Rock Report 2018, pt. I

Siamo pronti con un primo report delle uscite rock e sfigati sobborghi del 2018. Nelle ultime settimane abbiamo potuto ascoltare alcune nuove pubblicazioni piuttosto interessanti, e senza poter aspettare oltre per parlarne, abbiamo deciso di postare questa prima carrellata di dischi, mentre parallelamente stiamo preparando i pezzi per altri forse ancor più rilevanti, come Preoccupations, A Perfect Circle e Moaning di cui scriveremo separatamente. L’annata comincia a ingranare sul fronte dell’indie, mentre aspettiamo ancora coordinate buone dal metallo intelligente e dal post in generale. Aspettando altri BIG ormai da considerare certi come Arctic Monkeys, Tool e Vampire Weekend, la 2018 sembra ricominciare con un filo di energia in più rispetto alle ultime due annate, onestamente un po’ molli per dirla alla Malesani. Tra gli album recensiti in formato pillola di seguito, da non perdere in particolare U.S. Girls e Loma. Per gli appassionati di elettronica che ci seguono, invece, c’è da attendere ancora una decina di giorni per la prima raccolta di recensioni. Ci leggiamo nel forum.

 

Belle Adair – Tuscumbia
Non ce ne vogliano i fondatori Matt Green e Ben Tanner (ex tastiera degli Alabama Shakes), ma riesumare in toto gli arpeggi che hanno attraversato le generazioni tra Byrds, REM e Teenage Fanclub per non buttare fuori nulla che abbia a che fare con la stretta attualità di cui ha bisogno la musica non imposta dall’alto significa sfoggiare un mero esercizio di stile. Un lavoro cristallino, fin troppo, ma non chiamiamolo folk dinamico: pillole già sentite, eseguite con dovizia e senza cuore. Forse il problema è proprio questo: tutti questi arpeggi già li si conosce a memoria e sono il pantano in cui finirono i Jesus & Mary Chain al momento della sbandata elettroacustica. Sufficiente perché nello scaffale della polvere non ci finisce, almeno per le prime due/tre settimane… 60/100
Luca Momblano


Belle and Sebastian – How to Solve Our Human Problems Parts 1-3
Non è che ci faccia piacere scrivere queste parole, ma ormai è chiaro che Stuart Murdoch ha perso la bussola. O quantomeno, è evidentemente finito fuori strada, perché dei Belle and Sebastian che avevamo apprezzato anni addietro non è rimasto niente. È vero che è passato tanto, troppo tempo dai primi genuinissimi dischi, ma ad ascoltare queste quindici nuove canzoni – raccolte assieme dalla Matador ma pubblicate anche separatamente in tre EP – sembra di assistere alle prove di un gruppo di neocatecumeni che si ritrova due volte a settimana, a metà pomeriggio, in una delle sale messe a disposizione dal parroco: il Signore è la mia salvezza e con lui non temo più, perché ho nel cuore la certezza, Stuart Murdoch è qui con me. Non ci sono più i versi che facevano riflettere ed elevavano quei sentimenti minori che compongono le giornate, non c’è più quel vibe di innocenza che un po’ divertiva, un po’ smorzava la tensione e riportava in superficie valori sinceri e profondi. I sintetizzatori, i cori e le linee corali, l’arrangiamento baroque pop, e davvero troppi colori, rendono caotico un album che invece dovrebbe essere semplice e con le melodie ben focalizzate in primo piano. Niente da fare, al combo scozzese occorrerebbe tornare indietro, fino a Dear Catastrophe Waitress o meglio ancora fino a The Boy With the Arab Strap, e capire cosa è andato perduto da allora in poi. Se ne salvano un paio a dir tanto. 45/100
Daniele Sassi


