The God Machine: Band by the Roadside

Chula Vista, California. Ronald Austin e Albert Amman sono solo due giovani liceali quando decidono di cominciare a strimpellare insieme per puro diletto. Totalmente ignari della profondità del loro talento, sin da subito scrivono la loro musica, senza partire dalle cover dei loro mentori come tende a fare una grossa fetta delle neonate band: gli bastava liberare il loro flusso di coscienza per lasciar fluire spontaneamente le note, con una naturalezza disarmante. Decisi a fare sul serio, reclutano la voce di Robin Proper-Sheppard e finiscono per ritrovarsi tra i piedi il suo inseparabile amico Jimmy Fernandez. Quest’ultimo, inizialmente dedito ad un ruolo puramente contemplativo, comincia a suonare vari strumenti mostrando un talento inaspettato quanto cristallino, finchè non prende il mano quel basso che di lì a poco andrà a costituire il tassello mancante e il fulcro di un sound ancora ai primordi.

Con la provvisoria denominazione di “Society Line” si ritrovano in breve tempo negli Arachnid Studios a registrare sei tracce per la loro prima Demo, che gli vale le prime attenzioni da parte delle etichette locali e soprattutto numerosi concerti in rapida successione, grazie ai quali raccolgono i primissimi consensi sotto forma di una solida fan base. Ma l’idillio finisce ben presto: Sheppard decide di trasferirsi a New York per espandere i propri orizzonti musicali e affinare la tecnica, lasciando la band orfana della sua voce e della sua guida. I tre rimasti, non considerando neanche per un istante la possibilità dello scioglimento si mettono subito alla ricerca di un nuovo cantante. Ma dopo appena sei mesi, un rinnovato Sheppard di ritorno dalla grande mela persuade gli altri che solo affrontando un lungo viaggio e confrontandosi con le ultime sensazioni potevano essere in grado di tirar fuori il meglio dalle loro capacità. O meglio, tutti tranne Amman, che fa la sua scelta di vita decidendo restare con la sua ragazza e di prendersi finalmente quella laurea in psicologia.

god-machineOrfani di uno dei fondatori ma non meno determinati, i tre partono consapevoli che difficilmente rivedranno il giardino di casa: passano per Texas, Westminster, New York e infine Connecticut, finché non decidono di accettare l’invito di un manager della Happy Mondays che aveva promesso di aspettarli a Manchester con la penna in mano per firmare il loro primo contratto. Il sound che aveva colpito il lungimirante scout dell’etichetta era già profondamente mutato dalla perdita di Amman e dalle esperienze americane. I tre arrivano armati solamente dei loro strumenti e senza un soldo in tasca, e nonostante prolungati sforzi non riescono a trovare il loro manager, finché in barba alla poca generosità della sorte partono per Amsterdam. Gli anni Novanta, annunciati dal botto di Bleach, erano ormai alle porte, e al contempo i sempre più defilati Talk Talk avevano già gettato le basi del post rock con il capolavoro Spirit of Eden. L’occasione più ghiotta per perfezionare la formula del loro sound arriva proprio nella Venezia del Nord, ove incontrano un ragazzo londinese che si offre di ospitarli nella sua abusiva dimora di Camden. Nel corso di un anno abbondante in cui riescono finalmente a stabilirsi, i tre cominciano a sfornare nuovo materiale e decidono di cambiare il nome della band in “The God Machine”, ispirati con ogni probabilità dal romanzo fantascientifico del 1968 del prolifico scrittore statunitense Martin Caidin, e sotto questo nome il 23 gennaio 1991 suonano al loro primo concerto al Falcon di Camden.

the-god-machine-scenes-from-the-second-storeyCapaci di professare un rock industriale che strizza l’occhiolino a un certo Zen Arcade, riuscivano come pochi altri a rapire i fortunati astanti passando rapidamente da disperate cantilene gotiche a sonorità più dure e dirette, incorniciando il tutto in un ambiente lirico minimale, desolato, che mai si concede il sollievo della speranza. Dopo un brevissimo rapporto con la Eve Recordings, circoscritto all’unico EP Purity, nel 1992 firmano con la Fiction, che i fan ricorderanno come la loro etichetta storica. Dopo un anno e qualche altro EP di preparazione, esce finalmente il loro esordio Scenes from the Second Storey a riscuotere il convinto apprezzamento della critica, senza riuscire tuttavia a raggiungere il grande pubblico. L’album inizia con la nenia difficilmente comprensibile di “Dream Machine”, che improvvisamente si trasforma in un riff durissimo. Queste le prime parole declamate, come un vero manifesto:

