Tool – Tool

Prendete posto, fate un bel respiro profondo, via il sipario…lights out.

Prima di addentrarmi nel wormhole astrale che è il nuovo album dei TOOL, devo dedicarmi ad alcune speciose informazioni preliminari:

– Non si tratta di un doppio album;
– Non si intitola Decem, né la tracklist è quella che potete facilmente reperire in quel sinistro mondo di zero e uno che è l’internet;
– Il testo con la tracklist e i crediti che ho ricevuto prima del listening party a cui sono stato invitato riporta solo una parola in alto sopra i titoli delle canzoni: TOOL. Da ciò posso desumere si tratti di un self titled o che il titolo non sia ancora rivelabile a noi mortali;
– Non mi è permesso divulgare nemmeno un bit di quanto ho ascoltato, anche perché non ce l’ho!;
– In quel di Las Vegas, dove ci siamo ritrovati per l’ascolto, eravamo in 6 gruppi da 6. Tutti americani, tranne io (italiano), un tedesco e un giapponese. Sono stato sorteggiato nell’ultimo gruppo, quindi prima ci è stato consentito di giocare a poker nella sala adiacente dove per la cronaca, una tipa del West Virginia ci ha stracciati. Il giapponese, che già dal principio sembrava in preda a spasmi di tick nervosi, e che era stato incluso nel primo gruppo di ascolto, si è sentito male dopo venti minuti di airplay ed è stato portato via d’urgenza con l’ambulanza. Ciò ci ha spaventati tutti rispetto a ciò che avremmo ascoltato; 
– Stiamo parlando di una band rock unica nel suo genere, le cui sparute uscite discografiche sono un evento in sé. Ammetto che partivo prevenuto dopo il decennio intercorso dall’ultimo lavoro, 10,000 days, ma le aspettative già dopo un ascolto, sono in ascesa verso la costellazione del Canis Majoris.

TOOL s\t (?)

1- Lucifuge
2- Synesthesia
3- Descending*
4- Conceit of Sisyphus
5- Dance of Meaning
6- The Potlatch
7- Inner Bug Tymbals
8- Dream of the Dreamless
9- Astral Elapse
10- Beliar

*la cui parte finale abbiamo già avuto modo di apprezzarla in recenti live (il resto è caos controllato).

Ci troviamo di fronte ad un gruppo che è riuscito a canonizzare le proprie coordinate di suono e immaginario in una sintesi unica e vi mentirei se vi dicessi che questo nuovo opus suona lontano da ciò che già hanno proposto. È un album dei TOOL e sarebbe assurdo fosse altrimenti. La lunga e faticosa lavorazione del loro quinto full lenght si è materializzata sotto una elaborata forma sonora dove ritroviamo tutti gli elementi noti ma spinti…oltre. Nitido, fresco e rotondo il suono della Les Paul di Jones in certi momenti; solenne, meditativo e sfuggente in altri. Spesso liquido e marziale il basso di Justin Chancellor che si alterna alla batteria come scheletro ritmico del disco. Carey è quello che ormai sorprende di meno, ma sfido chiunque a capire cosa stia facendo nell’unico brano strumentale (Astral Elapse). Per tutti i neofiti della galassia TOOL, ascoltare Maynard così riflessivo e persino dimesso potrebbe risultare una sorpresa. Ma per quanti abbiano compreso le due parti delle Wings nel precedente lavoro e, soprattutto, la svolta Puscifer, questo MJK vi risulterà ancora più caldo ed avvolgente, a maggior ragione quando si diverte a sovra-incidere la propria voce in clamorosi duetti con se stesso. L’umore dell’album, nella prima parte, è alquanto cupo e sebbene il marchio di fabbrica (impropriamente: alternative metal) sia lo stesso, si avverte una sensazione funerea che ben tratteggia i tempi che stiamo vivendo. Da Inner Bug Tymbals, invece, ci si ritrova più vicini al triduo sacro di Lateralus (Lateralus, Disposition, Reflection) ma con qualche novità: i Tool ci hanno abituati, pur con suite di minutaggio non indifferente, a mantenere il pieno controllo della composizione (anche nelle parti più dissonanti e psych). Qui, altresì, pare che Jones si sia spinto a qualche fugace irrazionalismo compositivo che si deve etichettare come nuovo approccio. Anche gli inserti elettronici, che zampillano diffusamente tra i pezzi, sembrano più a fuoco rispetto ai precedenti tentativi (Intension), sebbene non sia il loro pane. Tutto ciò sfocia nella considerazione che il certosino lavoro di amalgama è uno dei motivi per cui abbiamo dovuto, con multiforme pazienza, attendere così a lungo. C’è spazio, com’è ovvio, per digressioni tribali e arabeschi sonori. Dance of Meaning si apre con la voce di Mike Patton che recita in spoken word su temi religiosi prima in inglese, poi come fosse posseduto in portoghese, spagnolo, italiano, fino a che impazzisce e inizia a sbraitare nuovamente in inglese, e arriva anche Maynard a urlare assieme a lui, prima di un assalto sonoro che giusto i Meshuggah. Forse l’unico pezzo che lascia realmente perplessi. 

Chiariamoci: l’effetto sorpresa non può esserci per una band come i TOOL che è in giro dal 1990, ma questo ultimo capitolo riserva sorprese e brividi a matrioska. Sono composizioni non solo mature ma anche connaturate allo stile di Jones & Co. che prendono le note, le selezionano e le sottopongono a intensive sedute di DMT e Ayahuasca, prima di coagularle in una miscela che, alla faccia dei detrattori, è senza tempo: come la classica e certo jazz non fine a se stesso.

Siamo nel 2016 e la musica avrà anche preso direzioni lontane dalle coordinate dei TOOL, ma basta seguire le molteplici linee di senso delle liriche di MJK per comprendere quanto la band losangelina sia ancora in grado di interpretare il presente trascendendolo nella propria visione: esoterica, oscura e, perché no, farsesca. Potrò apparire passatista e\o integralista ma al riff introduttivo di Lucifuge o The Potlatch viene giù tutto, vi ho avvisati. Beliar, infine, è per tutti voi che non ci avete creduto abbastanza.

101

p.s. tutto questo è successo solo nel nostro mondo interiore. Be patient. Breathe in Union. Assist Us. Whatever.

Laureato in filosofia con una tesi sull'Elogio della Lentezza nel laurearsi in filosofia, passo la giovinezza su un albero, il che rendeva più che altro difficile cibarsi e comunicare. Ho usato una volta sola la macchina del tempo e son finito qui e ora. Non mi piace, preferivo prima.

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