The Horrors – V

The Horrors – V

Nel forum di DYR abbiamo fatto le lastre al quinto disco degli Horrors, intitolato laconicamente V. Ed è vero che stiamo diventando di uno snob radicale e alternativo che non si sopporta. Nel senso che da quelle parti siamo differenti rispetto agli utenti che hanno popolato le comunità online delle altre webzine negli ultimi dieci, quindici anni. Infatti, al contrario di altre note riviste musicali amatoriali – perché non ci paga nessuno per fare quello che facciamo – non proveniamo da comuni radici new wave, né tantomeno da origini classic rock anni Sessanta e Settanta. Ci affascina in taluni casi, ma non siamo lì per quanto accaduto nella stagione new e dark wave del rock. Siamo una cricca di appassionati che pur adorando i Joy Division, i Depeche Mode e i Talking Heads, si è conosciuta grazie all’onda lunga degli anni Novanta migliori, quelli di Slint, Radiohead, Tool, Nine Inch Nails e Slowdive. Da queste basi siamo andati in avanti e a ritroso per scoprire il resto.

Quando ci siamo appassionati per Primary Colours, al punto di arrivare a piazzarlo tra le prime posizioni della nostra TOP 100 degli anni zero, probabilmente esagerando, sentivamo di aver scoperto una band inglese che non aveva paura del rumore e delle distorsioni shoegaze, o di provare a cimentarsi con l’eredità kraut. Poi all’uscita di Skying, pur essendo dovuti scendere da quel muro di suono, è stato illuminante aver finalmente trovato un pugno di canzoni che avevano vinto l’oscurità e con successo raccontato stati d’animo positivi e luminosi. Proprio Luminous, il precedente albo di Faris e compagni, ci è presto parso come il più classico dei dischi di passaggio, di quelli che si dimenticano in fretta perché se ti va di ascoltare gli Horrors, allora metti su gli altri, nell’attesa che eventualmente tornino a brillare con un nuova pubblicazione.

Le aspettative per V erano onestamente medie, ovvero ci si attendeva qualcosa di rielaborato e più vigoroso, ma non un altro picco di intensità, seppure fosse chiaro seguendo i loro profili social che i ragazzi erano ancora in fase di esplorazione e quindi di apertura verso nuove possibilità, strumentazioni, concetti sonori. Ed è sicuramente vero che un album dark brit pop – così ci viene da definirlo – come questo è merce rara nel panorama britannico attuale. In fondo ci sarebbe poco da fare gli intellettualoidi: gli Horrors hanno fatto tutto quello che dovevano fare, e le nuove tracce appaiono at first glance formalmente inattaccabili. E con loro non si parla certo di rockettino radiofonico e democristiano alla Coldplay. 

Certo, per levigare il suono, smussare gli angoli e provare a rendere più appetibili le melodie di Badwan, sono andati a scegliere Paul Epworth, il produttore di Rihanna, Florence and the Machine, Adele, Maximo Park, ultimi U2,… come a voler bilanciare le soluzioni più audaci. V è molto denso e non certo semplice da inquadrare pienamente con un paio di ascolti, ma si notano subito alcuni particolari. Anzitutto che la durata media delle tracce è ben al di sopra dei cinque minuti, cosa non comune nel rock da cui provengono gli Horrors. In secondo luogo che sono migliorati molto nell’utilizzo dei sintetizzatori e a volte, come in “Hologram”, ci si divertono parecchio. I veri protagonisti del disco sono in effetti i due tastieristi, Tom Cowan, e Rhys Webb (che è anche bassista), tanto che arrivati a questo punto è Faris a risultare l’elemento che frena la piena evoluzione del gruppo. E non si dica che un cantante non può evolversi più di tanto perché non è vero. Ed è fermo nella sua comfort zone più per posa che per limiti vocali.

V dimostra che gli Horrors non si sono accontentati dei primi successi e hanno continuato a studiare dai grandi per tirare fuori i suoni giusti, che siano di natura industrial, kraut, shoegaze o synth wave. Ogni album è stato differente dal precedente. E badate bene, gli Horrors non sono una versione facilitata di quegli stili, ma una versione del pop sofisticata da quelle cose. Perché fondamentalmente fanno pop, non sono mica i Throbbing Gristle. Allo stesso tempo, per quanto la loro proposta sia inconsueta nel panorama brit odierno, non bisogna neanche esagerare con i titoli, perché in V non c’è pericolo, anzi è tutto calcolato fin troppo bene.

Effettivamente, oltre al dubbio sulla reale qualità delle melodie di Faris (ma è legittimo che in un disco ci siano tre-quattro pezzi da best of, e altri buoni ma non altrettanto illuminati), un po’ della questione voto finale gira attorno al fattore sincerità. Gli Horrors sono e un tempo erano una band dai toni scuri, sicuramente di base new e dark wave. In questo quinto LP sembra che stiano un pochino forzando questa tenebrosità, e infatti dopo due album positivi, questo ritorno all’oscurità dei primi due capitoli non convince pienamente, ma sembra più una dovuta costrizione, un atteggiamento rispetto alla musica più che una sincera espressione dello stato d’animo del cantante o men che meno di tutta la band. E di fatto, queste nuove canzoni risultano meno tetre di quello che nelle loro intenzioni dovrebbero essere. OK, non ci sta bene niente, né quando ammettono di essere fiduciosi né quando forse fingono di non avercela fatta. Tecnicamente, però, V resta un disco molto buono. Un tempo questo non poteva essere detto. “Tecnicamente…” e subito si pensava agli sbrodoloni del progressive. Oggi si può valutare la qualità della ricerca sonora nel rock degli Horrors, che è davvero profonda, ed è controbilanciata solo dalla scelta di un produttore molto mainstream. A volte, semmai, queste tecniche appaiono piazzate in mezzo alle canzoni a mero scopo dimostrativo, come nell’intro di “Machine” o nell’assolo di “Ghost”, che risolve un’andatura stanca e priva di sviluppo. In altre sono il vero motivo di interesse visto che come detto, Badwan risulta piuttosto prevedibile ed asciugato.

Il senso dell’esistenza degli Horrors può essere paragonato a quello degli Echo & the Bunnymen, con la differenza che intorno a loro non c’è il contesto new e dark wave dei primi anni Ottanta. Sono una band che ha buone capacità di evolversi, alcune ottime canzoni (le migliori del nuovo lotto sono a nostro avviso proprio “Hologram” che apre il disco e “Something to Remember Me By” che lo conclude) e ormai una buona reputazione di musicisti seri e appassionati. Manca in V quella foga espressiva che ce li aveva fatti apprezzare, ma prima o poi, chi fa rock alternativo di professione deve fare i conti con l’età adulta. V è l’album della maturità per gli Horrors. E noi in fin dei conti siamo un po’ maturati, mica tanto, con loro.

Nota a pie’ di recensione. Un centesimo in meno nel voto finale perché una copertina così brutta non si vedeva dai tempi di The Miracle dei Queen.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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