Hookworms – Microshift
Lasci i rumoristi psych-punk inglesi noti come Hookworms per tre anni, dopo che lo studio del frontman Matt Johnston è stato distrutto da un’alluvione nel 2015 ritardando i lavori per il nuovo disco, e di punto in bianco te li ritrovi a suonare un electro rock estivo e orecchiabile strapieno di synth. Sì, fondamentalmente è questo che è successo. Che sembra una cosa brutta, e invece è pure una discreta figata. A tratti sono davvero irriconoscibili rispetto all’ultimo capitolo: The Hum è stato l’apice dell’impeto noise del quintetto, che però anche nella deriva psichedelica conservava sempre un istinto melodico e un’attenzione agli arrangiamenti per niente punk. Nel nuovo LP non è che le distorsioni siano scomparse, ma sono diventate più strumentali, non più la conditio sine qua non che tutto inghiotte ma piuttosto un utile strumento per sottolineare il cambio di fase delle canzoni, che spesso anche grazie ai bpm più contenuti lasciano emergere a vero nucleo portante la voce di MJ, le melodie arancioni come la copertina e testi introspettivi che non hanno paura di mettere in primo piano le debolezze dell’animo. Stupisce questo cambio di passo degli Hookworms, ma in effetti non fa altro che mettere in risalto delle caratteristiche che hanno sempre avuto, sotto pelle. Diversi sì, ma del tutto estranei non risultano, e certo in questa forma più rotonda e carnosa avranno le carte in regola per coinvolgere un pubblico più ampio del passato, che cerca nell’orecchiabilità imprevedibile dell’indie l’antidoto alle asprezze della vita. E poi quando c’è davvero bisogno il fuzz lo attaccano, dai.
Voto: 77/100
Enrico Piraccini


Legend of the Seagullmen – Legend of the Seagullmen
Lo compreranno i fan di Tool e Mastodon, lo dovrebbero prendere in considerazione gli appassionati di progressive metal vecchio stampo, ovvero quello che affonda le radici nei Rush e negli Uriah Heep. L’ambientazione marittima, ricca di riferimenti biblici e omerici, fa da collante alle otto composizioni di questo combo che guidato dalla batteria di Danny Carey e dalla chitarra di Brent Hinds, per un disco che inizialmente fatichi a prendere sul serio tanto è epico e pacchiano, ma che poi, con lo stesso spirito che puoi avere mentre ascolti i Primus, finisce per divertirti più degli ultimi dischi dei Mastodon. Nonostante il setting di stampo melvilleiano, non si tratta di un Leviathan parte seconda, ma di un lavoro molto più cazzone e demenziale, con un groove che sfocia più nella psichedelia che nello sludge. Nel regno di mostri e misteri marini, da qualche parte nell’oceano in tempesta, c’è spazio anche per la leggenda degli uomini-gabbiano. 73/100
Daniele Sassi


Loma – Loma
Ecco uno dei dischi più interessanti di questo mini-report. Si tratta di un progetto che coinvolge Jonathan Meiburg (Shearwater, già Okkervil River) e il duo polistrumentista dei Cross Record, Emily Cross e Dan Duszynski, che all’epoca delle registrazioni, da qualche parte in Texas, era in fase di divorzio. Immersi in una natura e in uno spazio indefiniti, i tre hanno inciso dieci canzoni dal gusto onirico e ricche di suoni inconsueti, per una produzione che al massimo può ricordare alcune uscite della Constellation. Ma non si tratta di post rock progressivo: a tornare in mente sono piuttosto i Talk Talk (“Dark Oscillations” potrebbe esserne definita un’evoluzione), con tutta l’eleganza del caso. Così, senza un’assegnazione predefinita dei ruoli – a parte le tracce vocali affidate principalmente alla Cross – è venuto fuori un albo ricco di stimoli e graziosi imprevisti (ascoltatelo con le cuffie!), che spazia ben al di là del confine del folk pop di facile reperibilità in questi ultimi anni (First Aid Kit, Lia Ices, per citarne due), portandoti a immaginare una natura vissuta e registrata en plein air, come un quadro impressionista. Lo distribuisce la Sub Pop. 79/100
Daniele Sassi


