The Flaming Lips – American Head

The Flaming Lips – American Head

Wayne Coyne aveva i boccoli bianchi già ai tempi di The Soft Bulletin, per questo, oltre che per il lungo percorso alternativo da cui provenivano, non ci saremmo mai aspettati che i Flaming Lips sarebbero rimasti in pista per i due decenni successivi, finendo per riemergere con il loro miglior album dai tempi di Embryonic (2009) al termine della prima ondata del covid-19. Per dirla tutta, il nuovo American Head offre alcune delle melodie più efficaci che la vecchia volpe di Oklahoma City abbia mai inciso su nastro, tanto che il primo impatto può addirittura – ed erroneamente – far gridare al capolavoro. Già perché la formula che simbolicamente si innesca con uno scatto ai primi secondi dell’iniziale “Will You Return / When You Come Down” risulta buona per tutte e tredici le tracce del disco, e il pensiero che si possa trattare di un’opera al livello delle più iconiche del gruppo, ormai datate almeno 2002 (Yoshimi Battles the Pink Robots) ti carica come non mai a terminare il viaggio per stabilire se è realmente così, e se quindi siamo tornati tutti un po’ più giovani, assieme a loro.

Nuove droghe hanno sortito gli effetti desiderati sull’ispirazione di Coyne, Drozd e Ivins (il nocciolo storico del gruppo, assieme al produttore Dave Fridmann), o se preferite, la dieta a base di acqua ha purificato il corpo e lo spirito dei nostri, restituendoceli finalmente in forma, dopo oltre un decennio di sbornia che ha sortito più cazzeggi che produzioni rilevanti. Non facevano più notizia i Flaming Lips, non riuscivano più ad attirare le attenzioni per la musica, quanto solo per le stramberie sul palco e le collaborazioni con personaggi del mainstream più radiofonico. Ma sono riusciti a restare colorati e freak il giusto, invecchiando meno precocemente di altri loro coetanei. Ecco, in questi ultimi anni Wayne Coyne e la sua band sono arrivati a un pubblico rock generalista e social che quando è andata bene è andato a vederli dal vivo e ha seguito una loro playlist su Spotify, ma che di certo non verrà mai a capo di album seminali per il rock alternativo americano come Clouds Taste Metallic (1995) o The Soft Bulletin (1999). Ora, con American Head, i Flaming Lips tornano a parlare a chi li ha amati per i giusti motivi.

Tuttavia troppe delle nuove canzoni sono talmente lineari che mancano di quelle deviazioni sonore o divagazioni dal formato pop che risultano, in alcuni casi, perfino cheesy. Le tastiere organizzano l’orchestrazione di sottofondo, mentre i software digitali che siamo abituati a trovare nella loro musica sin dai tempi di The Terror (2013) riempiono di dettagli sonori la metrica di composizioni nate con la chitarra acustica o suonando accordi al piano (con i Beatles come primo e fin troppo ovvio riferimento). Ci sta tutto, e ad avercene di dischi così, solo che la facilità melodica finisce per rendere fin troppo sciolto e allentato l’ascolto. Di conseguenza, American Head potrebbe durare meno di quanto si spera, e se se ne fa una sbornia iniziale, si rischia di finirselo troppo presto, per poi tornare solo sui brani che convincono di più. Per quanto ci riguarda, questi sono il promo singolo “Flowers of Neptune 6”, la doppietta “Mother Please Don’t Be Sad” – “When We Die When We’re High”, che da Sgt. Pepper’s passa a Dark Side of the Moon senza farsi troppi problemi, e la conclusiva “My Religion Is You”, grazie allo splendido arrangiamento di Steven Drozd, e nonostante un testo banalotto che ti dovresti aspettare più da un Noel Gallagher qualunque. Funzionano nella seconda parte anche la politicante “Assassins of Youth”, e il duetto con la figona di turno – come da tradizione negli ultimi dieci anni ormai – in “God and the Policeman”. Meno bene la già sentita e un po’ puerile “Mother I’ve Taken LSD”, con cui erroneamente pensano di far ancora ridere.

Per il resto, il senso di nostalgia per un passato spensierato e di impotenza al trascorrere degli anni pervade tutto American Head con un tono accomodante, intento involontariamente a chiederti di unirti al sentimento, coi tuoi ricordi di fanciullino. È un album straordinario se si pensa al fatto che la band è in giro da metà anni Ottanta, ed è incredibile l’ispirazione melodica di questa band di bambinoni dell’Oklahoma, che proprio non ci sta ad invecchiare. I fan ne possono andare fieri.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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