Sharon Van Etten – Remind Me Tomorrow

Sharon Van Etten – Remind Me Tomorrow

Passata la sbornia da classifiche di fine anno e passata la sbornia delle sante feste in generale, torniamo ad ascoltare un po’ di musica nuova con Remind Me Tomorrow, sesto album di Sharon Van Etten, che esce a quattro anni di distanza dal celebrato Are We There. 

Se non conoscessi la musica di Sharon e ne cercassi informazioni in Rete, i primi tag che verrebbero fuori includerebbero certamente le parole “indie” e “folk”. Se invece mi fossi imbattuto casualmente nella sua musica, in uno dei prevedibili e spesso errati percorsi di suggerimento di Spotify, probabilmente il suo profilo sarebbe collegato a quello di band come The National o Deerhunter, e di solisti come Sufjan Stevens e Cat Power.

Fatto sta che dalle radici prettamente americane del suo suono, l’artista di stanza a Brooklyn si è spostata – con l’aiuto del produttore John Congleton – verso un moderno synth pop che più per le soluzioni stilistiche o gli espedienti tecnici, stupisce per la realizzazione sonora finale. Suona fresco pur essendo di un genere ormai datato anch’esso. E un po’ come nei Beach House in cui riconosci un songwriting intenso ma essenziale, che poi si istruisce con tastiere, bassi e sintetizzatori, in Remind Me Tomorrow le fondamenta folk sono ancora riconoscibili, sebbene la risultante degli arrangiamenti porti la Van Etten a un sound che forse stranierà chi finora l’ha adorata in quanto artista rock. Ecco, alla base della discussione ci sarà l’eterno dualismo fra pop e rock. Questo, per quanto oscuro e coraggioso negli intenti, apparirà ai puristi come un disco pop. Anche perché è stato composto al piano più che con la chitarra acustica. E a noi, onestamente, piace davvero tanto.

Scritto a New York mentre era incinta e studiava recitazione, Remind Me Tomorrow è per Sharon un progetto che dimostra la sua volontà di fare ciò che vuole fare, nella vita. Suonare, recitare, preparare colonne sonore, studiare psicologia, essere una madre, avere una famiglia. Il tutto in una metropoli che viaggia a ritmi insostenibili.

Le tonalità dark di queste canzoni potrebbero derivare dall’esperienza con David Lynch per una delle puntate di Twin Peaks, ma ciò che colpisce maggiormente è il fatto che non ci sia spazio per fermarsi a riflettere. Sono tracce se non proprio energetiche e upbeat, perlomeno definibili come midtempo, quando più facilmente ci si poteva aspettare ballate riflessive e minimali. La Van Etten cita Skeleton Tree di Nick Cave e Third dei Portishead tra i dischi che ha consegnato a Congleton come esempi del suono che voleva, e per quanto la risultato sia giustamente differente, come in quegli LP il suono è vivo al punto di sembrare registrato in presa diretta, nonostante le molteplici tracce sovrapposte, e l’effettistica da ProTools e UVI Falcon.

Con tutte le possibilità di questi suoni e con l’ausilio di un produttore, Sharon è riuscita a evolvere il suo folk rock in un pop ad alta tensione, che pur correndo il rischio di suonare già sentito altrove – oltre ai già citati, non puoi non pensare a Zola Jesus – realizza l’idea di trasformazione e di resistenza della poetica di un’artista solista nel contesto metropolitano. La vita evolve, e da quelle parti se non vuoi che ti scappi via, devi almeno provare a starle dietro.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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