Rock, Do Something Soon or It’s Curtains

Deftones, Sufjan Stevens, Jarvis Cocker, Gorillaz ai mille gusti, i Sumac di Aaron Turner, i Mr. Bungle che si riuniscono nella follia, le rarità dei Mastodon, Michael Stipe anche se non si è capito se il disco ce l’ha oppure no, gli Smashing Pumpkins che minacciano un ulteriore nuovo full lenght, stavolta nelle intenzioni prossimo alle sonorità di Adore, gli ormai prossimi sessantenni Back Street Chili Peppers all’orizzonte – con relativo solista di Frusciante di accompagnamento – Matt Berninger dei National, e quindi i Flaming Lips, a cui dobbiamo il nome della nostra rivista, che stanno pubblicando in questi giorni il loro primo album serio dopo oltre dieci anni.

Ripartiamo, o proviamo a ripartire, con questi nomi in uscita da qui alle prossime settimane. Più o meno tutti provenienti da epoche del rock ormai lontane, eppure tra i pochi che ancora parlano o provano a parlare la nostra lingua, in tempi di trap e talent show, o soprattutto in un momento storico in cui la cultura musicale sembra davvero l’ultima cosa che conta nella vita dei giovani. Saremo noi che avanziamo con l’età e non ci arrendiamo, ma la sensazione è che le sorti del rock o comunque della musica contemporanea stiano più a cuore a noi della generazione anni ’90/inizio Duemila che ai ragazzi di oggi. Ne stiamo parlando in un topic nel forum, e ci torneremo inevitabilmente nei prossimi tempi, più volte, ma osservando anche quanto rimasto di intere comunità online dedicate a questa passione, sembra che siano di colpo spariti il tempo e l’interesse per viverla. In realtà non è successo da un giorno all’altro, è stato un processo lento e inesorabile, che noi per primi negavamo sostenendo che chi voleva approfondire, di musica buona ne trovava quanta ne voleva. È parzialmente ancora vero, ma come si diceva, non sembra esserci più la passione, figuriamoci l’isteria o il fanatismo. E il Covid ha congelato quanto rimasto in vita. Durante il lockdown sono usciti i Tame Impala e i Pearl Jam, e se per i secondi non c’erano speranze di sorta, per il combo guidato da Kevin Parker le aspettative erano ancora altissime. L’album non si è rivelato all’altezza dei precedenti, ma non c’è stata nemmeno la voglia di discutere il fiasco o la mancanza di ispirazione. In altri tempi sarebbe andato in atto un processo. Se non nei forum, ormai obsoleti, nelle comunità interne ai social. Invece niente di niente.

Ora come proviamo a ripartire? Ce lo stiamo domandando da diverse settimane. Ha senso ripartire?

I Tool non hanno più un contratto discografico e, impossibilitati ad andare in tour, pensano a scrivere almeno un EP in tempi brevi (e c’è chi gli crede), dei Soundgarden prima o poi speriamo di riuscire ad ascoltare le ultime canzoni (la vedova si sta comportando in modo scandaloso nei confronti dei tre membri della band, e quindi nei confronti dei veri fan del suo defunto marito), i Radiohead sono arrivati già a quattro anni e mezzo da A Moon Shaped Pool: è legittimo immaginare che abbiano già in canna del nuovo materiale. Lo stesso dicasi per i solitamente più prolifici Arctic Monkeys. Lo stesso Damon Albarn, oltre al progetto The Nearer the Fountain, More Pure the Stream Flows, oltre allo sviluppo della carriera solista, potrebbe anche tornare nuovamente coi Blur, visto che a causa della morte di Tony Allen, difficilmente si avrà un seguito dello straordinario Merrie Land di The Good, The Bad and The Queen.

Il lockdown ha probabilmente ricaricato le pile a tantissimi artisti che altrimenti avrebbero vissuto il 2020 suonando in giro per il mondo. E stiamo parlando solo di rock, perché altrimenti ci vorrebbe un elenco simile anche per i big dell’elettronica.

Proveremo a tenere in vita questa comunità, ma non assicuriamo niente. Se c’è da soccombere, soccomberemo. So did we, spiral out, fade out again, you fucking people make me sick. Do something soon, or it’s curtains.

 

 

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d’accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo Mark Hollis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set.
Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po’ di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso.

Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l’autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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