Tool – Fear Inoculum

Tool – Fear Inoculum

In queste ore tutti stanno sentendo il bisogno di esporsi su Fear Inoculum, il nuovo e infinitamente atteso album dei Tool. Oltre gli onniscienti blogger, YouTuber e tuttologi de sto caz, quotidiani generalisti che non vendono più una copia e profili social di personaggi pubblici decaduti in cerca di attenzione provano a fingersi sul pezzo. Statene certi: loro non hanno atteso quasi cinquemila giorni prima di ricevere il seguito di 10,000 Days.

Ora, ci sarebbero decine di questioni da evidenziare e approfondire, e che per motivi di spazio oltre che di sede non opportuna, è bene che il fan appassionato e potenzialmente pericoloso vada a sviscerare nel temibile 3rd Eye Forum, che in questo mese ha sballato le 27 mila visite uniche (segno evidente dei numeri che possono fare i Tool anche in Italia). Proviamo tuttavia ad abbozzare una prima recensione di questo qualcosa di cui ci sentiamo pronti di scrivere (sai com’è, un po’ la conosciamo questa band…), anche sapendo che una sentenza rapida su un loro disco non può mai essere centrata in pieno.

È piuttosto palese, già durante il primo ascolto, che Fear Inoculum non è l’album di Maynard. Il suo gioco effettivo è al minimo storico, e ciò è una novità assoluta in questa band di musicisti così straordinari, tra cui tuttavia emergeva sopra a tutti il talento e il mistero del suo cantante. Ci sono tante formazioni contemporanee ai Tool con strumentisti tecnicamente e stilisticamente formidabili. Nessuna ha però avuto un vocalist e paroliere altrettanto – e per così tanto tempo – ispirato e capace di forgiare assieme a straordinarie melodie anche il concetto, la poetica e quindi l’immaginario della band. Tra quattro fuoriclasse, nei Tool ce n’è stato uno che ha trascinato il gruppo a essere qualcosa di più, ovvero a essere i Tool. In Fear Inoculum, invece, sembra che siano i suoi compagni a trascinare lui al dentro della vicenda. Maynard aggiunge le sue parti, poi torna nell’ombra, conscio e forse d’accordo col fatto che stavolta la ribalta non spetta a lui.

Uno può vederla in più modi: sono i compagni di squadra che non gli passano spesso la palla, avendogli preparato un ambiente ostile in cui è difficile inserire più vocalismi di quanto fatto (il lavoro è nato da lunghe jam session a cui lui non ha quasi mai partecipato, nelle quali gli altri hanno armonizzato tra di loro, prevedendo eventualmente le loro parti soliste, ma non molto spazio per le melodie vocali); è Maynard che ponendosi il problema delle esibizioni dal vivo in cui non riesce più a fare il mattatore come un tempo, ha scelto di lasciar cantare gli altri; o forse la versione più probabile, ovvero che questo disco è esattamente quello che doveva venire fuori, con buona pace di Keenan, e cioé l’evoluzione naturale per andare oltre e non ripetere la precedente formula. A suo modo tuttavia anche egli è cresciuto e ha sviluppato un umore diverso rispetto al passato. Stavolta è distaccato, disgustato, demotivato, freddo, cinico. Non è più compassionevole né allucinato, non è neanche sarcastico come sempre in passato. 

Proviamo ad andare di track by track quindi, lasciando fuori gli intermezzi non presenti nell’edizione compact disc, che in ogni caso non ci sembrano così essenziali come altri in passato.

Fear Inoculum. La traccia che dà il titolo all’album ha sia riacceso le antenne di chi si era ormai arreso durante l’attesa infinita, sia spaventato i fan rimasti vigili, che l’hanno trovata un filino troppo referenziale. Si tratta in effetti del brano più lineare del lotto, quello in cui ciascuno dei quattro recita la parte che ci si aspetta da lui. Non ha certo il tiro di Vicarious che aveva anticipato 10,000 Days, né i vari livelli di interpretazione che cercavi di decifrare in Schism (anteprima di Lateralus), ma nel contesto di Fear Inoculum funge bene il suo ruolo naturale di apripista. Risulta un compendio di quanto avvenuto in precedenza: recupera chiaramente il suono di Lateralus, e alcune soluzioni stilistiche di 10,000 Days. E a proposito di Maynard, ce lo ripresenta limpido ed etereo come mai prima nei Tool. Ci sono i soliti incredibili cambi di tempo guidati dalla sezione ritmica, in cui, ripartendo da Right in Two, Danny Carey riesce ad amalgamare il tabla alla sua portentosa batteria e ai suoni campionati che ha collegato al drumkit. Fa un po’ il compitino Adam Jones invece… La immaginiamo aprire anche i prossimi concerti, con entrata sul palco a uno a uno dei quattro.