MGMT – Little Dark Age
Resterà per sempre oscuro il grado di incidenza di un produttore del calibro di Dave Fridmann su quanto confezionato negli anni dal duo newyorkese che nel 2008 con Oracular Spectacular sembrava poter segnare la definitiva sterzata della psichedelica applicata in chiave mainstream-pop.
Quel disco [il Disco] ha prodotto un lauto credito che la Columbia continua a versare sul progetto di Ben Goldwasser e Andrew Vanwyngarden. La domanda è: al quarto appuntamento con la storia, il seme MGMT è maturato? La cifra artistica, che nessuno ha potuto mai negare anche al cospetto del lato a volte ruffiano del duo, fu interamente esposta poi in Congratulations [il Discone] seguito da un lavoro di solo mestiere quale il terzo omonimo [il Discoflop, anche e soprattutto nelle vendite]. Questo Little Dark Age almeno chiarisce molte cose e fa da ciambella di salvataggio del marchio MGMT nel loro decennale. Senza passare traccia per traccia, senza stare troppo sul contributo diretto di Ariel Pink su due brani del trittico iniziale, senza sottolineare quanto e come si possa tornare a canticchiare con la title-track, con “Me & Michael”, con “TSLAMP”, quel che resta è chiaro, anche se il lavoro con il passare dei brani si sgonfia: i margini evolutivi sono al dunque, i due hanno dato e i picchi li abbiamo vissuti. In sintesi: si tratta di un piccolo grande tributo (sintetico) a se stessi e a cosa li aveva ispirati da studenti che si affacciavano a una vita su scala mondiale. 68/100
Luca Momblano


Panda Bear – A Day With the Homies EP
C’era un tempo in cui non appena usciva un disco, un mini, un singolo, un remix, un paio di scarpe, una cazzata qualunque venuta fuori dal circuito Animal Collective, correvamo a rintracciarla e a recensirla. Le pubblicazioni arrivate nel decennio in corso, comprese quelle che tutto sommato abbiamo moderatamente applaudito come Centipede Hz o Panda Bear Meets the Grim Reaper, questa gran voglia di arrivare per primi ce l’hanno tolta. È successo qualcosa nel loro mondo. Con l’età adulta sono giunte complicazioni alla poetica dei personaggi (Avey Tare non ne ha più azzeccata una per intero, a dirla tutta), che certo non si sono ancora sputtanati, ma non sembrano più riuscire a incidere qualcosa di imperdibile. Oh, parliamo di gente che per almeno un decennio ha fatto da punto di riferimento per la scena indie e free-form rock, e che può naturalmente aver perso smalto, ma che sembra anche essersi intricata la vita da sola, senza chiaro motivo. Le cinque tracce del nuovo EP di Panda Bear non hanno né capo né coda, e continuano a suonare metalliche e involute, non in grado di far emergere il canto libero e quindi i ritornelli a cascata, le ripetizioni che diventano mantra psichedelico, le lezioni di filosofia di Noah Lennox. Sembra una compressione in mp3 a 96 kbs del concetto. Non si può neanche dire che sia musica inascoltabile, ma dedicare quasi trenta minuti a questa roba è, a fronte di altre cose pubblicate dallo stesso autore, davvero inutile. Insomma, bello è diverso. Se poi fatica pure a venire fuori la poetica, allora non sappiamo proprio che farcene. Occorre una rimodulazione del pitch… 55/100
Daniele Sassi


