Robert Lippok @ Fondazione Feltrinelli, 30/11/18

Di musica elettronica di qualità quest’anno ne è uscita in quantità e dobbiamo essere sinceri: che Robert Lippok avesse rilasciato una bella mina di album ci era passato del tutto inosservato. E’ così che quando siamo stati avvertiti del suo concerto in Fondazione Feltrinelli siamo stati colti del tutto alla sprovvista, ma abbiamo prontamente rimediato. Su le cuffie, e immersione totale. Applied Autonomy è un album immediatamente ammaliante, dal gran sound e accompagnato da un concept niente male. Andiamo!

In un primo momento non ci eravamo neanche accorti che la location era di quelle che non dovrebbero lasciare indifferenti: la fiammante nuova Fondazione Feltrinelli, progettata da Herzon & De Meuron. Una struttura minimalista tirata su con un cemento armato che soltanto gli Svizzeri riescono a plasmare con questa maestria. Una serie di fattori non indifferenti che alle porte dell’inverno, in una fredda serata milanese velata dalla pioggerella, ci convincono a muoverci. Ma sapevamo che ne sarebbe valsa la pena.

Puntualmente in ritardo, parcheggiamo, corriamo e ci innervosiamo, ma riusciamo ad arrivare appena in tempo. Neanche un minuto per goderci lo spettacolo della costruzione da fuori, sotto la suggestiva luce dei lampioni con la nebbia, che ci buttiamo dentro. Appena varcata la porta sembra di essere in un altro mondo. Fa caldo, c’è silenzio, c’è pace e lasciare la strada è già un piacere.

Saliamo le scale e ci ritroviamo in una salettina curata con alcune sedie e un piccolo palco. Un ambiente minimal ma lussuoso, insolito per della musica elettronica, fatta tradizionalmente di spazi spartani e occupati da puzza e fumo. Prendiamo posto e poco dopo ci accorgiamo che pure il pubblico è insolito. Pochi tatuaggi, pochi vestiti strappati, troppe giacche e troppe cravatte, qualche capello bianco.

“Siam sicuri che sia il posto giusto?”

“Sisi, guarda là, quello è Robert”

“Ah wow, bon, meglio così”

Con lui sul palco un altro signore: Teho Teardo, ottimo musicista e curatore della serata che inizia con una specie di intervista. Si parla di ribellione, di Berlino e di architettura, di Alva Noto, di insulti ai nazisti incontrati per strada mangiando il gelato e quant’altro. Si tratta relativamente poco di musica e per una volta va anche bene così. Una ventina di minuti e Robert si piazza dietro al tavolo con la sua strumentazione (già adocchiata dai più nerd nei minuti precedenti), si accendono le luci psichedeliche e parte il trip. Pare tutto molto tranquillo, nessuno scossone, tanti droni e field recordings, ‘na mezza palla a essere sinceri. Tornano immediatamente i dubbi accesi da pubblico e location ma neanche il tempo di lamentarci ed ecco che partono i bassi spianati e le luci stroboscopiche. Calano le difese e se ne va ogni forma di diffidenza. Che bomba. Altro che serata “da vecchi”. Il volume è da far spettinare i capelli e le visual, seppur relativamente calme, pungono le retine per via dei filtri psichedelici. A metà live c’è addirittura chi si sposta più indietro infastidito dai volumi poco amichevoli. La performance racchiude perfettamente l’idea di musica che vuole trasmettere il disco, alla ricerca un punto di incontro tra improvvisazione e programmazione, cercando di conciliare due mondi apparentemente opposti. Le macchine reagiscono in modo programmato agli impulsi estemporanei di Lippok e il risultato è un dialogo tra le parti in linea con i dibattiti contemporanei sull’inserimento dell’intelligenza artificiale nella musica e il rapporto tra uomo e macchina.

Il concerto si conclude con una breve jam insieme a Teho Teardo e una simpatica improvvisata di Robert con pezzi molto più tradizionali e berlinesi sul finale a riprova che pure lui è abituato ad altri ambienti. Ma in fondo qual’è il giusto ambiente in questi casi? Forse in un qualsiasi centro sociale di Milano avrebbe avuto più riscontro una serata del genere. Ci interessa? forse no. E’ musica da centro sociale o da intellettuali questa? Cosa vuol dire essere “intellettuali” nel 2018? C’è bisogno di essere intellettuali per godersi un certo tipo di musica? Perché bisogna sempre cercare di sentirsi appartenenti al gruppo giusto, sia questo quello degli amici del centro sociale o degli amici con cui si va a vedere le prime a La Scala. Noi a queste cose crediamo fino ad un certo punto, e in fin dei conti non ci interessa neppure dare una risposta alle sopracitate domande. Ognuno tragga le proprie conclusioni, ma in fondo la musica è fatta di fruizione e di chi pretende che l’arte sia fatta per le “elite”, questo o quel gruppo di persone ce ne laviamo le mani. Prendiamo il contorno per quello che è -appunto- contorno. Ogni cosa assume importanza nella misura che le assegniamo noi.

Figliol prodigo dei nostri tempi sulla via del ritorno verso casa, perso tra le pieghe della pop culture. Studente di architettura a tempo pieno, tra un concerto, un viaggio ed una jam session, senza farsi mai mancare nulla. Tool e Bill Hicks gli assi delle mie coordinate celesti.

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