Pneuma. Undici minuti che volano. La prima traccia rimasta totalmente inedita delle 7 finite nell’edizione CD, in quanto mai suonata dal vivo né anticipata sui canali ufficiali, conclama il ritorno alle sonorità dei primi anni Duemila. Qualche libero pensatore del web aveva dato a Joe Barresi fin troppa rilevanza rispetto alla resa sonora dei Tool, per i quali si occupa più che altro di effettuare le operazioni di mixaggio. Se nei crediti avessimo trovato il nome di David Bottrill (il produttore di Lateralus), avremmo facilmente creduto alla presenza del suo tocco. In realtà sono i Tool ad autoprodursi e a scegliere il suono che vogliono quindi, e Pneuma può richiamare Schism inizialmente, ma già prima della conclusione del primo ascolto ci si rende conto che si tratta di un pezzo che estende notevolmente quella lezione intricata per svilupparsi su altre coordinate. Al sesto minuto si arresta e ricarica con un respiro di scuola progressive rock anni Settanta al cui culmine si reinserisce il ritornello di Maynard: è per momenti come questo che si è aspettato così tanto.

Invincible. L’amicizia di Adam Jones con Kirk Hammett non poteva che portare a un’influenza chitarristica che a questo punto speriamo sia reciproca (ammesso che i Metallica siano ancora in grado di produrre musica commestibile, ovviamente ci crediamo poco). La splendida introduzione della sei corde sa tanto di (buon) metal anni Ottanta infatti, e si sviluppa come tema dell’intero brano che nella prima metà vede protagonisti anche Justin Chancellor e soprattutto un commovente Maynard J. Keenan con un testo che oltre agli stessi Tool può riguardare tutti i fan che sono cresciuti, maturati e quindi invecchiati con loro in tutto questo tempo. Di nuovo gli anni Settanta e scelte affini al mondo del prog nella seconda parte, con sintetizzatori e filtri vocali che potrebbero far storcere il naso a chi ama principalmente i Tool aggressivi ed extended grunge degli esordi. Strepitosa e piena di dettagli la performance finale in cui sugli scudi è di nuovo il drumming di Danny Carey. Eppure, nonostante le novità di suono e soprattutto stilistiche descritte, questo è il brano di cui più facilmente ci si appassiona durante i primi ascolti. Si era preparati per questo, e le esibizioni della scorsa estate avevano già anticipato che si sarebbe trattato di materia di ottima fattura.

Descending. Un basso reminiscente di Giving Birth to a Stone dei Peach (la sottovalutata band del giovane Justin Chancellor) introduce a quella che per chi scrive è la vera traccia cardine di Fear Inoculum. Il sintetizzatore-virus, il pedale dell’harmonizer, i numerosi gong, il basso arpeggiato più vicino al pick-up che al capotasto, i filtri vocali dal tono alieno, le ambientazioni di Lustmord, e numerosi parti solistiche sono gli ingredienti che rendono Descending la canzone più piena di carattere e poetica tooliana della nuova offerta. Notando anche le liriche di Maynard, il fatto che non sia stata posta in chiusura del disco lascia aperta la speranza di un ulteriore capitolo della saga. Dal vivo era sembrata inconcludente, non in grado di rendere il capolavoro di arrangiamenti ed espressione riflessiva che invece è.

