Smashing Pumpkins – Shiny and Oh So Bright, Vol. 1 / LP: No Past. No Future. No Sun.

Smashing Pumpkins – Shiny and Oh So Bright, Vol. 1 / LP: No Past. No Future. No Sun.

Abbiamo tolto il “the” prima del nome della band, giacché il titolo dell’opera era fin troppo lungo. Ma tanto questi non sono quegli Smashing Pumpkins che alcuni si sono convinti di aver visto nei recenti concerti italiani, e che suoneranno prima dei Tool il prossimo giugno 2019 a Firenze.

Una volta, quando ancora eravamo presi e cattivi il giusto, a un disco come questo avremmo affibbiato il simbolo della pietra dello scandalo, che nella legenda dei simboli alchemici della nostra rivista era rappresentato dalla copertina di St. Anger dei Metallica, ovvero la crosta per eccellenza, e il pugno in faccia che ti becchi quando ascolti musicaccia patetica, autoreferenziale, priva di alcuna ispirazione artistica come quella registrata dai riuniti Pumpkins. James Iha è tornato alla base dopo diciotto anni, Jimmy Chamberlin è al quarto ritorno in formazione, D’arcy sappiamo tutti che non ce l’hanno più voluta e che forse non sarebbe neanche stata in grado di riabbracciare il basso, Rick Rubin è passato a pontificare questa celebrazione di luoghi comuni con una produzione radiofonicissima che magari oggi può suonare addirittura alternativa, ma che è in realtà cheesy come il songwriting di Corgan. Ecco, in fondo potevamo fare mente locale e realizzare che non c’era neanche bisogno di ascoltarlo questo Shiny and Oh So Bright volume 1, visto che volendo anche salvare i due Machina che certo fenomenali non erano, da almeno quindici anni il nostro Birillone produce solo porcherie. E quindici anni sono un lasso di tempo maggiore di quello che va dagli esordi di Gish al Duemila, anno della fine dei primi Smashing Pumpkins. Oh come ci scandalizzammo per gli Zwan all’epoca (2003), che funerale che gli facemmo! Eppure quel disco oggi sembra innocente rispetto alla cafonaggine e al patetismo che abbiamo dovuto subire con Zeitgeist (2007) prima e tutti gli altri poi. Dischi solisti inclusi. 

Forse il ritorno di Iha e Chamberlin ha scatenato nuovamente l’ego di Billy, che evidentemente non ha ancora imparato la lezione, perché altrimenti dopo l’infinita serie di schiaffi e umiliazioni prese dal post-Machina in poi, a quest’ora doveva aver smesso di provare a sembrare quello degli anni Novanta. Questi Pumpkins sono come i Cure, che continuano imperterriti a fingere di essere quelli dei vecchi tempi, ma che di fatto campano per suonare dal vivo il vecchio materiale, da professionisti del rock più o meno divertenti, a seconda dell’umore che si ha.

Non mancano i riferimenti al glorioso passato quindi. Ti desti più volte pensando “ecco la nuova Bodies”, “questa potrebbe essere come 1979”, “mmm qui mi ricordano Try, Try, Try”, ma pur riconoscendo la band, il suo cantante, alcuni caratteri tipici del suono Smashing Pumpkins, il sollievo che hai quando una canzone sta svanendo e non è ancora iniziata la successiva, o meglio ancora quando si conclude “Seek You and Shall Destroy” è davvero salutare, tanto sconsideratamente alto e volgare è il volume di queste otto tracce. In fondo c’è da ringraziare il Signore, perché questi 32 minuti un tempo non sarebbero stati neanche la metà di un loro disco. Oggi Corgan si accontenta di spezzettare la vicenda in due (o più) blocchi, forse convinto che neppure un Mellon Collie riuscirebbe a sfondare.

La canzone sui Cavalieri di Malta è una delle robe più obbrobriose che ci è mai capitato di ascoltare. Non spingete play.

 

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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