The Flaming Lips – King’s Mouth

The Flaming Lips – King’s Mouth

La morale che ti lasciano i primi due ascolti integrali di King’s Mouth, nuovo LP dei Flaming Lips, è che la roba quella buona di cui ti sei giovato per abbellire le cose, per vederci più lungo e per essere ispirato nell’arte come nella vita, a un certo punto smette di fare effetto, e – speriamo di no – ti fa pagare il conto con gli interessi. Wayne Coyne e compagni sono riusciti a mettere al mondo musica straordinaria, specialmente a cavallo tra i due secoli, ma ormai da troppo tempo sembrano diventati le macchiette di quel che furono. Purtroppo, è il caso di ammetterlo, i Flaming Lips che amavamo sono finiti. E probabilmente, lo scoppio è da datarsi circa dieci anni or sono, ovvero nel post-Embryonic, ultimo grande disco della band.

Non bastano gli slanci emozionali di Coyne e qualche pezzo scritto alla chitarra acustica a salvare un altro album senza né capo né coda, in cui le scelte di carattere psichedelico risultano solo di cattivo di gusto e quasi mai funzionali a uno stile compositivo che sembra aver perso se non il lume della ragione, l’ingegno nella follia.

In King’s Mouth i Flips sono ancora visionari e indomabili, ma non trovano gli arrangiamenti giusti per canzoni che solo raramente, nello scheletro, sembrano avere le carte in regola per evolvere in registrazioni del livello che vogliamo da loro. Basta prendere “All for the Life of the City”, ovvero la migliore del lotto assieme alla conclusiva “How Can a Head”, per rendersi conto di cosa hanno combinato, di come non riescano più a mantenere le buone premesse di un motivo musicale. Figurarsi quando le tracce nascono da sessioni registrate all’impronta – questa non è mai stata e mai sarà una jamming band – e non filtrate a dovere prima di essere passate in studio di registrazione. Troppo facile produrre musica così, non altrettanto raggiungere buoni risultati con essa.

E anche quando i brani sono più facili o appunto acustici, non reggono il paragone con il passato medio recente (pensiamo a pezzi easy listening come “Vein of Stars”, “Evil” o perfino “Children of the Moon” con i Tame Impala: tutt’altro spessore).

That Ain’t My Trip. Ci sta il non capire in che trip sono rimasti intrappolati, non si capisce però per quale motivo uno dovrebbe mettersi sotto e cercare di entrarci. Non è Dark Side of the Moon che stiamo ascoltando e va bene, ma appunto neanche un Embryonic. Se proprio bisogna mettersi in viaggio, che la meta sia una destinazione gradita e la poltrona sia comoda, altrimenti meglio starsene tranquilli a casa, sorseggiando una tisana depurativa e con il gatto raggomitolato sulle cosce.   

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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