Sufjan Stevens, Nico Muhly, Bryce Dessner, James McAlister – Planetarium

Sufjan Stevens, Nico Muhly, Bryce Dessner, James McAlister – Planetarium

Planetarium è il titolo del concept album di un nuovo collettivo capitanato da Sufjan Stevens, e prova, partendo dal folk sospirato dell’autore di Carrie & Lowell, a vagare nello spazio cosmico senza disperdersi in qualcosa di già abbondantemente studiato e messo su nastro analogico sin dai tempi dei mostri sacri della scena kraut e kosmische musik. 

Se quello di Stevens appare il compito più umano, ovvero quello di collegare ai corpi celesti dei vaghi riferimenti mitologici e cantarli accompagnandosi non con la lira ma con il piano, il lavoro di Nico Muhly è certamente il motore di questa novella odissea nello spazio di ben 76 minuti di cui il combo vuole renderci partecipi. Completano la formazione Bryce Dessner dei National – polistrumentista e amico di vecchia data del buon Sufjan – e James MacAlister, anch’egli creatore di beat e suoni digitali. L’album non è pienamente evocativo dell’immaginario che dovrebbe raccontare e inevitabilmente, provando a muoversi fra più stili, non sembra sempre coeso a livello sonoro. Tale disomogeneità è altresì fattore che aiuta ad arrivare in fondo, perché di una mattonata space folk uno non può che avere paura, anche se di mezzo ci sono firme eccellenti come queste. La qualità risultante da questa unione di forze è in alcuni tratti alta, più frequentemente si assesta su standard medi, raramente scende sotto la sufficienza. Di certo, un po’ come era accaduto con Sisyphus, Planetarium aggiunge colori alla vicenda del principale protagonista, e forse il nostro potrebbe aver deciso di dosare tutta l’elettronica che aveva in serbo per noi in questi due side project, di modo da continuare su strade più convenzionalmente folk quando incide come solista.

È vero che già con The Age of Adz il pubblico più tradizionalista si era straniato il giusto, ma qui si passa per momenti estatici che non necessariamente interessano chi ha amato il cantautore che banjo in spalla aveva iniziato a raccontare uno a uno gli stati americani. Sintetizzatori e gingilli elettronici la fanno da padroni e spostano il cursore fuori dal formato-canzone, e non tutti quelli che hanno amato Seven Swans, Illinois o Michigan sono pronti ad applaudire anche queste scelte sonore. 

Mentre il primo ascolto riporta alla mente i divertentissimi EP natalizi del buon pastorello Stevens, un ripasso più attento porta a identificare il suono in uno sfondo futurista che strizza l’occhio al progressive, all’ambient e al pop sinfonico in egual misura, senza però mai spingere realmente il pedale dell’avanguardia. Le tessiture scelte dal quartetto hanno una loro estetica ben definita, ma di fatto un ascoltatore innocente che magari ha acquistato il disco perché appassionato del sound e delle canzoni dei National o di Sufjan Stevens, difficilmente riuscirà a comprendere, se non già preparato a generi come l’ambient e lo space rock. 

A noi che invece piacciono gli artisti che senza snaturarsi si dilettano in contesti e generi musicali diversi, Planetarium gusta anche più di quel che è sembrato da quanto scritto finora. L’artwork un po’ naive e vagamente reminiscente di un mondo letterario che poteva solo immaginare quanto poi realmente accaduto nello spazio, aiuta il concept a prendere quel pizzico di calore umano che forse, in dose maggiore, avrebbe reso Planetarium un progetto ancor più azzeccato.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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