Smerz – Believer

Smerz – Believer

Catharina Stoltenberg e Henriette Motzfeldt sono le artefici di ciò che ruota attorno al progetto Smerz, interessante realtà norvegese qui impegnata nella prima prova in studio. Mentre le ragazze si facevano conoscere ai più e rendevano nota la propria mutevole natura, chi vi scrive a quanto pare aveva i paraocchi, dunque non potrà fare riferimento ai trascorsi del duo e focalizzarsi sulla genesi dell’albo in questione. Tuttavia questa disattenzione ha generato perlopiù aspetti positivi, dando per scontato il fatto che l’imbattersi in un prodotto meritevole a scatola chiusa faccia piacere a una buona fetta di noi consumatori.

Collocare le Smerz entro i confini di un genere preciso non renderebbe giustizia alla caleidoscopica idea di musica messa in atto dal duo, sospesa tra sogno e realtà, volta a richiamare alla mente un’ingente quantità di influenze senza inciampare in indecorose cadute di stile. Elementi palpabili sono, ad esempio, la costruzione tipicamente trance di alcuni brani (“Hester”) o le pulsazioni dall’andamento decadente a metà fra il trip hop e il synth pop più notturno, di cui “Rain” è permeata. Il binomio dove la coppia concentra al meglio il proprio estro è formato dalla title track – biglietto da visita ideale per introdurre le Smerz a un neofita, summa della loro anima artistica – e da “Glassbord”, la cui prima metà è accostabile alla destrutturazione di un pezzo hip hop, salvo poi cedere il passo alla vena orchestrale delle norvegesi. L’R&B spaziale di “Flashing” ha un sapore inaspettatamente radiofonico, reso meno patinato del previsto grazie a un’apprezzabile soluzione vocale.

Andrebbero limate alcune imperfezioni, come l’eccesso di melodie poco incisive, che tardano a far breccia nell’ascoltatore e a tratti finiscono col suonare inconcludenti. Inoltre la scaletta si rivela alquanto frastagliata, principalmente a causa dei disorientanti interlude minimalisti, capaci di far crollare il nostro castello di certezze proprio nei momenti in cui crediamo di aver metabolizzato la proposta delle scandinave. Chiariamoci, l’idea di per sé non è appuntabile; sono i punti in cui gli intermezzi vengono inseriti a smorzare oltremisura lo scorrere delle canzoni. Una volta superate certe piccolezze e trovato il giusto equilibrio potremmo definitivamente abbracciare la proposta di casa Smerz, già adesso abbastanza intrigante.

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