Riesumare i Kyuss

Nella libreria di iTunes e nel disco di mp3 dell’autoradio ho i nuovi album di Roger Waters, Fleet Foxes e Sufjan Stevens (& Co.), da ascoltare e poi valutare. Li faccio girare per una decina di minuti, registro  alcune annotazioni su iCloud, a poco a poco ne metto assieme le recensioni. Sta uscendo buona musica in queste ultime settimane, e si può già dire che la 2017 sarà una spanna sopra alla disastrosa annata 2016. 
Ma il caldo torrido di queste giornate che concludono la primavera non permette di rilassarsi con musica intellettuale e pregna di significanti da decifrare e assorbire come quella dei tre artisti menzionati. Piuttosto, dopo almeno dieci anni, ma forse di più, sono tornato ad ascoltare i Kyuss, ovvero una delle band che più mi ha segnato nel periodo dell’università, e che ancora oggi in (relativamente) pochi hanno veramente ascoltato con attenzione. Ovvio, non stiamo qui a insegnarveli, anche perché se siete su questo sito probabilmente li avrete già abbondantemente sviscerati, ma a fronte di discussioni fatte con ragazzi appassionati di “rock duro e stralunato come non ne esce più, tipo quello dei Queens of the Stone Age incontrati a qualche dopocena che ho già volentieri rimosso, mi è tornata la voglia di rimuovere la sabbia (niente polvere) dai loro tre album principali, e di spararmeli a volumi esagerati mentre guido verso l’ufficio. E sì, stavolta ho allacciato la cintura…

Il risultato mi ha sorpreso, soprattutto considerando l’antipatia che ho maturato per il signor Homme dal post Songs for the Deaf in poi. Proprio il roscio che dei Kyuss era solo il chitarrista e non il cantante, riascoltato con attenzione, mi ha impressionato per la raffica di idee che ha sparpagliato nelle canzoni di quei tre dischi (Blues for the Red Sun, Welcome to Sky Valley e And the Circus Leaves Town), seconda solo e forse a quelle che rilascia King Buzzo ad ogni capitolo della saga Melvins, e di pari intensità – se non a tratti perfino superiore – a quelle di Adam Jones dei Tool: ragazzi, ammettiamolo, quest’uomo è stato la mente di un nuovo genere musicale, e, a osservare con distacco oggi l’intero filone stoner rock, quanto fatto dai Kyuss non è mai stato neanche replicato o portato avanti con successo da nessuno. Non dai Monster Magnet all’epoca, non da chi si è presto buttato nello sludge metal e nel doom poi (Electric Wizard anyone?), e non, purtroppo, dalle infinite band di appassionati di queste sonorità che non hanno trovato il giusto momento per farsi avanti o che semplicemente non hanno avuto la strada aperta. Anche in Italia c’è stata della buona heavy psichedelia di matrice stoner – penso a Ufomammut, Morkobot, e perfino ad alcuni ottimi esperimenti dei ragazzi della comunità Perkele – ma niente da fare, il suono e il genere dei Kyuss era un’altra cosa. Gli ingredienti saranno stati gli stessi, ma il risultato, il sound, le registrazioni della band di Homme sono rimasti un caso isolato, impossibile da confondere con qualsiasi altro tentativo, tanto che non avrebbe senso mettere assieme una possibile Top 10 di dischi stoner. 

Se è vero come è vero che Blues for the Red Sun è il manifesto storico e il modello che definisce già tutte le coordinate del genere, è Welcome to Sky Valley il vero apice della loro discografia, e uno degli album di rock pesante – perché qui siamo ancora in territori rock, seppure molto heavy – più belli e completi di tutti i tempi.

Non avranno avuto i contenuti lirici e il carisma di un cantante come Maynard James Keenan, o la genialità criminale di Mike Patton, ma la poetica rocknrolla di John Garcia si è comunque sposata con il suono sabbioso e lisergico degli altri tre musicisti. A proposito, come è giusto dare a Nick Oliveri quel che è indiscutibilmente suo nella storia dei Qotsa, nei Kyuss il basso di Scott Reeder è di gran lunga più integrato e creativo di quello del folle Nick. Anzi, è forse l’elemento che ne perfeziona il sound, rendendo più efficace e meno caotico il drumming di Bjork, e affiancando la chitarra modulata con l’amplificatore del basso di Homme in uno spazio differente dello spettro sonoro della band. 

La quota psichedelica presente nel taglio di suoni aggiunge quel pizzico di mistero alla vicenda, altrimenti sì visionaria, ma troppo legata a luoghi comuni del rock: è un pezzo come Space Cadet che ti fa capire quanto potevano essere profondi i Kyuss e quanto ancora avrebbero potuto esplorare se non si fossero sciolti prematuramente. E quanto ancora, se qualche band ne avesse saputo seguire le orme, si sarebbe potuto indagare intorno al loro modello. Non ci sarebbe stato bisogno dei moltissimi che hanno tentato di emulare i Tool, i Faith No More, e altre band di successo commerciale degli anni Novanta (pensate a quante copie dei Korn abbiamo dovuto sopportare…), ma solo di qualcuno che fosse stato in grado di non far decedere il genere stoner.

Sono passati molti anni, ma forse chissà, qualcuno potrebbe essere ancora in grado di riesumarlo…

Sono un pubblicitario prestato al mondo del vino. Una notte ho sognato che vincevo al SuperEnalotto, e coi soldi vinti aprivo il miglior negozio di musica di sempre, dove si ascoltava e si vendeva solo la musica che dicevo io. Se qualcuno non era d'accordo, quella era la porta. Se fallivo, fallivo. Se facevo successo, chiamavo J Mascis a suonare in acustico e Oneohtrix Point Never a fare un DJ set. Mentre attendo che ciò diventi realtà, ho aperto con un po' di amici di lungo corso forumistico questo posto, dove mi rifugio tutti i giorni, non appena posso. Una volta ho quasi sfiorato la mano di Michael Stipe. Ho l'autografo di Maynard James Keenan. E anche quello di Aaron Turner. Conosco Burial personalmente.

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