Slowthai – Tyron

Slowthai – Tyron

Gli inglesi sono decisamente un popolo strano. Vantano di avere come capitale quella che probabilmente è la città più cosmopolita d’Europa, ma sono anche un paese legato in maniera quasi morbosa alle proprie tradizioni e alla propria identità. In un contesto in cui questo sentimento nazionale è stato spinto all’eccesso dalla Brexit e da Boris Johnson primo ministro, la musica britannica ha riscoperto un carattere avversativo che ha dato una sfumatura diversa all’hip hop degli ultimi anni, rispetto a quello che succede in altri paesi, specialmente nell’Europa meridionale. Un popolo legato alla propria identità, dicevamo. Un discorso che vale anche e soprattutto a livello musicale, dove l’influenza degli artisti d’oltreoceano non ha mai impedito agli inglesi di sviluppare scene indipendenti ed originali. L’esplosione trap degli ultimi anni ad esempio ha toccato solo marginalmente la Gran Bretagna, che è stata piuttosto investita da un revival grime ed in generale da una riscoperta dell’hip hop che ha portato al successo artisti come Skepta e Little Simz, giusto per citarne due agli antipodi. Tyron Kaymone Frampton, in arte Slowthai, si inserisce in questo contesto. Dopo un esordio incazzatissimo e fortemente politicizzato come Nothing Great About Britain, si ripresenta con un lavoro che si pone come obiettivo un’analisi a 360 gradi della sua personalità, come dimostrato anche dalla scelta di intitolarlo col suo nome di battesimo. Da qui la scelta di dividere il disco in due parti, la prima più aggressiva e la seconda più intimista. La prima metà, che può vantare anche due featuring d’eccezione come Skepta e A$AP Rocky, scorre via essenzialmente senza colpo ferire. Intendiamoci: i pezzi non sono certo brutti, tutt’altro. Il problema è che in questo tripudio di batterie 808, punchlines e riflessioni un po’ randomiche su social network (VEX) e cancel culture (CANCELLED) si fatica a trovare qualcosa di realmente urgente e personale. L’ultimo pezzo di questa prima parte della scaletta, PLAY WITH FIRE, dotato di un ottimo beat, ci traghetta verso una sezione decisamente più interessante. Qui infatti, troviamo una scrittura più introspettiva da parte di Slowthai, quando non addirittura dai tratti conscious come in Nhs, dedicata al sistema sanitario britannico, un tema di grande attualità in tempi di pandemia. Il tappeto musicale si adegua a questa scrittura, con dei beat molto più crepuscolari e melodici, quando non addirittura eterei, trovando un vertice qualitativo in focus e push. L’alta qualità è dovuta anche alla partecipazione di Dom Maker dei Mount Kimbie, qui coinvolto in quattro tracce su sette. Feel Away, che vede il featuring anche di James Blake, può essere considerato il punto d’arrivo del disco ma non solo. I due artisti più importanti del post-dubstep che collaborano col talento più interessante uscito dal revival grime: una chiusura del cerchio che ci riporta ai primi anni duemila, quando l’UK garage cominciava a muoversi in direzioni assolutamente impensabili e Mike Skinner, il cui fantasma riaffiora più volte in questo lavoro, dava alle stampe quell’Original Pirate Material così influente su due scene, quella dubstep e quella grime, distinte eppure piene di punti di contatto. Questo disco di Slowthai in definitiva non è sicuramente perfetto né privo di punti deboli, ma appare come un’importante conferma per uno dei rapper inglesi più interessanti degli ultimi anni e come promessa per un futuro di carriera ancora migliore.

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