The National – Sleep Well Beast

The National – Sleep Well Beast

Abbiamo impiegato più del previsto per questo verdetto su Sleep Well Beast, settimo album in studio a firma The National.

Ah, subito un disclaimer: tranquilli, in questo articolo saremo in grado di cavarcela senza scrivere mai “i The National”, un’aberrazione che fa male all’udito di chi la ascolta.

Ci perdoneranno i fan più radicali di Berninger e compagnia del gemello, ma in questo pezzo sembreremo smorzare l’entusiasmo nei confronti di un gruppo che in realtà dalle nostre parti apprezziamo enormemente, di cui possediamo la discografia completa, e che molti, in Redazione, hanno visto dal vivo più e più volte, in Italia e in giro per l’Europa.

Per prepararci all’uscita di Sleep Well Beast, abbiamo ripercorso tutto il loro percorso, dagli esordi ancora un po’ acerbi, al più recente Trouble Will Find Me, un albo che ci era piaciuto sì, ma con moderazione, non apportando molto di nuovo – leggi niente – alla formula perfetta trovata nei due capitoli che l’hanno preceduto. I National sono una grande, grandissima band ragazzi. Ma per quanto ci riguarda, non raggiungono i vertici emozionali di nomi a cui è comunque legittimo accostarli come R.E.M., Radiohead o Wilco. Perché il valore di Boxer e High Violet è altissimo, e vicino a quello dei migliori di questi tre. È chiaro che sono destinati a una carriera lunga e di via via sempre maggiore popolarità come lo sono diventati nel tempo i Pearl Jam o gli stessi Wilco, ma a nostro modo di sentire, gli manca e gli è mancato finora qualcosina per raggiungere un livello superiore e finale. Gusto personale, ci mancherebbe, ma ecco, se dovessimo dire, non hanno dischi che sballano i novanta centesimi come invece li hanno i nomi citati. Ci pare rilevante questo discorso perché dopo quattro lavori obiettivamente molto riusciti, da Alligator (2005) in poi, e considerando anche che di questi ultimi dieci-quindici anni sono sicuramente tra le band più importanti del rock mondiale, a questo punto il discorso è se i National sono o non sono al livello di certi fuoriclasse assoluti. Essendo questa una recensione a bocce ferme di Sleep Well Beast, al momento propendiamo per la sensazione che no, non hanno raggiunto quello status. Hanno sicuramente sopravanzato gli Interpol e gli Strokes, ovvero formazioni a cui erroneamente venivano accostati agli esordi. Sono in una forma migliore degli Arcade Fire – ok, ci vuole poco – che però prima di svalvolare e di virare verso un becero mainstream, hanno sia fatto in tempo a sbancare, sia a mettere al mondo un albo come Funeral.

Per buttarla in termini di classifica TOP 100 … gli Arcade Fire, i REM, i Radiohead, i Wilco… hanno tutti dischi da primi dieci posti di fine decennio. I National, anche quando metteremo di mezzo High Violet, no. Insomma, magari continueranno a eccellere, però resteranno lì, sopra agli Interpol e sotto ai Wilco e agli Arcade Fire. Vi diremo di più, in America i Fleet Foxes sono as big as The National ormai. 

Nel loro percorso i National hanno sempre dato piccole scosse di assestamento al loro suono, trovando la quadra con Boxer e High Violet (più diretto al punto il primo, più confezionato con classe il secondo), ma fondamentalmente se imputiamo a gente come Pearl Jam – per esempio – di non saper andare oltre certe cose, dobbiamo anche dire che per quanto abbiano molta classe, i National sono ancora più piatti. Sono bravissimi, prendono spesso 30, ma senza lode.

Questo nuovo disco doveva uscire dopo High Violet. Hanno impiegato sette anni per fare questo bel saltello. Grande eleganza, buone melodie come sempre, non c’è motivo per cui qualcuno che li ha apprezzati e ha acquistato i precedenti, possa snobbarli adesso che provano pure a rinnovarsi. Sleep Well Beast lancia un segnale particolarmente doloroso. Parte della desolazione proviene dalla sua pesante dipendenza dai sintetizzatori (si è parlato di influenze trip hop e modalità Depeche Mode per descrivere il nuovo sound). Stavolta Matt Berninger sembra sconfitto e silenzioso, soggetto a una routine di commiserazione che manca di un qualsiasi barlume di ottimismo.

Nelle prime giornate di ascolto, abbiamo cercato di capire quanto fosse effettivamente bello, e abbiamo compreso che più di così ai National non si poteva chiedere. Cioè, non è che ti possono passare da quanto hanno fatto in precedenza, a chissà cosa di diverso. Più di questi arrangiamenti con elementi di musica elettronica molto basica non si può chiedere. Non è nelle loro corde e possibilità spingersi oltre. 

