The National – I Am Easy to Find

The National – I Am Easy to Find

Un album di adult pop fatto come si deve. Questo è I Am Easy to Find, ottavo long playing dei National (tranquilli, non troverete scritto “i The National” in questa recensione).

Ne abbiamo già discusso più volte, e ora che indugiamo sull’argomento, sembriamo avercela su con questa band che invece merita tutto il successo commerciale che continua ad avere, anche in Italia. Forse proprio la frustrazione di non vederli eccellere nuovamente o diversamente da quanto proposto ormai dieci e passa anni or sono ce li fa sembrare meno fighi e meno rilevanti di un tempo. Anche il loro nuovo linguaggio, fatto non solo di canzoni ma anche di posture e dichiarazioni un po’ radical chic, e un po’ da borghesi democratici, di certo non aiuta. Ci sembrano invecchiati di colpo, come stanchi di essere i National, che pure non è che facessero punk rock a 130 km/h.

Ora c’è I Am Easy to Find, un lavoro ben pensato, che denota anche una visione di fondo condivisa e che si potrebbe pure definire coraggiosa, tenuto conto di alcuni movimenti di smarcamento dal passato, compreso quello più recente di Sleep Well Beast che aveva avviato l’evoluzione. I National sono nell’età che si avvicina ai cinquanta, e piuttosto che proseguire con lo stile consolidato che – come dimostrato con Trouble Will Find Me – gli viene bene anche inserendo il pilota automatico, hanno mirato a un pop che guarda all’indie con distacco intellettuale, e chiede ai fan di maturare in fretta in questo senso. Altrimenti, se non si è pronti al cambio di programma, rivolgersi altrove: i National un nuovo Boxer non lo vogliono fare, né se la sentono o sono in grado di virare con forza verso un rock più ruvido e chitarristico, come ai tempi di Alligator, che sta alla loro discografia ormai come The Bends sta a quella dei Radiohead. I National di oggi vivono la musica da una veduta molto più ampia (e riflessiva). Questo ottavo full lenght sembra voler dimostrare quanto vasto è lo stato dell’arte in cui credono.

Al contempo, uno può apprezzare che Matt si faccia da parte per completare le performance delle ospiti femminili, ma può anche faticare a riconoscere la band che aveva amato. In questo senso, bei pezzi “So Far So Fast” o “Oblivions”, ma diteci che cosa c’entrano coi migliori National. Sembra più Berninger che viene ospitato da un altro gruppo, a cui il nostro si è messo al servizio per aggiungere il suo tono grave e vissuto.

Se la maggiore novità risiede nel rivoluzionato impianto vocale, il motore di I Am Easy to Find sono semmai i fratelli Devendorf, ovvero la sezione ritmica, ovvero i musicisti magari meno alla ribalta eppure di maggiore tecnica individuale. Le migliori cose che troviamo in queste sedici canzoni ruotano attorno alla performance della batteria e del basso, più che delle chitarre e delle tastiere. Bryan Devendorf in particolare dimostra di saper evolvere il proprio suono e assecondare altri stili con gusto, sia quando viaggia coordinato alle basi digitali, sia quando in tempo dispari sposta accenti a destra e sinistra rendendo più complessi alcuni brani altrimenti piuttosto didascalici.

La qualità media è piuttosto omogenea, e a tratti molto buona: non troviamo nuovi inni o pezzi che non potrebbero mancare in un best of. “Rylan” è un contentino per i fan sfornato nella sua ennesima replica, mentre la titletrack e la conclusiva “Light Years” sono le due tracce più identificative del disco, che verrà ricordato per queste melodie molto blande, cantate all’unisono da Matt Berninger con le sue amichette Lisa Hannigan, Sharon Van Etten, Mina Tindle, Gail Ann Dorsey (per anni bassista nella band di David Bowie), Kate Stables, e il Brooklyn Youth Chorus.

Il punto quindi è capire se si è maturati (o invecchiati?) al punto di voltare pagina con loro, o se per quanto delicato e ben studiato nei dettagli, il nuovo corso vi ispira più di uno sbadiglio. 

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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