Shame – Songs of Praise

Shame – Songs of Praise

La scelta più saggia, dopo un lungo pensare: recensire l’esordio dei londinesi Shame, finiti nelle mani della Dead Oceans dopo un’asta internazionale, esattamente come se la stessero scrivendo loro, più aderente possibile a come suona questo disco di cui tanto c’era bisogno. Quindi: perché? Il bisogno è quello di vomitarti le cose in faccia, cantare, gracchiare, urlare davanti a cinquanta/cento/mille persone vicende personali relativamente interessante di una vita dozzinale. Farsi prestare gli strumenti (dagli sgangherati Fat White Family) e dare il via alle danze in un trito di Clash, post-punk, garage-mod, primi Oasis, fanculo ai Blur e alla deriva patinata, dreamy e glam di questa imbalsamata Inghilterra che non è più fucina di niente, nei pesi e contrappesi globali così come nella musica. Non si potrà mai più tornare ai Joy Division, né all’immaginario punk. Nessuno può pensare a una nuova British Invasion. Anche se l’idea, lontanamente richiamata, piacerebbe eccome. Conta solo più il qui e adesso, il noi, che siamo gli Shame e non ce ne vergogniamo. Gli altri prendano e portino a casa: Songs of Praise contiene pezzi per le radio come non ce ne sono più (“One Rizla”, “Concrete” e forse soprattutto “Tasteless”), titoli che te li ricordi subito, cool riff per chi vuole sentirsi sempre alternativo a qualcosa (“Dust on Trial” oppure “Donk”), fighettismi da affiancare con la sigaretta in bocca i Parquet Courts dall’altra parte dell’oceano, tenuti verso la fine giusto per annoiare (“Friction” e “Lampoon”) e un diamante grezzo, che ci vuole sempre se un album vale davvero qualcosa, quale è l’esplicita e ben poco puritana “Gold Hole”. Se vi piace così bene, domani vedremo ciò che accadrà. Diversamente arrivederci, e grazie di tutto.

"Non mi dà più i brividi come allora, ma resta una delle cicatrici a cui sono più legato. Mi riempiva di carica come accade alla birra man mano che la si versa dentro il boccale. Già densa e corposa, sembra che si espanda ulteriormente. Quella canzone, tra l’altro, parlava di New York" (autocit. UnoZero)

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