Peter Matthew Bauer – Mount Qaf (Divine Love)
Non è mai troppo tardi per (ri)avvicinarsi a scritture tradizionali, non necessariamente legate alle radici profonde del folklore americano, così come non è mai troppo tardi per concedere una seconda grande chance a chi come Peter Matthew Bauer (ex bassista e leader morale dei Walkmen) si è sempre accompagnato a massicce dosi di credibilità. Ed eccola servita, la parola chiave con la quale avvicinarsi a Mount Qaf (Divine Love), una lunga storia d’amore suonata in dodici puntate, quanto di più lontano da un concept album e quanto di più vicino ai migliori dischi del cantautorato USA anni ‘80. Tutto torna, in musica. Qualcosa però torna meno. Bauer rivisita e propone, in rigoroso stampo analogico e con nuove ma antiche morali filosofiche mediorientali, il tracciato della rock song che sono passarono tra le mani dei Steve Wynn, dei Willie Nile, tra le unghie di Springsteen e a suo modo, tra i tantissimi, anche di Lou Reed visto come viene rievocato nel gospel moderno d’apertura a titolo “Wild Light”. Qua elettrico, là semiacustico (“You Always Look for Someone Lost”), strofe e ritornelli naturali e quindi convincenti, lo schema da fuoriclasse incompreso di “Divine Love to Kill Fascism”: il compendio di questo Peter Matthew Bauer è quello dell’antieroe che probabilmente ascolta di tutto e, da buon bassista, sa modulare e scegliere il suono giusto per la canzone giusta senza velleità se non quella di pubblicare un disco, questo disco, che in una stazione radio virtuale universitaria avrebbe il suo perché. Per esempio, partendo con lo trasmettere “Full Moon in the Sky” vendendola come jingle del mese… 74/100
Luca Momblano


S. Carey – Hundred Acres
Il filone della (relativa) nuova scrittura del folk nordamericano balla in mezzo ai vertici tracciati nell’ultimo lustro, e qualcosa più, da Sufjan Stevens e Bon Iver. Non poteva che finirci in mezzo Sean Carey, musicista al servizio di Justin Vernon con il quale condivide mood, camera d’albergo, echi nascosti di Simon & Garfunkel e management. Il genio è per pochi, ma l’intelligenza è prima dote del perfetto comprimario: ridotti gli spazi sperimentali (carezzevoli, ma gelidi e molto spinti sul lato strumentale) dei primi lavori solisti, Carey prova a sentirsi grande in tutto e per tutto. Hundred Acres è infatti un album di canzoni attente alle virgole, perfetto se in pausa lavoro avete bisogno di isolarvi, riposare le palpebre e distendere i muscoli galleggiando nel buono, per quanto debitorio. Punticino in più? Un lavoro che non scende mai di un solo gradino, da “Rose Petals” a “Yellowstone”, nel suo pericoloso incedere dimesso e pastorale. 71/100
Luca Momblano

 

Son Lux- Brighter Wounds
Con questo disco ho attraversato due fasi. La prima fase, quella dei primissimi ascolti, è stata quella in cui nei confronti di Brighter Wounds ero a dir poco tiepido. Sempre la stessa roba, dicevo, non una vera novità, siamo sempre lì, a che serve? Poi, la seconda fase. Lanterns, il primo disco dei Son Lux a riscuotere un minimo di successo, per me era stato un fulmine a ciel sereno e l’ho letteralmente consumato, quindi constatare anche dopo diversi ascolti che, sì, di grossi cambiamenti in questo nuovo album non ce n’erano non è stato piacevole. Però bisogna sempre tenere presente che, anche se qualcosa non è ai livelli dei capolavori del gruppo, non significa che sia brutto. In Rainbows ci piace un casino, ma non è né OK Computer né tantomeno Kid A. Le 10 canzoni mantengono tutte un buon livello, e ci sono tanti momenti in cui ci si trova davanti a qualcosa di inaspettato, che sia un arpeggio di chitarra improvviso o un gorgheggio particolarmente straziante. Come detto, gli elementi sono sempre quelli, fatti di suoni sintetici e caldi come la voce di Ryan Lott. Si potrebbe parlare di come i testi possano essere un valore aggiunto ma, personalmente, il fulcro del progetto è sempre stato sonoro. E possiamo dirci comunque contenti. 72/100
Edoardo Ardito


