Rock Report 2019/01

Politically incorrect. Questo è un post poco ortodosso e ancor meno rispettoso degli sforzi fatti da artisti e discografici per produrre la musica che di seguito ci permettiamo di giudicare, sentenziare, blastare con superficiali apoftegma che non dicono nulla o quasi dei dischi menzionati. Ne siamo consapevoli, ma essendo ormai saltate le regole di ingaggio ed avendo la libertà di poter fingere di essere giornalisti quando ci pare, o di nasconderci dietro il parafulmine del “siamo solo un blog” per le situazioni meno simpatiche, scegliamo di cavarcela così per elencare un po’ di uscite che abbiamo messo su iTunes e ascoltato, riascoltato e in alcuni casi rigettato nelle ultime settimane e mesi. Con questo post, di fatto, segnaliamo cosa di nuovo abbiamo ascoltato nel 2019 a chi passa da queste parti, in attesa che album più sostanziosi o di cui si ha più voglia di parlare e leggere facciano finalmente la loro discesa sulla terra. Tool, Thom Yorke, Tame Impala, The National, Vampire Weekend, Deftones, Swans, Racounters, Baroness, Have a Nice Life, …in teoria i nomi che determineranno l’annata rock sono questi, oltre a quelli già recensiti nelle precedenti settimane. Staremo a vedere, intanto, beccatevi questa raffica di giudizi affrettati.

Aldous Harding – Designer. Si fa un gran parlare di Hannah “Aldous” Harding, cantautrice folk neozelandese entrata nella prestigiosa scuderia della 4AD. Abbiamo provato a capire perché ascoltando il suo Designer, un albo di nove tracce giocato su tonalità e volumi soffusi, in cui è spesso il piano elettrico a reggere in piedi la struttura, e dove non ti diverti, ma senti che c’è del vero in quanto performato. Si tratta di un lavoro che se vi dicessero che è datato 1999 anziché 2019, non stentereste a crederci. Lei è artista sincera e talentuosa, ma forse le manca un grip differente, che stacchi e contrappunti meglio l’accompagnamento che pure potrebbe essere più fantasioso, soprattutto considerato la linearità delle interpretazioni vocali. La sezione ritmica, con qualche percussione in particolare, senza mettere in mezzo beat e soluzioni digitali che evidentemente non fanno per la Harding, potrebbero dare maggiore spettro sonoro a un disco altrimenti troppo chamber pop per avvincere. Se a metà pomeriggio fuori piove, c’è poca luce e ti stai facendo un tè, allora ok. Altrimenti, ma chi te lo fa fare? 68/100

American Football – LP3. Eravamo molto contenti quando abbiamo saputo che gli American Football erano tornati assieme, e non solo per suonare per intero il loro primo album, autentico classico della scena emo-rock americana a cavallo tra i due secoli. Li abbiamo infatti applauditi a mo’ di incoraggiamento quando hanno pubblicato il secondo eponimo, anche se si sentiva chiaramente che le corde delle chitarre erano ormai arrugginite e andavano sostituite prima di riprovarci ancora una volta. Ora che se ne escono con questo LP3, non possiamo esimerci dal rilevare delle questioni. Eh già, tanto carucci sti American Football, ma a mo’ basta pure. Soprattutto perché se ti evolvi da un emo di scuola Midwestern a un rockettino da camera soffice come un cuscino, il rischio di addormentarsi a metà dei suoi 48 minuti è davvero alto. I flauti, le voci femminili che accompagnano Mike Kinsella – spicca il nome di santa Rachel Goswell da Reading – ma soprattutto gli arrangiamenti che a tratti ricalcano Cure e perfino certi U2 anni Ottanta (un po’ come facevano i romani Klimt 1918), portano a un risultato che può entusiasmare più i fan degli Anathema che quelli di Sunny Day Real Estate o Texas Is the Reason. Insomma, se la nuova direzione porta all’anathema, noi ci chiamiamo fuori finché siamo in tempo. 62/100.