Culling Voices. Un sintetizzatore, poi una, due e quindi tre chitarre montano la base su cui Maynard salmodia rispondendo, apparentemente, alle accuse che gli erano piombate addosso da parte di personaggi senza volto della rete – dei mitomani – a cui tuttavia molte fonti avevano inizialmente creduto dandone risalto nelle proprie testate, sebbene non ci fosse alcun riscontro dei fatti. È il brano in cui viene lasciato più spazio al cantante, e quel “Don’t you dare point that at me” è il verso che per primo ti entra in testa di questo album. Arrivati a questo punto è chiaro che manca totalmente l’ironia, componente altrimenti sempre presente da Opiate in poi. I nostri sono serissimi, gelidi, disgustati come non mai in Fear Inoculum. Nella seconda parte la faccenda arriva a caricarsi fino ad esplodere, costringendoti a scuotere il capo al ritmo incalzante dei tre. Un brano di atmosfera che diventa una valvola di sfogo per la rabbia di MJK. 

Chocolate Chip Trip. Più che una mera esposizione di tecnica, più che un assolo alla Moby Dick o una visione alla Larks’ Tongues in Aspic a cui pure sembra concedere omaggio nei primi movimenti, e soprattutto più che un intermezzo tra un viaggio e l’altro, i quasi cinque minuti di CC Trip aggiungono tensione e scleramento al già preoccupante stato delle cose esposto fin qui. Ci aspettavamo da parte di Danny Carey un ulteriore passo verso l’elettronica abbozzata in Intension, così non è stato.

7empest. Non abbiamo ancora decifrato il concetto del 7 (c’è dell’altro oltre al discorso dell’andamento e della velocità delle composizioni? Forse no), ma di questa canzone di oltre quindici minuti si fantastica da diversi anni nelle comunità online dedicate ai Tool. Si tratta chiaramente di una serie di movimenti fondamentali per giudicare il valore di questo nuovo lavoro, e di certo una delle canzoni più avvincenti nella storia della band, forte dei suoi assoli prolungati che ne fanno un viaggio prog metal tutto nuovo, laddove invece Rosetta Stoned – la traccia a cui alcuni l’hanno inizialmente paragonata – era sì più allucinata ma anche volutamente referenziale rispetto all’intero percorso della band di cui si poneva come anti-summa. 7empest è l’approdo progressive, lo stadio finale a cui sono arrivati i Tool finora. È il brano che sposta il confine più in là, laddove era lecito aspettare che giungessero dopo tutti questi anni. È naturale che ciò sia avvenuto, semmai dobbiamo accordarci se 7empest – anche valutandone il contenuto lirico che non ci sembra definitivo o di epitaffio come invece Descending e Invincible – è la canzone che può segnare degnamente la fine di questo percorso, o se come speriamo si tratta di un’ulteriore tappa intermedia raggiunta.

Fear Inoculum è l’album che i tre volevano fare, e con cui Maynard si è trovato a combattere come mai prima per inserire le sue parti. D’altronde, sua colpa, se non ti trovi lì mentre nasce, mentre avvengono le jam, mentre si evolve la scrittura, poi diventa difficile per gli altri togliere una loro bella parte di strumento, su cui è difficile mettere sopra la melodia vocale. Chi crede che la dimensione ideale dei Tool siano brani più compressi come Jambi o Aenema, non riterrà Fear Inoculum all’altezza del passato. Chi invece è aperto a whatever may come da parte loro, facilmente rimarrà contento dell’identità di questa nuova uscita.

Nell’insieme, per come la vediamo noi, è un album che ci sta, che porta discretamente avanti il loro percorso musicale, e che magari può dare la spinta ad altre band, nuove e meno nuove, a fare buona musica di nuovo. Speriamo infatti che questo LP dia coraggio a chi fa rock più o meno pesante per riprovarci con serietà, in quanto dimostra che si può ancora esplorare se stessi, vendere tanto e ricevere gli omaggi della stampa con musica così apparentemente fuori moda.

Semmai se c’è un problema evidente, sciolta la questione Maynard, è quello relativo alla quantità di materiale che abbiamo ricevuto dopo 13 anni. Queste nuove tracce sono tutte valide, sono un passo avanti, ma sono troppo poche, per quanto lunghe e intricate. 80 minuti di musica non sono sufficienti a questo punto, per chi non è fan dell’ultim’ora e ormai, crescendo con loro, ha maturato una coscienza musicale molto ampia, non limitata ai Tool: questo doveva essere un doppio album. La questione è semplice. Non ci potrà saziare a lungo Fear Inoculum, serve entro due, massimo tre anni un rifornimento. Ce la faranno ancora?

 

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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