U.S. Girls – In a Poem Unlimited
La cosa divertente di questo inizio 2018 è che ci stanno uscendo tanti dischi rock davvero belli di gruppi da cui non ci si aspettava granché o che non si sono mai sentiti. Tra questi bei dischi inaspettati c’è questo In a Poem Unlimited. I testi molto probabilmente non piaceranno a chi è scettico e stanco nei confronti del movimento #MeeToo (non saprei dire per quale motivo, ma elementi così esistono): ogni canzone è un attacco all’autorità maschile o, per lo meno, un faro acceso sulla difficoltà della condizione femminile. Personalmente non sono tanto colpito dalla tematica in sé che oggi è coniugata in tantissimi modi da altrettante persone, ma sono proprio stregato dall’ironia in cui U.S. Girls (che da adesso chiameremo Meg Remy, visto che di fatto è una one-woman band) intinge tutto l’album. Alcuni parlano di M.A.H. come del centro spirituale del disco, per via della furia con cui Remy attacca nientepopòdimenoche Barack Obama – sì, l’unico presidente più figo di Trudeau di cui ho avuto esperienza nella mia vita -, ma il vero spirito del disco secondo me sta in un pezzo come Pearly Gates, in cui si chiede come possa il paradiso essere un posto sicuro, se a capo di tutto c’è un uomo. Anche Velvet 4 Sale, o L-Over, per fare due nomi, sono due esempi di come Remy in questo disco riesca a raccontare situazioni difficili e dolorose riuscendo contemporaneamente a risultare magari non divertente, ma sicuramente non seriosa. La cosa davvero splendida dell’album, poi, è come tutto questo discorso sia accompagnato da suoni e da canzoni che non avrebbero davvero nulla a che vedere con temi così impegnativi e angoscianti. Diciamolo subito chiaramente: questo è un disco rock preso dalla New York di fine anni ’70. No, non quella della no wave, ma quella della disco music. I riferimenti non deve certo farveli presente uno come me: quel sax lì ricorda gli episodi più espirati di papà Bowie, quelle chitarrine lì sono puro surf rock, in certi momenti i synth sembrano fatti da Moroder, eccetera eccetera. Non ci si ferma a quello, ovviamente – in certi momenti la voce di Remy sembra ricordare la Polly Jean Harvey di qualche anno fa, per fare un esempio. Ma in generale è comunque musica tutt’altro che malinconica e, anzi, addirittura spesso molto ballabile. Già me lo sento, il vocalist del locale, urlare “put your hands up against patriarchy”. Un sogno. 79/100
Edoardo Ardito


Wild Beasts – Last Night All My Dreams Came True
Ancora mi devo abituare all’idea di doverlo chiamare “l’ultimo album dei Wild Beasts”. Un annetto dopo Boy King il gruppo ha infatti annunciato, insieme ad un EP che raccoglie diverse tracce uscite solo in digitale, lo scioglimento della band a tour concluso. Poche settimane dopo, esce nei negozi questo Last Night All My Dreams Came True, registrazione di un live nello studio RAK di Londra. Si capisce lontano un miglio che è un modo di monetizzare un altro po’ facendolo uscire il prima possibile, prima che il cuore dei fan si sia ricucito dopo l’annuncio dell’addio, ed è altrettanto evidente che bisogna dare alla Domino il merito di non aver rilasciato un banale greatest hits: sarebbe stata una cazzata per una band come i Wild Beasts, che non hanno mai fatto un disco uguale al precedente. Viene però da chiedersi perché si sia optato per un live in studio e non per una registrazione live vera e propria, come l’ep del 2010 registrato all’iTunes Festival. Se bisognava chiudere con un contraltare adeguato alla raffinatezza dei 5 LP precedenti del gruppo, perché non andare all-in, magari organizzando una data specifica per veri fan del gruppo che potesse essere davvero utile a ripercorrere la loro carriera, invece di fare una registrazione mordi e fuggi con una tracklist occupata per metà dalle canzoni dell’ultimo disco uscito? Tuttavia, dovendo dare un voto non riesco ad essere avaro più di tanto perché, al netto di queste considerazioni, quando ci sono le canzoni non c’è da lamentarsi, e i Wild Beasts le hanno (avevano) eccome. 69/100
Edoardo Ardito

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