Tante altre soluzioni non si vedono. Gli archi e le soluzioni più sinfoniche le avevano già usate. Gli arrangiamenti classici o classicheggianti li hanno prodotti al meglio con High Violet. Le chitarre più ruvide e potenti non gli si possono chiedere adesso che hanno sballato i 40 (l’unico nuovo brano che prova a ricordare i tempi di Alligator è “Turtleneck”, che in mezzo alla tracklist sembra quasi un contentino ai vecchi fan). Con il nuovo provano a entrare in una nuova dimensione, ma sono sempre in tempo a tornare indietro. È giusto che abbiano preso questa decisione, perché onestamente un altro Trouble Will Find Me non gliel’avremmo comunque fatto passare. 

La produzione, tuttavia, maschera alcune carenze nelle canzoni. A mente fredda possiamo dire che in Sleep Well Beast non ci sono pezzi del livello dei loro migliori, e che per quanto omogeneo nella qualità, ciò influisce sulla godibilità di ascolto. Forse è proprio l’elettronica che non lascia venire fuori del tutto la melodia? La qualità media è molto buona, ma non cercate una nuova “Bloodbuzz Ohio”, una “Mistaken for Strangers”, una “Demons”… perché non la troverete. A meno che vi accontentiate di una già strasentita “Day I Die”. Sembra che abbiano scritto le nuove canzoni da un mezzo riff di chitarra, e poi modulato la melodia sopra i beat elettronici. L’eleganza, anche grazie alla voce di Matt, c’è sempre, tuttavia in termini di songwriting qualche dubbio si fa evidente dopo i primi ascolti.

Descritto così sembra Kid A. Invece è meno elettronico di quel che può sembrare a primo impatto. Ma c’è anche meno chitarra del solito, e quella che c’è… purtroppo non fa sognare. Tipo il singolo “The System Only Dreams in Total Darkness“… quel riff di chitarra che resta sotto per tutta la traccia, non ci sta bene per niente. Il limite – e qui i fan si incazzeranno – è che i National sono meno grandi musicisti di quello che magari si dava per assodato. Ma essere ottimi compositori è una cosa – e i ragazzi di Cincinnati indiscutibilmente lo sono – essere grandi musicisti, in grado di aggiungere sfumature e dettagli alle canzoni, è un’altra. Il batterista Bryan Devendorf è davvero forte, gli altri, soprattutto i gemelli chitarristi e polistrumentisti, non sono fenomeni. Non sono i Wilco o i Grizzly Bear o i Pearl Jam, per dire. I Dessner hanno un gran gusto come arrangiatori, ma mancano di qualità tecniche in grado di rendere un filo più imprevedibili e oblique le loro stesse composizioni. 

Le chitarre in particolare lasciano molto a desiderare in questo nuovo disco quindi. In passato almeno riuscivano a tirare fuori begli arpeggi da cui nascevano o su cui Matt costruiva le melodie. Adesso né ciò, né fanno bene il contorno alla base electro. Anche il basso non è mai protagonista. Non che lo debba essere, però in un disco come questo dove ci sono meno tonalità alte (leggi meno chitarre), poteva emergere di più. Invece niente.

Dispiace rompere i coglioni proprio a loro, ma al di là del fatto positivo che osa più del precedente, questo settimo LP mostra i limiti tecnici di una band che – forse – eravamo convinti fosse ancora più brava di quello che è. È anche vero che cominciano a non essere più di primo pelo e i loro colpi grossi li hanno piazzati con Boxer e High Violet. All’epoca, in effetti, ci esaltammo.

Stiamo cercando il pelo nell’uovo, però ecco. I National sono come una gran bella automobile, senza optional. Immaginate una BMW esteticamente fantastica e con molte funzionalità di serie, ma con nessun extra.

Crediamo che abbiano ancora grande gusto, ma limiti tecnici per argomentare oltre quanto già fatto in passato. A riascoltarli, i National sono più creativi con gli arrangiamenti che con le singole partiture degli strumenti. 

Nonostante queste bastonate, Sleep Well Beast si prende un voto discreto, perché non si può neanche essere ipocriti: fosse stato il debutto di una nuova band americana, un disco del genere si sarebbe preso chissà quali votoni. Invece il nostro giudizio è più rapportato al loro percorso generale, e quindi proporzionato ai rating che avremmo dato ai loro episodi migliori che, altrettanto onestamente, danno oltre dieci punti a Sleep Well Beast.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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