei più profondi ricercatori delle American roots in musica. Pure con tutte le sue puntate verso i territori più tetri e gotici del folk, e con tutti i tentativi di collegare certi suoni alla moderna amplificazione elettrica, il percorso di Edwards dai 16 Horsepower in poi è sempre stato tremendamente rispettoso delle radici della musica americana, e quanto fatto coi Wovenhand è stato dato troppo spesso per scontato e secondario rispetto al progetto originale, come fosse garantito che non potesse più ripetersi ai livelli di Sackloth-N-Ashes o Secret South. Niente di più ingiusto. Andate a vederli dal vivo per convertirvi. 

Mmm… ok, ce ne sono altri. Mettiamoci due bonus bands omaggio per chi ha letto tutto fino a qui.

COLOUR HAZE. La loro presenza in questa contro-lista è più un omaggio a una carriera ormai più che ventennale piuttosto che una dritta per scorprire una delle migliori realtà di rock psichedelico che il vecchio continente abbia mai prodotto. Merito soprattutto del loro album omonimo del 2004, ma anche del successivo Tempel, con cui hanno visto accrescere il numero di adepti al loro culto. Negli ultimi anni Stefan Koglek e soci hanno continuato fare buona musica e a mantenere un’identità coerente al loro percorso. Ci era piaciuto anche She Said.

PONTIAK. Dei tre fratelli Carney abbiamo parlato in più occasioni nella precedente versione del nostro sito, e più di una volta ci siamo trovati ad applaudire la bontà della loro proposta rock. Non avranno i riff alla Black Keys che fanno presa facile anche sul cafone col finestrino abbassato, ma d’altronde il loro è un blues dilaniato dall’acido psichedelico che punta più ai fan di stoner e drone che appunto a chi vuole un blues rock omogeneizzato pronto per il remix da balera. Non hanno neanche i ritornelli e quindi le canzoni che ti restano in testa già al primo ascolto, ma nell’insieme i dischi dei Pontiak hanno tutti la loro ragion d’essere, e in particolare i primi, quelli che tributano maggiormente i Black Sabbath, ci sembrano invecchiare particolarmente bene.

Chi dimentichiamo? Parecchi, of course. Mentre buttavamo giù un po’ di nomi ci è venuto in mente quello che forse è il gruppo di culto per eccellenza di questi ultimi vent’anni, ovvero i norvegesi MOTORPSYCHO. Assieme ai Pontiak potremmo citare gli ARBOURETUM, che tutto sommato provengono della stessa scena e suonano musica improntata su simili coordinate. Passando a un rock più etereo e sensuale, ecco A SUNNY DAY IN GLASGOW, e in campo emo-core… ce ne sarebbero davvero tanti da nominare. Per non parlare di roba glo-fi e witch pop che forse è uscita fuori appena in ritardo rispetto al picco di popolarità di quei movimenti per essere presa in seria considerazione.

E ci siamo concentrati sul rock, altrimenti…

true widow

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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