Apparat – LP5. Un frullato di idee mal amalgamate, per un pop talvolta al sapore di IDM, altre semplicemente ambient, su cui non troviamo ragioni sincere di tornare dopo il primo ascolto integrale. Non è piacevole, non è intelligente, non ha ritmo, non ha significato concreto questa nuova offerta di Sascha Ring. Peccato perché la tecnica – magari da mettere a disposizione di qualche altro artista, vista la scarsa ispirazione in termini di songwriting – per fare musica electro pop interessante ci sarebbe eccome, ma appunto manca il sacro fuoco che dall’alto illumina gli artisti e li rende capaci di sfruttare il loro ingegno e studio della materia sonora. Poca roba davvero. Forse ormai ha bisogno dei Modeselektor per esprimersi in pieno, o forse, come si diceva, si dovrebbe limitare a fare il producer. 52/100

Beirut – Gallipoli. Non è facile cavarsela con la musica di Zach Condon. Certo negli anni ha perso parte del seguito che si era creato quando, con The Flying Club Cup, suonava la roba giusta al momento storico giusto, ovvero quello di massima esposizione degli Arcade Fire, cioè quando ancora il mondo del rock si attendeva grandi cose dai canadesi e dallo stile un po’ folk, un po’ gypsy, un po’ indie che questi producevano candidamente. Eppure ascoltando il nuovo Gallipoli – dal nome dell’omonima città del Salento – trovi ancora un mucchio di idee curiose e non affatto già sentite. E’ davvero ingiusto liquidare un disco così sfaccettato, pieno di ricerca e sì, diremmo anche di buon gusto con queste poche righe. Certo, non stiamo parlando di un nuovo In the Aeroplane Over the Sea, né possiamo dirci fan della sua proposta, ma effettivamente il nostro stavolta ha azzeccato suono, integrazione fra i diversi strumenti, registrazione e anche quelle quattro dico cinque melodie che rendono Beirut un lavoro ben superiore a quello che i tiepidi rating raccolti in giro lasciano trasparire. 72/100.

Better Oblivion Community Center – S/T. Conor Oberst sa essere pedante se vuole. Ci ha fracassato spesso le parti basse negli anni che hanno seguito l’apice di popolarità raggiunto dal suo progetto Bright Eyes, ovvero circa 2005 (I’m Wide Awake It’s Morning/Digital Ash in a Digital Urn). Li ha toppati quasi tutti i dischi successivi. Si è salvato – relativamente, o almeno in termini di fatturato – coi Monsters of Folk, ma per il resto, davvero, un fiasco dopo l’altro, che forse ci ha fatto rivalutare in negativo anche il vecchio catalogo. Peccato perché ai tempi sembrava lui, e non Sufjan Stevens, il salvatore del folk rock americano. Ora però ha scoperto tale Phoebe Bridgers, e dopo essersela portata in tour più volte, ci ha anche registrato un intero disco assieme. Tutto cantato in duetto, vis-a-vis, come Mirko e Licia con l’accompagnamento dei Beehive. Le premesse, dunque, erano delle peggiori. Invece la biondissima compagna di viaggio deve averlo portato di nuovo sulla strada giusta, perché questa raccolta di dieci brani non è mai stucchevole come si potrebbe legittimamente credere. Lei ha una bella voce, lui frigna e fa il personaggio meno del previsto, le canzoni tutto sommato ci sono, gli arrangiamenti risultano efficaci… e vissero tutti felici e contenti. O almeno, il finale fuzzoso di “Dominos” che chiude il cerchio così lascia immaginare. Veramente, questo è un ottimo album folk rock, uno dei migliori che ci è capitato di ascoltare negli ultimi tempi. 77/100

