Stephen Malkmus & The Jicks – Sparkle Hard

Stephen Malkmus & The Jicks – Sparkle Hard

Ci sono voluti sette album e una carriera ormai più lunga di quella della band che l’ha reso popolare nel mondo del rock alternativo, maa alla fine Stephen Malkmus ce l’ha fatta a dare un senso al suo percorso coi Jicks. Lo diciamo subito, Sparkle Hard è senza dubbio il miglior disco post-Pavement dell’artista di Stockton.
Ne abbiamo parlato più volte nel corso degli anni, a volte più per affetto che per necessità di documentare quanto di nuovo avesse pubblicato. Molti dei suoi lavori del nuovo secolo sono trascurabili, alcuni del tipo che ti fanno perdere la speranza. Invece, come sta accadendo a molti celebrati protagonisti di varie ere del rock del Novecento, può ancora arrivare il colpo di coda che ormai non ti aspetti. Non esisteva la terza età del rock prima degli ultimi album di Scott Walker, Nick Cave e David Bowie. Perfino Roger Waters se l’è cavata, seppure con l’aiutino in studio di Nigel Godrich, figuriamoci se non poteva riuscirci il nostro idolo alternative Stephen Malkmus, leader di una delle band che più hanno segnato il rock del decennio con cui ci siamo formati, ovvero i Novanta.
E Sparkle Hard è esattamente quello che si può legittimamente richiedere a un artista che ne sa a pacchi ed è ancora stiloso il giusto, e che facendo caso ai testi, è ancora cerebralmente lucido rispetto a quanto accade nel mondo.

Il disco alterna momenti pieni di energia a ballate accessibili, ben condite da arrangiamenti ricchi eppure mai ridondanti, anche quando entrano gli archi e il discorso si fa sinfonico. L’eccentricità freak del personaggio Malkmus, che più di una generazione di epigoni ha influenzato, non è compromessa dalla sorta di pace interiore che traspare dalle undici canzoni che compongono Sparkle Hard.

Se “Cast Off” sembra l’incipit di un disco di Neil Young di metà anni Settanta, ci pensa il fuzz della chitarra a smuovere la polvere dall’amplificatore. Anche in “Future Suite” i pedali sono quelli giusti, anche se piazzata in seconda posizione, ti fa temere che quanto stai per ascoltare alla fine non si discosterà molto da quanto prodotto coi Jicks finora. Arriva dunque “Solid Silk” ad alzare un po’ il livello. Si tratta di un pezzo di pop folk dalla melodia circolare, di quelli che piacciono anche a tuo padre pensionato. Un po’ Wilco post-rehab, un po’ dad rock quindi. In senso buono, per una volta.
Che Malkmus abbia ancora chiaro quale può essere il suo posto nel rock attuale lo comprendi al termine di “Bike Lane”, il brano definitivo per chi la domenica mattina parte in bicicletta e magari senza farsi prendere sotto, si mette alle spalle una settimana di stress lavorativo. Impossibile starsene seduti in ogni caso. Per una playlist di fine anno, questa dovremo ricordarcela.

Non avevamo un Malkmus così ispirato per delle ballate dai tempi di “Spit on a Stranger” e “Major League”. Questo è ciò che ti viene da dire quando ascolti il singolo “Middle America”, così pacifica e facile da memorizzare, eppure non stucchevole. Invece “Shiggy” è il noise rock che non passa mai, quello che ha fatto la storia ai tempi di Slanted & Enchanted, e che ancora oggi è attuale. Ce ne vorrebbe una dose maggiore di pezzi così, forse un album intero, per far capire ai ragazzi che la musica non si fa solo davanti al computer, ma anche nei garage. E magari ci si rimorchia anche di più.
In “Rattler” i Jicks si uniscono a quel sentimento che vorrebbe recuperare il gusto arcade di certi Eighties, nello stesso modo in cui è capitato con gli ultimi Shins. Quanto a “Refute”, la prima cosa che viene in mente è che nei Pavement, almeno da Crooked Rain in poi, un po’ di Grateful Dead periodo American Beauty ci sono sempre stati. Qui sono evidentissimi – e forse un po’ ricercati – anche nei cori, non solo nell’andatura. Quando poi entra la voce di Kim Gordon, comprendi che il dio dell’indie è ancora vivo e lotta assieme a noi. Solo se ne sta troppo spesso per fatti suoi ultimamente. 

Il finale, quando siamo già convinti della bontà di questo disco, è affidato al rock nostalgico di “Difficulties Let Them Eat Vowel”, in cui Stephen sembra voler ricambiare l’omaggio ai Blur – loro che ai tempi dell’omonimo dicevano di aver molto ascoltato i Pavement per arrivare a quel suono – fino a quando non ritorna il kraut che ha spezzato e rilanciato più volte il ritmo di questo Sparkle Hard.

Ci sta piacendo parecchio dunque. Al punto che glielo abbiamo comprato, convinti che si tratti del suo migliore LP post-Pavement. Persino migliore del primo omonimo che se ricordate era superiore a Terror Twilight. E con canzoni come queste, si può ben sperare che sia iniziata la vera seconda giovinezza di Stephen Malkmus.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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