Swans – The Glowing Man

Swans – The Glowing Man

Lo sostenevamo già all’uscita di To Be Kind: gli Swans sono una delle poche certezze rimaste a chi vorrebbe campare di musica rock alternativa; uno dei pochi brand che non può tradire, che non si svende, e che non manda tutto a puttane con pubblicazioni buttate là tanto per avere la scusa per partire in tour e incassare quanto più possibile.

Se come da lettera d’intenti The Glowing Man è l’ultimo disco con la formazione che abbiamo conosciuto dal 2010, è giusto celebrare anche il grande lavoro di Norman Westberg, Christoph Hahn, Thor Harris, Christopher Pravdica e Phil Puleo in accompagnamento dell’ascetismo torturato di Michael Gira, in particolare negli ultimi tre LP che a questo punto formano una clamorosa e massiccia triade di doppi album, uno più visionario dell’altro. Una Grande Opera che incute timore e devozione.

È ovviamente alto il rispetto che si deve a tomi fondamentali del rock come i celebratissimi Children of God o White Light from the Mouth of Infinity, ma non biasiamo chi arriva a domadarsi se gli Swans migliori, alla fine, non siano stati proprio questi dell’ultima illuminata formazione. Di certo tutti gli orfani di altra musica tetra, pesante e più o meno obliqua persasi per strada negli ultimi anni o divenuta di colpo innocua per i più disparati motivi – in primis la senescenza dei protagonisti – trovano ancora posto sul treno notturno senza fermate degli Swans. The Glowing Man rappresenta infatti la discussione della tesi avanzata con le domande di The Seer e le risposte di To Be Kind: un passaggio mistico su territori sconosciuti e impossibili da inquadrare con una sola etichetta, che abbassa i toni, bonifica le crepe, porta la croce mentre canta religioso rivolto verso non si sa quale direzione. È da una parte un peccato, dall’altra giusto concludere qui il percorso di questa versione della band perché tutto, anche ciò che in realtà è elemento di stacco con i due precedenti lavori, appare come il già preventivato finale della storia. Tutto bello, tutto possibile, manca solo il miracolo. 

Più di una traccia sembra voler trovare a tutti i costi una conclusione spirituale alla storia, e quando l’atmosfera risolutiva viene finalmente raggiunta, questa non è così rivelatrice come era lecito sperare dopo tutta questa strada fatta assieme. Alcuni brani svoltano e partono in marcia, ma alla fine non portano da nessuna parte, anzi, si rimane esattamente dove si aveva iniziato con The Seer o forse addirittura My Father Will Guide Me up a Rope to the Sky. Il fascino c’è, qualche dubbio rimane.

Non una critica per ridimensionarne il valore, perché questo è comunque un doppio tutto da sviscerare e godere nei dettagli che inevitabilmente continueranno a venire fuori anche dopo molti ascolti, piuttosto un’annotazione che sta a significare il legame inscindibile tra gli ultimi capitoli della saga Swans, assieme ai quali The Glowing Man forma un’entità unica. Preso da solo, onestamente ci pare l’episodio più incompleto dei tre. 

Aspettiamo di capire quale potrà essere la fase successiva. Se una pubblicazione solista per Gira (probabile), se un ritorno dei sottovalutatissimi Angels of Light, se un ulteriore nuovo progetto, o se, chissà, la nuova formazione degli Swans è in realtà già pronta per mettersi in marcia.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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