Cherry Glazer – Stuffed & Ready. Clementine Creevy è la leader di un trio soft grunge 3.0 che, vi assicuriamo, è più sincero di quel che comunica a primo impatto. Non perché ci sia dietro la Secretly Canadian che difficilmente pubblicherebbe qualcosa di marcatamente falso, né perché i Cherry Glazer sembrano dominare con perizia i loro strumenti, piuttosto perché il loro punk pop nirvaniano (guai a parlare di Hole!) è davvero ben rivisitato nel suono e presenta perfino alcune belle melodie. Diremo di più: a tratti vi abbiamo ritrovato anche qualche reminiscenza dei migliori Failure. Fosse uscito negli anni Novanta, un albo come questo avrebbe venduto le centinaia di migliaia di copie. Seriamente. Oggi si becca le recensioni annoiate di blogger e pubblicisti che improvvisano analisi molto superficiali e fuori luogo, anche in Italia. A noi, invece, sembra valido grunge al femminile. Per chi cerca questo. Ladies rock. 76/100

Kukangendai – Palm. Math rock puntinista fatto a Kyoto, da un power trio sponsorizzato da Stephen O’Malley e pubblicato per la prima volta anche oltre il mare di Giappone. Non avendo ascoltato da diverso tempo qualcosa del genere, l’impatto che si ha approcciando le 6 tracce di Palm è simile alla prima volta in cui si viene a contatto con la musica di Don Caballero e primissimi Battles (non certo quelli sbirulini di Mirrored però eh), con tuttavia un evidentissimo funk feeling che se in principio pare casuale, con lo scorrere della musica risulta invece ricercato e conseguito con perizia quasi scientifica. Questa è un’uscita davvero figa ragazzi. Chi è stanco della solita sbobba, anche in campo post, farebbe bene a cercarselo. 86/100

Lou Doillon – Soliloquy. Un buon disco pop rock femminile, nato probabilmente alla chitarra acustica, e poi argomentato con una produzione che ha mirato ad arrangiamenti basici e di mero ausilio alle melodie della figlia di Jane Birkin. Non siamo tanto per questi personaggi ultra-raccomandati che ci raccontano la loro vita annoiata tra un evento mondano e l’altro, e che il più delle volte si fanno mettere in piedi interi album coi fondi di famiglia, giusto per dare un senso alla loro vita di pseudo-artisti, ma un po’ per la co-produzione firmata Chan Marshall, un po’ perché se uno non lo sapesse, di sicuro ci cascherebbe in quanto la qualità è ben al di sopra della media, stavolta gliela lasciamo passare. 71/100.

Marissa Nadler & Stephen Brodsky – Droneflower. Strana joint venture quella fra il leader dei Cave In – band post hardcore forse mai pienamente compiuta, ma che ai tempi di Jupiter (2000) sembrava l’alternativa migliore agli At the Drive-In che il North East corridor potesse esprimere – e lo spirito gotico di Marissa Nadler, una a cui non ha senso intimare di non giubilare, perché di sicuro non lo fa mai. Registrato in studi casalinghi improvvisati, Droneflower è composto di voci, chitarre, e i loro relativi riverberi, per un’ambientazione alla Twin Peaks che in caso si avvicina più al catalogo della Nadler che chiaramente a quello di Brodsky. Ci sono anche due cover ben rivisitate nello stile del progetto. Una è di “Estranged” dei Guns N’ Roses (esatto, ma ascoltatela senza paura), l’altra è di “In Spite of Me”, traccia proveniente da Cure of Pain, capolavoro dei Morphine. Lo pubblica la Sacred Bones. 78/100

Mercury Rev – Bobbie Gentry’s The Delta Sweete Revisited. Vogliamo bene ai Mercury Rev (specialmente a quelli dei tempi di David Baker, in verità), e quando abbiamo letto di questo progetto eravamo eccitati in attesa di ascoltarlo. L’idea di rendere omaggio alla Gentry (chiunque fosse, non lo sapevamo), la copertina, la lista delle partecipazioni fra cui figurano straordinarie voci femminili dell’universo indie (sono riusciti a coinvolgere perfino Vashti Bunyan) … tutto sembrava fighissimo. Peccato però che proprio l’esagerata diversità delle interpretazioni e di conseguenza delle tonalità renda il tutto non solo troppo eterogeneo, ma anche difficile da deglutire. Avrebbe avuto maggiore effetto se ci fosse stata una voce dominante (avremmo posto le fiches su quella di Norah Jones per affinità elettive, o altrimenti sulla sempreverde Sandoval), coadiuvata qua e là da inserzioni di classe da parte delle altre. Così, invece, il blocco non riesce a rendere giustizia né all’artista folk originale, né alle capacità dei nomi coinvolti. Ci pare forzato e quindi errato anche il suono generale di questo LP, troppo variopinto e irreale. D’altronde, questo è il marchio dei Mercury Rev, prendere o lasciare. Noi lasciamo. Un’occasione persa. 55/100

