Roger Waters – Is This the Life We Really Want?

Roger Waters – Is This the Life We Really Want?

Roger Waters era diventato insopportabile. Lui e il carrozzone con cui ha portato in giro per le arene di mezzo mondo The Wall, ovvero la sua grande opera (senza lettere maiuscole per quanto ci riguarda). Lui e il suo pubblico di nostalgici di tutte le età, soprattutto quelli che “i Pink Floyd sono il meglio che il rock abbia mai prodotto e mai ci sarà niente all’altezza”, ma anche quelli che allo stadio ogni volta che viene il grande nome trapassato che porta con sé tutti i luoghi comuni del pop. 

Lui che non pubblicava un vero nuovo album dal 1992, quando aveva 49 anni. Il disco si chiamava Amused to Death, e con buona pace di Andrea Scanzi, non era affatto un capolavoro. Anzi, era una mattonata anacronistica che in pochissimi sono riusciti a digerire in questi ultimi venticinque anni. Era in realtà un lavoro estremamente ambizioso, che pretendeva dall’ascoltatore dedizione e voglia di arrivare in fondo alla storia, senza poter saltare i capitoli più complessi e meno fruibili che la componevano. Un’opera claustrofobica, magari sottovalutata, ma a cui solo pochi dei milioni fan dei Pink Floyd hanno dato più di una chance.

Oggi Roger è uno splendido settantaquattrenne, che magari non ha ancora smesso di cercare risposte sulla morte di suo padre durante la Seconda Guerra Mondiale, ma che è finalmente riuscito a pubblicare un nuovo albo di canzoni. Esatto, stavolta, si tratta di canzoni. Prodotto assieme a Nigel Godrich, Is This the Life We Really Want? raccoglie dodici tracce che, nonostante l’assenza della voce e degli assoli di Gilmour, non potranno che far felici gli appassionati del suono e soprattutto della poetica floydiana degli anni Settanta, in quasi tutte le sue sfaccettature. Certo, è pieno zeppo di flashback che in alcuni casi sanno troppo di autoreferenza, ma forse è proprio di questo che Waters aveva bisogno per ritrovarsi, e Godrich pare aver proprio lavorato sullo snellimento delle operazioni più che nella stratificazione delle mille idee che frullano in testa al genio. Anzi, potremmo dire che Is This the Life We Really Want? è pure troppo lineare rispetto alle ambizioni mastodontiche del compositore. O forse, arrivato a quest’età, cosa potevamo mai aspettarci se non un LP che mettesse nero su bianco i concetti politici e musicali che ha vissuto e trasmesso durante il suo percorso?

In questo senso, onestamente, questa musica ha del miracoloso, e ci fa lo stesso effetto degli ultimi due capitoli della vicenda di David Bowie, o di altri colpi di coda inattesi di artisti over 60 tornati carichissimi in questi ultimi mesi.
L’essersi affidato ai suggerimenti e alle decisioni di Nigel Godrich non deve essere stato facile. Forse, vedendo che non riusciva ad arrivare a un punto, la scelta di virare sul produttore dei Radiohead deve essergli sembrata la più logica, considerando che il budget lo poteva ancora permettere. Il risultato non sconvolge, ma con tutti i suoi limiti e le sue ostinazioni, Roger riesce perfino a commuovere, più che a far pensare. Se possibile, Is This the Life We Really Want? appare più come una resa che come un manifesto da cui ripartire. Sembra il testamento poetico di un artista che ha scritto alcune delle pagine del rock che più profondamente sono entrate nell’immaginario collettivo, che ha poi provato a rilanciarsi da solista senza successo, e che poi, abbassando un po’ la cresta, è tornato indietro nel tempo per lasciare un messaggio alle vecchie e possibilmente alle nuove generazioni, provando a fotografare i tempi che corrono. L’ascoltatore che conosce i Pink Floyd si sente a suo agio perché coglie i riferimenti musicali al glorioso passato, e Waters può ripartire in tour col suo mega-carrozzone. Stavolta chissà che non ci saremo anche noi a sentire il suo sermone.

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo J Mascis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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