Il terzo testamento di Sufjan Stevens

It’s been a long long time since Futile Devices ha dettato la linea. Sono già tre anni interi da quando Sufjan Stevens ha pubblicato il suo ultimo album di inediti a suo nome, Carrie & Lowell. Ed è già comunemente condiviso che si tratta(va) di un (altro) capolavoro. Sembra uscito ieri, non è vero? Forse perché in mezzo ci sono stati, in ordine sparso, il Live registrato a Charleston e pubblicato anche in dvd (aprile 2017), il side project Planetarium con Bryce Dessner dei National e altri compari (giugno 2017), la raccolta di outtake e remix The Greatest Gift (novembre 2017), la colonna sonora di Call Me by Your Name (novembre 2017), con relativa performance agli Academy Awards, e infine il singolo dedicato a Tonya Harding (dicembre 2017). In tutte queste pubblicazioni, l’esercizio in cui il nostro si è applicato maggiormente è quello formulato per la prima volta con Futile Devices, e poi concretizzato definitivamente nell’intero Carrie & Lowell, passando per alcune tracce nel box natalizio Silver & Gold (2012), tipo Justice Delivers Its Death.

Futile Devices è il brano di apertura del controverso The Age of Adz (autunno 2010), ovvero il disco in cui Sufjan Stevens abbandona il banjo e le divagazioni progressive folk di Illinois (2005) per tentare ibridazioni tra acustico e digitale, e quindi tra sintetizzatori e chitarra unplugged. La ricetta sonora, le impostazioni del mixer e dei filtri in cabina di regia del Sufjan che abbiamo apprezzato anche successivamente nascono in quei due minuti di musica. Non che precedentemente non avesse mai suonato un pezzo in cui protagonisti sono soltanto la voce dimessa e la chitarra acustica arpeggiata, ma la configurazione dei volumi, del microfono della voce e del relativo filtro, e anche qualche tocco di fino giocato qua e là come condimento, tipo le note di pianoforte, sono del nuovo Sufjan da Futile Devices in poi, e del suo vecchio testamento in brani come quelli di Michigan (2003) e Seven Swans (2004). 


Non è un caso che chi ha compilato la colonna sonora di Call Me by Your Name abbia voluto inserirvi proprio un remix Futile Devices: l’umore e l’immaginario della tanto celebrata Mystery of Love non è per niente distante da quell’iconica canzone. Semmai la questione è che ormai questa regola di produzione sembra partorire canzoni troppo simili tra di loro, come se ci fosse un software con marchio registrato che il nostro utilizza per riprodurre quel suono e quelle sensazioni. È musica pop di alto, altissimo livello, ma le troppe uscite successive a Carrie & Lowell cominciano a far risultare il tutto un filo stucchevole. Quel cucchiaino di zucchero di troppo di Mystery of Love, e l’esibizione artefatta agli Academy Awards – con St.Vincent di spalla… altra talentuosissima artista che sta un po’ esagerando con il culto della personalità – possono preoccupare per quello che potrà essere un nuovo LP di inediti che a quest’ora poteva già essere pronto. Anche nei pezzi di Planetarium in cui è di Sufjan la voce protagonista, o nella splendida canzone per Tonya Harding (che per altro ha confermato di essere un’idiota dichiarando di non volerla neanche ascoltare), per non parlare delle outtake da Carrie & Lowell … la paletta è la medesima. Anche quando non c’è la chitarra. Anche perché cantando tutto sottovoce, tutto diventa simile. E spremendo troppo le cose, come nel caso di The Greatest Gift, finisce che non esce più fuori niente. Dopo il live, non c’era bisogno di quella raccoltina di scarti e remix. Era meglio un EP di appendice per la riedizione di Carrie & Lowell, con soli quattro brani inediti che vi figurano. 

Per questo crediamo che per il prossimo album servirebbe una qualche svolta di suono. Adoriamo Sufjan Stevens ma sembra sia rimasto intrappolato in questa configurazione sonora che gli ha reso grandi applausi (è lui il Bob Dylan della nostra generazione, rendiamocene conto tutti che… non gli è inferiore!). Forse dopo aver giocato con l’elettronica e resettato quasi tutto con C&L, il prossimo passo sarà quello di ripristinare la vicenda baroque pop interrotta con Illinois, anche perché c’è rimasto poco da sottrarre alla formula di Futile Devices. Oppure chissà, qualcosa di totalmente nuovo. Speriamo non manchi troppo.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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