Piroshka – Brickbat. I Lush non sono rimasti nella memoria collettiva del brit pop, anche se furono autori di tre lavori tutto sommato ancora oggi passabili nel periodo d’oro di quella scena. Rinascendo dalle loro ceneri, i Piroshka provano a riformulare la proposta con questo inatteso quanto irrilevante lotto di dieci canzoni. Brickbat propone un pop languido che richiama candidamente la lezione degli Stereolab, per il suo strizzare l’occhiolino a soluzioni che fanno tanto electro-retrò, e certamente per le tracce vocali della Berenyi, invero ancora in buona forma. Il problema semmai è trovare qualcuno che vi sia interessato. 70/100

Rustin Man – Drift Code. Uno dei dischi più seri di questo lotto che stiamo incolonnando in questo post senza logica. Paul Webb (già bassista di una band chiamata Talk Talk) ci aveva stupito positivamente con quella piccola gemma che era Out of Season, in cui riportava in pista una straordinaria Beth Gibbons. In Drift Code abbiamo invece modo di scoprire che egli ha anche una voce – per altro del tutto simile a quella di Robert Wyatt – e che il buon gusto per gli arrangiamenti folk pop non gli è venuto meno. Le nove tracce sono iconografate benissimo dalla fronte copertina, ovvero un teatrino mobile da strada, apparentemente immortalato nell’Olanda meridionale, e raccontano storie dal gusto elisabettiano che diviene davvero riduttivo considerare musica leggera. Anche la qualità della registrazione è francamente ineccepibile. Tuttavia, restiamo convinti che Vinicio Capossela sia su un altro livello. 79/100

Spotlights – Love & Decay. Ha da poco festeggiato i suoi primi vent’anni la Ipecac di Mike Patton e Greg Werckman, e al di là delle attività promozionali e celebrative, ciò che sta segnando questo periodo è il nuovo disco degli Spotlights. Scoperti da Aaron Harris (ISIS, Palms) e scelti da Chino Moreno per fare da spalla al tour dei Deftones, sono un trio di origine ispanica di stanza a Brooklyn che suona musica di matrice sludge, tuttavia più vicina al grunge che al metal per come la vediamo noi. Il suono, quando non vira verso coordinate post – e semmai tornano in mente i Pelican – chiama a raccolta i fan dei Soundgarden, o volendo annotare un nominativo più recente, gli Amplifier di Insider. Di roba come questa ne esce davvero poca, per cui chi ha orecchie per ascoltare ascolti. 80/100

Stephen Malkmus – Groove Denied. Gli era stato caldamente consigliato di non pubblicarlo, invece lui, cocciuto, ha insistito per farlo. Bastano i primi dieci minuti per decretare che queste sonorità non sono il suo mestiere, e un paio di ascolti completi per convincersi che quasi tutte le canzoni avrebbero funzionato meglio se lavorate coi Jicks. Agli atti possiamo registrare che Malkmus nel tempo libero si sa dilettare coi sintetizzatori, e anche un paio di pezzi veramente fighi (“Come Get Me”, “Bossviscerate”). Per completisti del percorso post-Pavement. 65/100

Weyes Blood – Titanic Rising. Albo di classe nobile quello di Natalie Mering, di quelli a cui puoi obiettare poco o niente. Titanic Rising è ambientato sulle coordinate dove si incontrano, nel suo mondo almeno, Joni Mitchell ed Enya (c’avevate mai pensato? Noi no). Da prendere a minuscole dosi quindi, seppure sia arrangiato con grande gusto e competenza. Resta solo da capire cosa c’entri nel catalogo Sub Pop. 73/100

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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