“Talk to yourself
Listen, because no one else will”

L’ascolto è tutt’altro che leggero: Scenes from the Second Storey va affrontato tutto d’un fiato, per ritrovarsi ogni volta totalmente in balìa delle note, proprio come doveva accadere ad un fortunato avventuriero che si ritrovava per uno strano gioco del fato al secondo piano di quel malandato palazzo in cui i God Machine suonavano. Vi basterà inserire il cd nel lettore per immergervi nella Londra di quel periodo, asfissiati dalla forza di “She Said”, o magari in preda all’ipnosi di “Desert Song”. Ma non lasciatevi mai ingannare: se qualche volta riuscirete ad intravedere una luce di salvezza, sarà solo per brevi istanti e da molto lontano. I God Machine non vi mostreranno mai la fine del tunnel, e “It’s All Over” ne è forse la conferma definitiva.

the-god-machine-one-last-laugh-inSul finire dell’anno il trio si trasferisce a Praga e inizia subito a scrivere e a registrare nuovo materiale nel seminterrato dell’Obecni Dum, forse l’edificio più rappresentativo della città. L’ispirazione offerta da quelle mura cariche della storia della Repubblica Ceca si rivela fruttuoso, tanto che in brevissimo tempo le idee per il nuovo album vengono fissate e messe in pratica. Ma purtroppo, neanche questa volta la dea bendata si schiera dalla loro parte: il 23 maggio del 1994, subito dopo il termine definitivo della registrazione e del mixaggio, Jimmy Fernandez viene trasportato di corsa all’ospedale dove i medici si trovano a fare i conti con un’emorragia cerebrale. Jimmy entra in coma e muore quello stesso giorno, a causa di un cancro al cervello mai diagnosticato in precedenza. Il titolo del secondo LP non lascia spazio all’interpretazione: One Last Laugh in a Place of Dying esce e si erge ad ultimo atto dei God Machine, se possibile è ancora più struggente e rassegnato del suo predecessore, rimanendo più o meno sulle stesse coordinate, ma contraddistinto da un sound ormai raffinatissimo e consolidato dall’esperienza e da una più spiccata narratività. Le drammatiche circostanze che inevitabilmente riaffiorano alla memoria ogniqualvolta ci si ritrova davanti la minimale copertina di questo disco, aggiungono una componente malinconica in qualche modo acuita dagli scenari industriali che ritroviamo intatti.

Sheppard e Austin si rendono subito che continuare senza Jimmy non aveva alcun senso, e rassegnati sciolgono definitivamente la band. Il primo fonda l’etichetta Flower Shop e dà vita a una nuova band, i Sophia. Oggi ancora in piena attività, contano ben sette album all’attivo (di cui il migliore resta forse il primo, Fixed Water) e numerosi tour. Ronald Austin invece decide di rimanere a Londra per dedicarsi alla sua altra grande passione, il cinema. L’improvvisa uscita di scena di un gruppo che aveva sempre voluto evitare i riflettori, finì per coincidere con un oblio possibilmente ancor più immeritato se si guarda a dischi dello stesso decennio che vengono tuttora strombazzati come capolavori e che non possiedono neanche una briciola della veracità e della qualità che hanno caratterizzato la breve avventura di questo gruppo. Tant’è vero che ad oggi nessuno si è sognato di ristampare i due album, che sono ormai diventati roba da collezionisti e per chi, come noi, non ha la benché minima intenzione di riporre i God Machine nella soffitta della memoria.

Scenes from the Second Storey (1993) 87/100

One Last Laugh in a Place of Dying (1994) 83/100

A swollen magpie in a fitful sun. Eterno indeciso, il migliore acquisto che abbia mai fatto è un ipod classic da 160GB.

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