Swans – Leaving Meaning

Swans – Leaving Meaning

Leaving Meaning è il quinto album (e il quarto doppio!) degli Swans pubblicato durante il decennio che volge al termine. Alla vigilia del loro primo vero second coming, ovvero ai tempi dell’uscita di My Father Will Guide Me up a Rope to the Sky (settembre 2010), nessuno poteva immaginare una simile prolificità per una band che tornava dopo quattordici anni di iato e che ha inciso il suo LP in una lontana galassia sonora datata 1983.

Ancora più clamoroso, tuttavia, è il fatto che alcune delle ultime opere del combo guidato dalla mente illuminata di Michael Gira siano state tra le migliori cose accadute nel mondo del rock in questi nuovi anni ’10. The Seer (2012) e To Be Kind (2014) in particolare hanno tenuto acceso chi in precedenza, nel periodo in cui Gira pubblicava musica con gli Angels of Light, ascoltava post rock, drone, e post metal in generale, quindi fin quando queste correnti sono state vive coi loro maggiori protagonisti. C’è rimasto davvero poco altro in questi nostri anni altrimenti, considerando che alcuni dei punti di riferimento sono inevitabilmente invecchiati o hanno smesso di produrre musica di una qualche rilevanza. E anche molti fan dei Tool (oltre che degli ISIS e dei Neurosis) hanno potuto contare sulla band di Gira.

Gli Swans sono rimasti una delle poche certezze per chi considera il rock una cosa seria, e non un’arte povera o di serie B. Hanno continuato a incidere musica per i propri seguaci, alimentando a cadenze quasi regolari il culto con dischi apparentemente senza capo né coda, autentiche mattonate che solo chi non si è arreso alla superficialità con cui si consuma il rock ai tempi dei portali streaming ha saputo godere.

Ora, anche a fronte delle dichiarazioni successive allo scioglimento della precedente incarnazione degli Swans da parte di Gira, Leaving Meaning ce lo aspettavamo più distante dai tre doppi album che lo hanno preceduto, e che non arrivasse così presto. Invece in un modo o nell’altro abbiamo un altro blocco di dodici tracce che presentano sonorità e soprattutto toni similmente apocalittici a quelli degli Swans anni ’10, per quanto i volumi appaiano più bassi e le percussioni meno alla ribalta. La qualità è ancora molto alta, ma la differenza di umori è solo relativa. E quando ci si sposta verso qualcosa dal sound meno potente e deviato (“What Is This?”, “Some New Things”), sembra di ascoltare di nuovo gli Angels of Light. Quando poi la faccenda si tinge di folk come in “Amnesia” o la stessa titletrack, è difficile non pensare anche ai Current 93. Forse è tutta una questione di aspettative: ci avranno messo fuori strada i post sui social in cui si scopriva il coinvolgimento di Ben Frost e il relativo viaggio a Reykjavik, sta di fatto che manca l’effetto sorpresa, perché questo è un albo che potevi tranquillamente aspettarti da Gira, e che poteva essere uscito già al posto di The Glowing Man (2016).

È un grande evento Leaving Meaning, perché fornisce tanti nuovi minuti di musica in grado di farti compagnia nella solitudine, e di punirti in qualche modo se mai hai giubilato senza accorgerti di farlo. Se entri in sintonia con brani come “Cathedrals of Heaven” o la traccia che dà il titolo al disco, è perché sei auto-intransigente e vuoi farti questo, per sentirti vivo. Gli Swans sono il tuo cilicio, e il tuo strumento per allontanarti, almeno in camera tua – perché questo non è un album da ascoltare all’aria aperta o in compagnia – dal resto del mondo.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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